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Vi spiego perché i rischi per la stabilità non arriveranno dall’Italia

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stabilità

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

 

Non è dall’Italia che potranno venire pericoli per la stabilità dell’euro e dell’Europa. E comunque non è l’esito elettorale del 4 marzo che deve preoccupare i Elezioni amministrativemercati: nessuna forza politica italiana ha la benché minima voglia di fare strappi, quali che siano. La verità, tutti lo sappiamo, è che non siamo stati noi a provocare la crisi del 2010, ma che ne siamo stati travolti, con il rischio di trascinare giù con il nostro peso tutta la costruzione dell’euro.

Ci sono stati errori marchiani nella soluzione della crisi greca, rinviata ed enfatizzata per fini di politica interna tedesca e per trovare una soluzione che facesse salvi gli ingenti crediti delle banche francesi e tedesche. Anche la politica monetaria della Bce ha avuto pesanti responsabilità, avendo impostato sotto il governatorato di Jean-Claude Trichet una exit strategy poi dimostratasi assolutamente intempestiva, con un duplice aumento dei tassi ed il richiamo di liquidità che indusse a vendere i nostri titoli di Stato per farvi fronte, scatenando la tempesta sui mercati. Mancavano a quel tempo strumenti adeguati per intervenire: l’OMT, che ora prevede la possibilità di acquistare titoli di Stato senza limiti prefissati nel caso di gravi distorsioni sui mercati, fu formalizzato solo ai primi di settembre del 2012, ben oltre un anno dopo la crisi del luglio del 2011 che aveva provocato la durissima reazione londinese del Governatore Mario Draghi.

Anche l’ardimento contabile non ha pagato: la decisione del governo Berlusconi di anticipare al 2014 il pareggio strutturale del bilancio, cui ancora quest’anno non siamo pervenuti, andava oltre i limiti della fattibilità e della sostenibilità. La seconda crisi, quella del biennio 2011-2012, è stata frutto di gravi errori di valutazione: come osservò l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Mervyng King, nessuno in Europa aveva fatto tesoro degli errori commessi negli Usa nella gestione iniziale della crisi del ’29.

Non si deve dunque dubitare della capacità dell’Italia di dar corso al processo di rientro dal debito, anche se sarà ancora una volta un esercizio lungo e faticoso. Abbiamo saputo gestire con disciplina e continuità il processo di risanamento finanziario dopo la crisi del ’92, che ebbe anche in quel caso origini esterne, portando il debito pubblico alla soglia del 100% del pil, riducendolo gradualmente con una inflazione più alta degli altri partner al costo di una crescita reale inferiore per via del continuo saldo primario attivo del bilancio pubblico: quella era la chiave di volta della politica economica, perseguita coerentemente da tutti i governi che si sono succeduti nell’arco di un quindicennio, fino al 2007.

Ci sono nuovi potenziali fattori di crisi, già ben chiari, ancora una volta tutti provenienti dall’esterno.

I rischi geopolitici nel Mediterraneo, per paradosso, potrebbero portare ad una maggiore stabilizzazione del contesto finanziario: le autorità politiche e monetarie userebbero senza remore ogni strumento anche extra ordinem per evitare di perdere il controllo della situazione. I problemi veri potrebbero derivare invece dalle tante decisioni che saranno assunte nei prossimi mesi a Francoforte ed a Bruxelles. Ognuna può moltiplicare, magnificandoli in peggio, gli effetti negativi delle precedenti: si va dell’Addendum sugli NPL, promesso per fine marzo, alla crescente pressione della Vigilanza europea per smaltirli comunque; dal trattamento dei titoli di Stato nel portafogli delle banche alla conclusione del Qe, prevista per la fine del prossimo settembre. Ed ancora, si dovrà verificare la cautela della Commissione europea nel gestire le procedure di implementazione del Fiscal Compact e la prospettiva di implementarne il contenuto nei Trattati europei. Serve una strategia istituzionale, da portare all’esame del Comitato per la tutela della stabilità finanziaria, che definisca subito i limiti di tenuta del nostro sistema finanziario, prevedendo che il loro superamento dà luogo al ricorso alle sedi giurisdizionali anche in prevenzione, e comunque alla adozione medio tempore di clausole di disapplicazione. Non sarebbero decisioni fondate su una tardiva rivendicazione di sovranità, quanto sulla consapevolezza che la stabilità finanziaria è un vincolo insuperabile.

