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Che cosa unisce e cosa divide M5S e Lega su fisco, lavoro e pensioni

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Si dà quasi per scontato che il Movimento 5 Stelle e la Lega non abbiano motivi di convergenza. Le ragioni ci sono, tante e profonde: non solo le numerose assonanze nei rispettivi programmi elettorali, ma soprattutto un interesse strategico. Sono formazioni politiche figlie della medesima crisi, che si trascina ormai da un decennio. Che sono loro le vere forze del cambiamento, devono dimostrarlo subito: il consenso è fluido.

D’altra parte, le grandi crisi modificano inevitabilmente il quadro politico e l’assetto dei partiti: la Prima Repubblica si fondò su quelli che approvarono la Costituzione e che ricostruirono il Paese dopo le distruzioni della guerra mondiale. Anche la Seconda Repubblica prese le mosse da un evento traumatico: la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione del blocco sovietico. I due poli politici che ne nacquero, con le coalizioni di centrodestra e centrosinistra, hanno assorbito nell’alternanza al governo le immense tensioni sociali, economiche e finanziarie che ne sono conseguite, fronteggiando una duplice globalizzazione, la prima con l’ingresso dei Paesi dell’Est nell’Ue e la seconda con quello della Cina nel Wto. La crisi del 2008 ha macerato le tradizionali famiglie politiche europee: vittime delle ricette liberiste e monetariste con cui avevano governato per tre decenni e soprattutto dal tentativo di riportare indietro le lancette dell’orologio.

La prima affinità, sorprendente, risiede nel ripudio pressoché integrale delle riforme adottate negli anni scorsi. Si tratta delle strategie di risanamento adottate su impulso della Commissione Ue, aderendo agli inviti contenuti nella famosa lettera dei governatori di Bce e Bankitalia, Trichet e Draghi, inviata al governo italiano l’11 agosto 2011, quando i mercati erano nel caos temendo per la tenuta del debito italiano.

Si condivide la necessità di rivedere le quattro scelte fondamentali degli ultimi anni: la riforma delle pensioni con l’innalzamento continuo dell’età minima per l’uscita dal lavoro; l’aumento della pressione fiscale necessaria per il pareggio strutturale di bilancio; la riduzione degli investimenti pubblici ed il divieto di finanziarli in deficit; la flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro ottenuta attraverso la continua riduzione delle tutele lavoratori, senza che alcuna istituzione pubblica sia incaricata di politiche attive. Entrambi i programmi, come se non bastasse, prevedono la nazionalizzazione di Bankitalia e la revisione del modello della banca universale e del vincolo del bail-in, con il ritorno alla separazione delle banche commerciali da quelle d’affari, per sostenere le piccole e medie imprese e contrastare la speculazione.

Si va assai oltre il ripudio delle riforme strutturali adottate in questi anni. La Lega chiede l’introduzione per legge di un «salario minimo» orario, indipendentemente dai contratti nazionali e da quanto concordato dalle cosiddette parti sociali, si tocca uno degli snodi fondamentali del processo di deflazione salariale su cui si sono fondate le politiche economiche di questi anni. Il M5S fa altrettanto: nel programma relativo al lavoro, si afferma che occorre garantire una retribuzione equa al lavoratore in modo da assicurargli una vita e un lavoro dignitoso in condizioni di libertà, equità, sicurezza e dignità: si ritorna al dettato costituzionale.

Entrambi i programmi intervengono poi in modo drastico sul processo di depotenziamento della contrattazione collettiva, facendo assumere dalla legge le tutele che i sindacati si sono dimostrati incapaci di assicurare. Non vale più solo la correlazione tra salario e produttività. Per assicurare la competitività, infatti, non basta solo la flessibilizzazione del mercato del lavoro: servono anche politiche attive del lavoro.

La lega propone la apposizione di una clausola di «flessicurezza» che entro determinati limiti di legge garantisca al contempo flessibilità contrattuale correlata alla flessibilità produttiva e sicurezza occupazionale e sociale, attraverso politiche attive che facilitano l’occupazione, la ricollocazione ed adeguate misure di sostegno al reddito e di protezione sociale. Il Movimento 5 Stelle propone a sua volta di potenziare i servizi pubblici per l’impiego in modo da garantire l’accompagnamento all’inserimento lavorativo, prendendo a modello quanto messo in atto dai principali paesi europei, in cui i centri per l’impiego guidano il cittadino disoccupato durante tutto il processo di formazione e di riqualificazione fino al reinserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza proposto dai 5 Stelle, che tante polemiche ha suscitato, si colloca in un processo di politica attiva del lavoro assai ampio.
Ci sono poi tre questioni tra loro connesse, che attengono alla finanze pubbliche: tasse, equilibri di bilancio, ed investimenti pubblici finanziati in disavanzo.

