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Perché Macron con Merkel ha parlato (o sparlato?) dell’Italia

Fr

Il commento di Gianfranco Polillo

Sarà stato certamente un caso che, a parlare della situazione italiana, nell’incontro al vertice con Angela Merkel, sia stato Emmanuel Macron. O forse no. “Il lavoro che ci aspetta è importante – ha chiosato il Presidente francese – in un contesto europeo profondamente scosso da Brexit e dalle elezioni italiane che hanno visto montare gli estremisti”. Commento per lo meno irriguardoso nei confronti delle due forze politiche che hanno ottenuto i maggiori consensi e che, almeno in teoria, si apprestano a governare il bel Paese. La mezza gaffe diplomatica ha motivazioni diverse.

Agitare lo spettro serve innanzitutto a premere sui tedeschi che cercano di frenare il progetto ambizioso di una nuova governance europea, tanto caro al giovane leader. Ma che non sembra trovare l’appoggio entusiastico di tutte le altre cancellerie europee. Lo si è visto a proposito del piano proposto dalla BCE sulla nuova regolamentazione dei non performance loans. Le drastiche misure annunciate, che avrebbero penalizzato non poco i Paesi più esposti (l’Italia tra questi), sono state allentate. Ed il Parlamento europeo, su iniziativa del suo Presidente, Antonio Tajani, ha deciso di voler dire la sua. Non sarà quindi un bis del “bail in”, approvato in una (quasi) generale indifferenza.

Ma è solo questo? Stando a rumors ci sarebbe dell’altro. Le malelingue parlano, da tempo, si una sorta di Yalta economica. L’accordo tra la Francia e la Germania sulla spartizione di zone d’influenza. A Berlino interessa soprattutto il rapporto preferenziale con i Paesi dell’ex Unione sovietica. In questi territori sono state delocalizzate quelle industrie che garantiscano al “made in Germany” i suoi colossali attivi della bilancia commerciale. Quei nove punti di Pil che tanto hanno fatto arrabbiare Donald Trump, fino a minacciare l’introduzione di quei dazi che rischiano di accendere la miccia del protezionismo. Con conseguenze, al momento, insondabili.

Alla Francia sarebbe stata data mano libera in Italia. Soprattutto nelle ricche regioni del Nord, dove ormai si concentra il grosso della produzione italiana. Quel 20 per cento di industrie che, da sole producono, l’80 per cento dell’export nazionale e del valore aggiunto. Sospetti: si dirà. Se non fossero suffragati dalle numerose conquiste realizzate in questi ultimi anni. Uno shopping continuato di grandi e medie aziende ed una presenza sempre più forte nei settori del lusso (Gucci, Brioni, Pomellato, Bottega veneta, Emilio Pucci, Fendi, Bulgari e Loro Piana) dell’energia (Edison e partecipazione in Acea) del food e della grande distribuzione (Parmalat, Eridania, il gruppo GS) delle banche (BNL, Carifarma e Banca popolare di FriulAdria) delle telecomunicazioni (Telecom e l’assalto al cielo contro Mediaset).

Come contropartita l’Italia ha cercato di intervenire su Stx France (Fincantieri), ma le resistenze di Parigi sono state micidiali. Alla fine un accordo è stato trovato, ma solo il tempo ci darà conto degli effettivi risultati. Più facile è stato il merger tra Luxottica e Essilor: che ha portato alla creazione di un gruppo di stazza mondiale. Quindi uno spezzatino minore: Benetton che, con Atlantia, acquista l’aeroporto di Nizza, Lavazza che compra Cart Noire e Campari Gran Marnier. Un confronto non certo alla pari. Secondo uno studio di Kpmg, nel 2016 le acquisizioni francesi in Italia hanno riguardato 34 medie aziende italiane, per un controvalore pari a 3,1 miliardi di euro, cui sommarne altri 3,5 miliardi per l’acquisto di Pioneer (ex Unicredit) da parte di Amundi. Per contro le acquisizioni italiane in Francia sono state pari a 2,5 miliardi ed hanno riguardato solo 21 aziende. In 10 anni, comunque, a fronte di un investimento francese, in Italia, pari a 52,3 miliardi, l’Italia ha controreplicato con solo 7,6 miliardi. David e Golia.

Sullo sfondo restano poi le grandi incognite: a partire da Unicredit. Il suo Ad, Jean Pierre Mustier, ha più volte fatto professione di italianità, sebbene nato in Francia. Ma la seconda banca italiana ha ormai una struttura di public company, con il 75 per cento del suo capitale controllato dai grandi fondi d’investimento. Quindi si vedrà. C’è poi il caso Telecom, di cui Vincent Bolloré è il principale azionista. Suo l’intento di realizzare un grande gruppo multi mediatico con Canal + e Universal Music. Da qui il tentativo di scalare la perla della galassia Berlusconi (Mediaset). Movimenti che hanno allarmato il Governo italiano, deciso ad usare la golden power per blindare l’italianità di imprese (la Telecom) d’importanza strategica. Ma non è finita.

E’ di queste ore l’annuncio che il Fondo Elliot – uno dei maggior hedge fund americani – ha già acquistato il 5 per cento del capitale della Telecom. Sua intenzione è trasformare l’azienda telefonica – compresa Tim – in una pubblic company che dia maggiori soddisfazioni agli azionisti. Per la verità in tutti questi anni fortemente penalizzati. Non punta quindi ad un controllo esclusivo, ma a liberare energie imbrigliate proprio dal gruppo francese di controllo. Ed è sorprendente (ma mica tanto) constatare che mentre Emmanuel Macron se la prende con gli “estremisti”, dall’altra parte dell’Atlantico c’è chi pensa che in Italia valga ancora la pena investire.

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