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Perchè Fintech e finanza tradizionale saranno costrette a collaborare

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La vecchia finanza non può permettersi di snobbare il Fintech. Che a sua volta ha bisogno della prima per reperire risorse. Il futuro è nella partnership. Parola di Roberto Lorini (Pwc)

C’è poco da fare, il futuro dell’economia è nelle aggregazioni. Perchè, inutile girarci attorno, la tecnologia corre più forte dell’economia e chi vuole sopravvivere deve necessariamente fare i conti con tale regola. Dunque abbracciare la rivoluzione del Fintech, senza compromessi. Banche, assicurazioni, finanziarie. Poco importa. L’importante è dotarsi di una struttura in grado garantire un costante aggiornamento tecnologico al proprio business. Ne sono convinti anche in Pwc, major mondiale della consulenza, che nei giorni scorsi ha diffuso un report sullo stato dell’arte del Fintech nel mondo (qui il documento). E la parola d’ordine, nemmeno a dirlo, è una sola: aggregazione.

Il rapporto Pwc

FintechPrima di tutto bisogna partire dai numeri. Secondo il Global Survey di Pwc, la grande maggioranza tra banche mondiali, compagnie assicurative e consulenti finanziari intende incrementare le partnership con le aziende Fintech nei prossimi 3-5 anniIl report, basato su un sondaggio effettuato su oltre 1.300 intervistati in tutto il mondo, mostra chiari segnali del coinvolgimento dell’innovazione nel settore della finanza. Cosa spinge le aziende verso il Fintech? Un fattore determinante dietro queste partnership è il timore dilagante che i ricavi siano a rischio a favore delle società Fintech indipendenti: l’88% lo considera una vera minaccia (contro l’83% del 2016). In media, si ritiene che fino al 24% dei ricavi possa essere a rischio. In pratica una delle ragioni principali per avviare queste alleanze è il timore che i ricavi si spostino dalle società tradizionali a quelle più innovative.  E allora meglio adeguarsi.

Uniti nel nome del Fintech

Il messaggio finale è dunque chiaro. Uniti si vince. Per Pwc emerge dunque un’intesa reciproca tra le parti, una sorta di patto. “Da una parte le start-up Fintech richiedono l’accesso ai capitali e ai clienti forniti dai protagonisti attuali e allo stesso tempo le grandi società finanziarie stanno iniziando a capire come le aziende Fintech potrebbero essere la chiave per superare finalmente le problematiche in termini di legacy tecnologica e comunicazione con il cliente”. Tecnologia in cambio di risorse per espandersi e crescere sul mercato.

Tre scenari per una rivoluzione

Start Mag ha voluto approfondire la questione, sentendo il parere di Roberto Lorini, a capo della divisione Fintech di Pwc. Il punto di partenza è che tutto ha un prezzo. Anche la tecnologia. Che ne sarà della finanza tradizionale tra dieci anni? “Le Fintech stanno certamente assumendo un ruolo sempre più rilevante sul mercato delineando scenari di cambiamento nel settore dei servizi finanziari ormai ampiamente riconosciuti dal sistema stesso. Un membro dell’executive board della Bce pochi giorni fa in un evento a Francoforte ha tratteggiato tre possibili scenari di evoluzione”. Quali? “Scenario uno, le banche potrebbero abbracciare il trend digitale e collaborare con le Fintech. Per le banche questo sarebbe uno dei risultati più favorevoli. E sembra stia accadendo in questo momento. Scenario due, le Fintech potrebbero disgregare la catena del valore delle banche che potrebbero quindi perdere fatturato, quote di mercato e il contatto diretto con i clienti. Il risultato potrebbe essere un mercato più frammentato in cui alcuni player operano al di fuori dei confini di regolamentazione e vigilanza”. Il terzo scenario, è ovviamente quello più complesso, forse da non augurarsi. “Le banche potrebbero finire per essere spiazzate, ma allo stesso tempo, anche le Fintech potrebbero essere fagocitate da grandi aziende di tecnologia, come Google, Amazon e Facebook. Il mercato diventerebbe più concentrato, meno competitivo e meno diversificato”.

Il compromesso che vince

Alla fine però Lorini ha pochi dubbi. La soluzione prediletta sarà quella che accontenta tutti e che soprattutto conviene a tuti. “Quello che emerge dalla nostra ricerca è che si stanno ponendo le basi proprio per un modello di cooperazione fra banche e società finanziarie tradizionali e Fintech. È chiaro che questo processo necessita di grandi cambiamenti nei player tradizionali che passano attraverso un’evoluzione culturale e tecnologica. Ne sono testimonianza le aree di innovazione ed investimento prioritarie che includono la banca aperta, l’intelligenza artificiale e la capacità di raccogliere ed utilizzare le informazioni del cliente per migliorare la customer experience e poter rispondere alle esigenze di sempre maggiore personalizzazione della relazione e dei servizi”. Secondo l’esperto “le sfide sono molte, gli scenari di evoluzione sono ancora aperti, ma la fotografia che emerge dalla ricerca appena conclusa ci fa essere abbastanza confidenti che il sistema si stia avviando verso una evoluzione positiva cogliendo le opportunità che il mondo delle Fintech sta portando sul mercato”.

Il caso americano

googleNegli Stati Uniti, per esempio, banche e tecnofinanza saranno costrette a darsi la mano. Perchè in mezzo ci si è messo persino lo Stato. Lo scorso 15 marzo l’Occ, l’autorità di vigilanza bancaria (qui l’articolo di Start Magazine) ha infatti diffuso una bozza di regolamento per consentire alle società del Fintech di richiedere una licenza bancaria valida in tutto il Paese. La differenza con la concessione di una normale licenza è sostanziale, perchè da questo momento in poi non sarà più necessario avviare un’apposita procedura per ogni Stato in cui la società è operativa. In pratica, se un cittadino del Missouri vuole utilizzare i servizi di quella società nel Kansas, potrà farlo liberamente. Una decisione che al di là dell’importante valore pratico ha un grande rilievo simbolico ed è coerente con un atteggiamento dell’amministrazione Trump tutto sommato ben disposta verso questa nuove realtà del mondo finanziario.

E l’Italia?

Tornando allo studio di Pwc, l’analisi ha coinvolto anche venti aziende finanziarie italiane. Dal sondaggio è emerso che anche nel Belpaese l’80% delle banche è preoccupato dagli sviluppi del Fintech e pensa di aumentare le partnership con le società di questo settore nei prossimi 3-5 anni. I ritorni previsti da queste collaborazioni sono tuttavia inferiori rispetto alle attese degli operatori esteri (10% contro 20%) e solo il 36% degli interpellati (il 56% a livello globale) sono propensi a investire in risorse interne per l’innovazione. Gli investimenti in tecnologie che possono aiutare a ridurre il gap vengono invece abbracciate in Italia in misura anche superiore rispetto al contesto mondiale. In conclusione la ricerca evidenzia che il mercato Fintech in Italia è mediamente meno sviluppato rispetto ad altri Paesi, ma l’evoluzione mostra che sia le realtà finanziarie tradizionali che Fintech hanno avviato un percorso di collaborazione comune che potrà portare vantaggi al mercato nel suo complesso.

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