Entrambi i programmi prevedono una forte riduzione della tassazione. La Lega propone la flat tax, con un’unica aliquota fiscale del 15% da applicare al reddito familiare, con un sistema di deduzioni fisse di 3 mila euro atte a garantire il principio di progressività delle imposte. Il primo scaglione è formato da tutti i redditi famigliari fino a 35 mila euro, entro il quale a ogni componente il nucleo famigliare spetta la deduzione; per il secondo scaglione, che va da 35 mila a 50 mila euro, si prevede la deduzione fissa solo per i famigliari a carico. I due scaglioni di reddito garantiscono così il rispetto del criterio costituzionale della progressività, che viene rafforzato dal mantenimento di una No Tax Area fino a 7 mila euro e da una clausola di salvaguardia per tutti i redditi famigliari fino a 15 mila euro i quali potranno continuare ad essere assoggettati al regime di imposta vigente nel caso il nuovo non fosse migliorativo. I 5 Stelle propongono una modifica egli scaglioni di imposta sui redditi, elevando la soglia della No Tax Area e riducendo le aliquote di prelievo. La No Tax Area viene elevata da 8 a 10 mila euro, si riduce dal 27 al 23% l’aliquota sui redditi fra 10 e 28 mila euro, dal 41 al 37% quella sui redditi compresi fra 28 e 100 mila euro e dal 43% al 42% per i redditi superiori a 100 mila euro. Sul versante delle imprese si prevede un intervento duplice: riduzione del cuneo fiscale nella componente Inail (-1%) e dimezzamento dell’Irap. Se la riforma fiscale proposta dalla Lega è sicuramente più aggressiva di quella dei 5 Stelle, è comune un’impostazione trumpiana: aumentare i redditi delle famiglie riducendo le imposte.

C’è altro terreno in comune. Per i 5 Stelle per far ripartire la macchina economica dell’Italia servono gli investimenti e «l’investitore pubblico, come Keynes insegna, ha un ruolo fondamentale soprattutto in periodi di recessione o di diffidenza da parte dell’investitore privato». Prevedono 50 miliardi su innovazione, energie rinnovabili, manutenzione del territorio, contrasto al dissesto idrogeologico, adeguamento sismico, banda ultra larga, mobilità elettrica. La prospettiva è di trasformare l’Italia in una Smart Nation: per questo servono investimenti ad alto moltiplicatore occupazionale. Ribaltando le ricette del liberismo, si prevede anche la creazione di una banca oubblica per investimenti, piccole imprese, agricoltori e famiglie. La Lega non è da meno: serve il recupero della domanda interna, «contrastando l’idea tedesca di cercare la competitività pagando sempre meno i lavoratori, azzerando i diritti con il Jobs Act, riforme Hartz, o importando milioni di lavoratori disposti ad accontentarsi un salario sempre minore». Occorre incentivare il rientro delle aziende che hanno delocalizzato negli ultimi 10 anni, ed una politica di investimenti pubblici produttivi in particolare per il Sud: costruzione di infrastrutture, manutenzione del territorio, reindustrializzazione. Ed ancora, impulso alle attività immateriali a forte moltiplicatore come la ricerca scientifica, la cultura, l’arte e il turismo.

Dopo dieci anni di crisi, e trent’anni almeno di politiche liberiste e monetariste, tornano vincenti le ricette keynesiane, l’idea che lo sviluppo non può passare solo dall’export e dalla competizione salariale. Lo Stato non può essere rinchiuso in gabbie quantitative e parametriche: dal 3% del rapporto debito/pil che risale al Trattato di Maastricht, varato dopo la crisi valutaria del 1992 al pareggio strutturale introdotto dal Fiscal Compact dopo la crisi finanziaria del 2010.

I 5 Stelle e la Lega hanno molti punti programmatici in comune. Pur rimanendo inconciliabili, come accadde per Pci e Dc, e poi per Pd e Forza Italia, non mancano le occasioni di azione comune. Magari con una convergenza in sede parlamentare in occasione del prossimo Def. Se si vogliono davvero cambiare le logiche correnti, che sembrano ancora inscalfibili, potrebbero decidere di unire le forze. Ognuno rivendicherebbe per sé il successo ottenuto: marciare divisi, colpire uniti.

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