Ci sono rischi sistemici di secondo livello, derivanti da decisioni eminentemente politiche, prima tra tutte la conclusione della trattativa sulla Brexit. C’è ancora chi gioca a fare il duro da una parte e dall’altra, ciascuno sostenendo che i maggiori vantaggi derivano da un “non accordo”, e chi cerca di rimescolare le carte con un nuovo referendum popolare. Si sta giocando senza remore sul terreno della propaganda e della comunicazione, ma ormai i soldi sono sul tavolo, con effetti concreti ed immediati per un verso sull’export commerciale europeo, che ha nella Gran Bretagna un ghiottissimo mercato di sbocco, e per l’altro sulla operatività degli oltre cinquemila operatori finanziari basati a Londra, che oggi si avvalgono del cosiddetto passaporto europeo.

Un ulteriore fattore di rischio, sempre esogeno, è rappresentato dall’andamento del cambio euro/dollaro e dei tassi di interesse americani. Non consola la prospettiva che lo spread tra Btp e Bund rimanga stabile, o addirittura si riduca, in un contesto di flessione delle nostre esportazioni, di aumento generalizzato dei tassi di interesse e di riduzione del contributo inflazionistico delle importazioni. Il Governatore Mario Draghi ha espresso nettamente, nel corso della conferenza stampa seguita all’ultima riunione del Consiglio della Bce, la sua preoccupazione per le valutazioni favorevoli ad un dollaro debole espresse a Davos dal Segretario al Tesoro americano Steve Mnuchin. L’America deve riequilibrare i propri conti con l’estero, e questo obiettivo verrà perseguito comunque: con i dazi, con la svalutazione del dollaro e con iniziative indirette volte a mettere in difficoltà uno o più operatori economici o finanziari dei Paesi che hanno un attivo commerciale strutturale con gli Usa. Come è già accaduto con il “dieselgate”, che ha minato l’immagine dell’industria automobilistica tedesca, ci sono altre criticità nel sistema finanziario tedesco: i titoli non quotati ed illiquidi, di livello 2 e 3 detenuti dalle banche, rappresentano un elemento di grande debolezza sistemica. E’ un altro rischio esogeno che potrebbe carambolare sugli equilibri italiani.

Se è impossibile eliminare i fattori di rischio, è invece necessario delineare una strategia attiva volta a contrastarli: occorre avvertire con chiarezza i nostri interlocutori delle conseguenze sistemiche che potrebbero innescarsi nel caso che venisse coinvolta l’Italia. Occorre preparare posizioni chiare, individuando le misure necessarie per proteggere la nostra economia ed il nostro sistema finanziario: servono strumenti asimmetrici, come lo sono gli shock che potremmo subire. Non serve dare continuamente prova di eroismo, ma un sano cinismo: una nuova destabilizzazione dell’Italia dall’esterno non sarebbe gestibile, né da dentro né dall’esterno: non ci sono Troike che tengano.

Qualsiasi governo prenderà vita dopo le elezioni, anche di larghe intese nonostante tutte le smentire, deve chiarire i suoi obiettivi di politica estera: le missioni militari all’estero, l’assistenza ai profughi, l’appoggio ad una politica di rinnovamento della Unione europea, tutto ha un identico prezzo non negoziabile. A Bruxelles come a Francoforte, a Bonn come a Parigi, fino a Washington, va mandato un solo messaggio: l’Italia farà, come ha sempre fatto, la sua parte con disciplina ed onore. Su questo non ci possono essere né distinguo, né divisioni; né all’interno della maggioranza, né da parte delle opposizioni. Ma con una avvertenza: stessero tutti bene attenti a quello che fanno, perché una nuova crisi esogena che dovesse coinvolgere l’Italia sarebbe disastrosa per tutti.

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