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Vi spiego gli slalom di Trump tra fisco, Obamacare, tassi e commercio internazionale

Donald Trump

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Per Donald Trump il tempo scorre via velocissimo. Nulla è scontato: il suo stile di comunicare è tanto imprevedibile e fulminante quanto lo sono gli avvicendamenti nel suo staff. È di questa settimana la nomina a Segretario di Stato del Direttore della Cia Mike Pompeo, in sostituzione di Rex Tillerson, annunciata con un tweet alle 5,44 del mattino. Tutto in 46 parole, compresi i ringraziamenti a chi lascia e gli auguri a Gina Haspel che è stata promossa al vertice dell’Agenzia.

A quattordici mesi dal suo insediamento, svoltosi il 20 gennaio del 2017, Trump si trova ora alle prese con lo scoglio decisivo per ogni Presidenza al primo mandato: il 6 novembre prossimo si terranno le elezioni di mid-term, per il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato. Non sarà solo il primo bilancio, quanto il viatico per la ricandidatura, con le primarie calendarizzate nel 2020.
Dal punto di vista economico interno, quello a cui l’elettorato è particolarmente sensibile, Trump si presenta con tre punti a suo favore, che corrispondono ad altrettante promesse che aveva fatto durante la campagna elettorale. In primo luogo, è riuscito a sminare la questione politicamente e socialmente più controversa, l’abolizione dell’Obamacare, su cui si è trovato per ben due volte senza maggioranza al Congresso anche se solo per un soffio: alla fine, è stata adottata una soluzione incredibilmente semplice. quanto efficace: è stato soppresso il prelievo fiscale disposto a carico di chi non rispetta l’obbligo di sottoscrivere una polizza sanitaria. L’obbligo è rimasto, ma non è più sanzionato. A fine dicembre, è stata varata la riforma fiscale, con le riduzioni di imposta già operative quest’anno; con un aggravio del deficit che sfiora i mille miliardi di dollari in dieci anni.

Il terzo punto del suo programma economico, che riguarda il riequilibrio commerciale con l’estero, è stato avviato con altrettanta decisione, anche se qui i rischi e le incertezze sono maggiori.
Gli squilibri commerciali verso l’estero sono crescenti: nell’incosciente tripudio generale, l’America cresce ma sempre a debito. Nel 2017, il deficit commerciale è arrivato a 568 miliardi di dollari, rispetto ai 505 miliardi dell’anno precedente (+12,6%). Quello del comparto non petrolifero è stato il più alto mai registrato, con 734 miliardi, così come quello nei confronti della Cina, arrivato a 375 miliardi. A seguire, i deficit più elevati sono stati registrati nei confronti del Messico con 71 miliardi, il Giappone con 68, la Germania con 64, il Vietnam e l’Irlanda con 38, l’Italia con 32 miliardi. Il deficit complessivo nei confronti della Unione europea è stato di 151 miliardi di dollari.

In mancanza di interventi radicalmente correttivi, lo squilibrio strutturale del commercio americano verso l’estero potrebbe addirittura aggravarsi per via di due concomitanti prospettive: da una parte l’aumento della domanda interna derivante dalla riforma fiscale potrebbe scaricarsi sull’import; dall’altra, gli annunciati incrementi dei tassi di interesse da parte della Fed potrebbero tradursi in un rafforzamento del dollaro, con una ancor maggiore convenienza delle importazioni.
Donald Trump ha sempre avuto ben chiara questa situazione. Ha iniziato il suo mandato ritirando la adesione americana al TPP, già formalizzata dal suo predecessore. Questo primo passo indietro è stato seguito da un altro altrettanto clamoroso, comunicato al G7 di Taormina, relativo all’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici: per la prima volta in quel consesso, e su una questione di primaria importanza, gli Usa sono rimasti isolati.

Ci sono stati gli incontri bilaterali, ad iniziare da quello di aprile 2017 con il presidente cinese Xi Jinping tenuto a Mar-a-lago. Successivamente, Trump ha effettuato un lungo viaggio in Oriente, nel corso del quale ha visitato Giappone, Sud Corea, Cina, Vietnam e Filippine: in ognuna di queste tappe ha battuto con forza, sempre sullo stesso tasto: nei rapporti commerciali, l’America è un mercato pienamente aperto mentre non si può dire lo stesso dei suoi partner. L’ultima mossa, di questa settimana, è stata la introduzione di un dazio sulle importazioni di acciaio e di alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, per ragioni di sicurezza nazionale: il pericolo è che la chiusura degli impianti di produzione americani possa determinare una dipendenza dall’estero per due prodotti indispensabili nella costruzione degli armamenti. Sono stati esentati dai dazi il Canada ed il Messico, in considerazione delle trattative in corso per modificare l’accordo Nafta. Reazioni negative, anche se caute, sono state assunte sia dalla Unione europea che della Cina: se si mette in discussione un sistema consolidato di relazioni multilaterali, le contromisure potrebbero innescare una guerra commerciale generalizzata.

In ogni caso, da parte americana non è che il primo passo: alla Cina si chiede di ridurre lo sbilancio in suo favore di 100 miliardi di dollari, e sarebbero già state ipotizzate misure tariffarie correttive che avrebbero un impatto di 60 miliardi, colpendo il settore degli apparati di telecomunicazioni.
Non c’è dubbio che la politica monetaria europea eccezionalmente espansiva, con tassi addirittura negativi sui titoli obbligazionari, abbia avuto come conseguenza l’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro drogando l’export dell’eurozona. E ora si scontrano nell’Amministrazione statunitense due visioni opposte sul cambio del dollaro: mentre il Segretario al tesoro Steven Mnuchin propende per un dollaro debole, la penserebbero diversamente sia il nuovo consigliere economico del Presidente Lawrence Kudlow che il neo Governatore della Fed, Jerome Powell.

Sulla forza del dollaro, a un secolo esatto di distanza, si ribaltano le posizioni di Main Street: allora, gli Stati Uniti erano esportatori netti, con un avanzo commerciale strutturale. Gli agricoltori e gli industriali americani avevano interesse alla liberalizzazione degli scambi, vedevano come fumo agli occhi le misure protezionistiche europee, e temevano assai ogni prospettiva di rivalutazione del dollaro che avrebbe reso meno convenienti le loro merci. Oggi, come un secolo fa, Wall Street ha invece sempre lo stesso interesse al rafforzamento del dollaro, e vede con favore un aumento dei tassi di interesse anche se comporta un maggior onere per le famiglie e per le imprese americane: è solo così che i capitali affluiscono dall’estero, accrescendo il suo potere. Un secolo fa, gli Stati Uniti erano i principali creditori del mondo, e temevano che si formasse una coalizione di debitori; oggi, hanno una posizione internazionale finanziaria netta negativa per oltre 8 mila miliardi di dollari.

Sui dazi americani, sulla ripresa delle relazioni bilaterali rispetto al multilateralismo imperiale, sulla forza relativa delle monete, sulla capacità degli Stati europei di onorare i propri debiti senza collassare politicamente, si gioca la partita del riequilibrio globale, economico e finanziario, ed all’interno dell’Europa. Donald Trump ne è convinto: l’America non può più crescere a debito. Un’altra crisi non sarebbe sostenibile da nessuno, neppure dai suoi creditori.

 

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