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Tim, ecco come e con chi Elliott contrasterà Vivendi (Mediaset gongola)

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Public company. Societarizzazione della rete, inclusa quella di Sparkle. Via gli attuali vertici. E cinque consiglieri di amministrazione in quota Elliott. Sono queste alcune delle vere mire del fondo americano di Singer che sta salendo a sorpresa nel capitale sociale di Tim, ora controllata dal gruppo francese Vivendi del finanziere Vincent Bolloré. E dietro le mosse del fondo Elliott si stagliano esperti e tecnici italiani stimati da Silvio Berlusconi.

LA SINTESI

Subbuglio in casa Tim per la sfida lanciata dal fondo americano Elliott all’azionista di controllo Vivendi, mentre Mediaset con tutta probabilità gongola anche se fonti di Elliott asseriscono di non avere alcuna strategia comune con l’azienda televisiva. Ma quali sono i veri obiettivi del fondo Elliott? E quali sono gli scenari che si aprono per Tim sia in termini di governance che di prospettive industriali? Ecco fatti, numeri, indiscrezioni e scenari.

LE MIRE DEL FONDO

Il fondo Elliott si è mosso sul mercato senza dare nell’occhio, mettendo insieme nelle scorse settimane opzioni e altri strumenti convertibili in azioni ordinarie e di risparmio Tim per una quota vicina al 3% del capitale, che potrebbe salire a breve fino al 5%. È la soglia necessaria per poter chiedere integrazioni all’ordine del giorno dell’assemblea del gruppo in programma il prossimo 24 aprile, quando Elliott vorrebbe tentare il ribaltone. “Anche se Vivendi ha il 24,8% di Tim, una sfida in assemblea potrebbe avere un esito tutt’altro che scontato”, ha scritto il Corriere della Sera. Il capitale in mano ai fondi, italiani e internazionali, è pari a circa il 60% e all’assemblea di un anno fa in cui si rinnovava il board, Vivendi ha vinto con uno scarto dello 0,7% sui fondi, mentre due anni prima, sempre sulle nomine, la lista di maggioranza presentata da Telco, allora azionista di riferimento, raccolse meno voti di quella presentata da Assogestioni, ricorda il Corsera.

LA RISPOSTA DI GENISH

Dai vertici di Tim, comunque, non arrivano repliche piccate o barricadere. Anzi, Stamattina l’amministratore delegato di Tim, Amos Genish, ha aperto al fondo Elliott ma lo ha invitato a un concreto feedback: “Diamo il benvenuto a nuovi azionisti che vogliono investire e useremo ogni feedback per migliorarci. Sono disposto a sedermi con loro ma le dichiarazioni sono state fatte prima del piano, ora aspettiamo lo valutino. E sulla governance dovranno parlare direttamente con il board e con gli azionisti in assemblea, ma per ora come azienda non abbiamo ricevuto niente”, inteso come proposte concrete.

LE INDISCREZIONI

Ma che cosa ha davvero in mente il fondo di Singer? Elliott ha studiato un piano sia sulla governance di Tim sia sulla strategia industriale del gruppo telefonico. Il modello a cui si ispira è quello della public company – scrive il Corsera – “unica via secondo il fondo Usa per rilanciare Tim eliminando i conflitti in cui è caduta Vivendi — con le istituzioni, le Authority ma anche all’interno della stessa società telefonica — che hanno finito per rallentare l’attività del gruppo telefonico e penalizzare il titolo in Borsa. Quando nel 2015 Vivendi aveva effettuato i primi acquisti, Tim valeva circa 1,10-1,15 euro. Ieri con un balzo di quasi il 6% ha raggiunto 0,77 euro”

OBIETTIVO VERTICI E CDA

L’obiettivo? Chiedere in assemblea la revoca dei cinque amministratori non indipendenti nominati dalla lista Vivendi, inclusi quindi presidente e amministratore delegato. Scrive il Sole 24 Ore: “Tra i nomi che circolano insistentemente per la posizione di candidato ad c’è quello di Paolo Dal Pino, che ha lavorato in passato sia nei media sia nelle tlc come ad di Wind e che recentemente si è dimesso dalla guida dell’ex Pirelli industrial, andata in sposa ai cinesi di Aeolus. Tipicamente, il fondo Usa si muove in situazioni di sottovalutazione del titolo (è senz’altro il caso di Telecom) e quando la gestione non è soddisfacente per proporre il modello della public company nell’interesse delle minoranze, gli investitori istituzionali, per oltre la metà del capitale esteri, che in questo caso sono la stragrande maggioranza”.

RETE E NON SOLO

Nel piano di Singer – secondo il Corriere della Sera – “sarebbe prevista la societarizzazione della rete di Tim, includendo Sparkle, con l’obiettivo di cederla. Non sul mercato. Trattandosi di una infrastruttura strategica per l’Italia, si tratterebbe con tutta probabilità del primo passo per una nazionalizzazione”. Infatti l’Ansa parla anche di una quotazione in Borsa auspicata da Elliott, ma l’azionista di controllo secondo il fondo Usa deve essere pubblico, tipo Cdp.

GLI ALLEATI VERI E POTENZIALI

Sebbene il fondo dichiari di muoversi da solo – le sue dimensioni lo consentono – risulta che nell’azionariato della compagnia telefonica ci siano già diversi fondi pronti ad appoggiare le iniziative di Singer. Non trovano però riscontro – aggiunge il Sole – “le voci circolate negli ultimi mesi secondo le quali Intesa interverrebbe in appoggio ai fondi. La banca guidata da Carlo Messina, infatti, non ha intenzione di intervenire direttamente in questa partita, perchè non sarebbe coerente né col piano aziendale né con le linee strategiche dell’istituto”. Sul mercato si rincorrono i rumors di un gradimento indiretto – per non dire altro – di Mediaset, da tempo in contenzioso con Vivendi per il dossier di Mediaser Premium. Ma fonti vicine a Elliott – scrive il Sole – “smentiscono l’ipotesi che si voglia promuovere la cessione di Tim Brasil (le voci additavano un possibile interesse di AT&T) e che l’intervento su Telecom sia in “accordo” con il gruppo Berlusconi che del resto non avrebbe alcun interesse di “liberare” i francesi dai vincoli regolamentari (l’incrocio con Telecom) che impediscono di completare la scalata a Mediaset”.

GLI UOMINI ITALIANI

Non solo italiani vicini a Berlusconi Paolo Scaroni, come raccontato ieri su Start Magazine, si stagliano dietro il fondo Usa: Scaroni fa parte non a caso del cda del Milano, dopo un sostegno finanziario del fondo Elliot nell’operazione che ha portato all’acquisizione della società di calcio. Oggi il Fatto Quotidiano scrive anche di altri professionisti e tecnici vicini al centrodestra e stimati da Berlusconi: “A occuparsi delle pratiche sul golden power c’è Antonio Catricalà, ex viceministro dello Sviluppo e sottosegretario a Palazzo Chigi, con la giurista Luisa Torchia”, da anni costituzionalista vicina ad Astrid, il centro studi fondato da Franco Bassanini, già presidente di Cdp e ora presidente di Open Fiber. “Secondo fonti vicine al dossier – aggiunge il Fatto – Elliot avrebbe già in programma di mettere in cda di Tim lo stesso Scaroni e Paolo Dal Pino, che già dieci anni fa ha mancato di poco la poltrona di ad Telecom. Advisor dell’operazione è la società di consulenza Vitale & C.”.

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