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Prezzo del petrolio ad un punto di non ritorno?

Petrolio

Prezzo del petrolio stabile e secondo Ian Taylor, amministratore delegato di Vitol Group, ad un punto di non ritorno

Prezzo del petrolio ad un punto di non ritorno? Si, secondo Ian Taylor, amministratore delegato di Vitol Group, società di trading sui mercati energetici numero uno al mondo, intervistato da Bloomberg. Pensare ad un barile a 100$ in un futuro prossimo sembra cosa davvero irreale. ‘Sarà difficile vedere un importante aumento dei prezzi’, ha dichiarato Taylor, che sostiene tra gli scenari più probabili che le quotazioni in ‘un range compreso tra $40 e $60, che duri dai cinque ai dieci anni. Penso che sia fondamentalmente diverso’.

Se le previsioni dovessero realizzarsi, l’industria energetica andrebbe a vivere un periodo di bassi prezzi più lungo di quello compreso tra il 1986 e il 1999, quando il prezzo del petrolio greggio si attestò tra i $10 e i $20 al barile. Qualcosa, secondo la società Vitol, potrebbe cambiare nella seconda parte dell’anno, quando i prezzi saliranno fino a $45-$50 al barile.

Che il prezzo del petrolio sia ad un punto di non ritorno sembra chiaro, chiarissimo a Ian Taylor, dal momento ‘che c’è così tanta offerta’ e che la crescita la crescita dei mercati emergenti, che sono il vero motore del mercato delle materie prime, sta rallentando. Il gruppo Vitol commercializza più di 5 milioni di barili al giorno di prodotti grezzi e raffinati – abbastanza per coprire le esigenze di Germania, Francia e Spagna insieme – e le sue proiezioni sono seguitissime nel settore petrolifero .

prezzi petrolio

A cosa si devono i prezzi bassi del petrolio?

Alla base del crollo del prezzo del petrolio c’è l’interazione fra domanda e offerta. E l’offerta è cresciuta più della domanda. L’Opec non ha imposto una riduzione della produzione, sul cui sviluppo hanno inciso fortemente anche le nuove tecniche per l’estrazione.
Proviamo a spiegarci meglio. Nel corso del 2013 si è verificato, nel mercato petrolifero, un cambiamento radicale e strutturale. A Giugno di quell’anno gli Stati Uniti avevano esportato 7,3 milioni di barili al giorno, ovvero 1,2 milioni in più rispetto allo stesso mese del 2012. L’aumento era pari all’intera offerta di un paese come l’Algeria ed era superiore all’offerta di Equador e Qatar. Gli esperti del settore si attendevano una reazione dell’OPEC, mai arrivata.

L’Arabia Saudita, forte di avere le riserve di petrolio più grandi del mondo e i costi medi della produzione più bassi di tutti, ha deciso di affidare il listino del greggio al libero mercato. Prima o poi, avranno pensato i sauditi, i consumi aumenteranno e la domanda crescerà. A pagare saranno i produttori più costosi, mentre gli arabi avrebbero riguadagnato le quote di mercato perdute. Ma la domanda, attualmente, non sembra aumentare e l’offerta non sembra diminuire, anzi nel 2015 si sono prodotti 95 milioni di barili giorno, contro i 93 del 2014.

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