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Che cosa deve aspettarsi l’Italia dal nuovo governo tedesco

di

fiscal compact

L’analisi di Angelo De Mattia

Le Commissioni Bilancio e Politiche comunitarie della Camera si sono espresse nettamente contro l’introduzione del Fiscal compact nel diritto comunitario e hanno sollecitato il governo a sostenere questa linea nei rapporti con Bruxelles. Le Commissioni sono invece favorevoli alla trasformazione dell’Esm in Fondo monetario europeo e all’istituzione del ministro delle Finanze unico. Montecitorio dunque ribadisce, a proposito del Fiscal compact, una linea già a suo tempo votata dall’Assemblea. Ma basta opporsi a tale introduzione? europaEvidentemente no, dal momento che, anche se a essa non si arrivasse, l’accordo intergovernativo resterebbe in vigore e con esso bisognerebbe comunque fare i conti. È vero che la deliberazione delle due Commissioni ha un valore sostanzialmente politico visto che l’Italia è prossima al rinnovo delle Camere, per cui questa delicata materia dovrà per forza essere gestita dal nuovo Parlamento e dal nuovo governo (se sarà possibile formarne uno in tempi ragionevoli).

Si tratta in ogni caso di una posizione non trascurabile, ma che per essere coerente dovrebbe compiere un ulteriore passo, cioè richiedere il superamento del Fiscal compact o una sua profonda riforma. In quest’ultimo caso, oltre al formale riconoscimento dei margini di flessibilità nella gestione dei conti pubblici, non più rimessi alla discrezionalità delle burocrazie Ue, bisognerebbe dare lo stesso rilievo normativo che hanno le regole fondamentali dell’accordo ai cosiddetti fattori attenuanti, oggi previsti a latere dell’intesa e con valore decisamente inferiore.

Anche le raccomandazioni, quella più conosciuta riguarda l’eccessivo surplus delle partite correnti, la cui destinataria è soprattutto la Germania che naturalmente non se ne cura, dovrebbero trasformarsi in disposizioni cogenti. Non è fuori luogo, però, ipotizzare anche il superamento, cosa che fa il rapporto dei 14 economisti franco-tedeschi, anche se la sostituzione tra l’altro con l’imposizione di limiti alla spesa pubblica nominale è tutta da valutare approfonditamente. Una posizione italiana più avanzata potrebbe cogliere l’occasione del pur non eclatante mutamento in fieri della linea della Germania, a seguito del patto tra Cdu/Csu e Spd sulla Grosse Koalition.

Se è esagerato ritenere che il documento sottoscritto dai suddetti partiti e il probabile conferimento del ministero delle Finanze al socialdemocratico Olaf Scholz (personaggio di grande esperienza e pragmatico, certo diverso dal falco rigorista Wolfgang Schaeuble) aprano una nuova era in cui l’austerità sarà anche per i tedeschi un ricordo, tuttavia è abbastanza evidente un modo nuovo di affrontare la questione europea, a cominciare dalla riconosciuta esigenza di una solidarietà finanziaria. Poiché si è da molte parti ammesso che il Fiscal compact confligge con i Trattati costitutivi ed è figlio di un momento dell’economia e della finanza difficilissimo per l’Ue e l’Eurozona, oggi ci sarebbero i presupposti per una sua sostanziale revisione, non certo quella, gattopardesca, proposta da Jean-Claude Juncker che lo trasformerebbe, con modifiche non sostanziali, in una direttiva. È comprensibile, ma non giustificabile, che diversi partiti evitino di affrontare in campagna elettorale il tema o di rievocare posizioni sostenute fino a poco tempo fa, sempre con l’intento di non apparire euroscettici o, peggio ancora, per conseguire da Bruxelles elogi (e legittimazione) sulle proposte e gli indirizzi sostenuti in queste settimane. Ma come stare nell’Unione è una componente centrale dei programmi elettorali, purtroppo platealmente trascurata: l’elettore deve sapere in anticipo cosa pensano i partiti che gli chiedono il voto su argomenti cruciali come questo. L’impatto di una decisa riforma del Fiscal compact sulla nostra Costituzione, nel modificato art. 81, non sarebbe automatico, potendo essere data di quest’ultimo una lettura coerente anche con una versione revisionata di tale accordo.

euroQuanto al favor per il ministro unico delle Finanze per corrispondere a una logica di sviluppo, come vorrebbero le due Commissioni citate, bisogna dire che è illusorio immaginare che una tale innovazione, coeteris paribus nello scacchiere istituzionale comunitario, possa migliorare gli interventi tesi a sostenere la crescita dell’economia e la partecipazione degli Stati membri all’esercizio della sovranità messa in comune. Una figura della specie, avulsa da una innovazione del contesto istituzionale che sancisca una effettiva compartecipazione al governo delle materie comuni e, al tempo stesso, rilanci il principio di sussidiarietà, sarebbe come, per dirla con Benedetto Croce, un caciocavallo appeso che, paradossalmente, potrebbe rafforzare la centralizzazione delle decisioni non certo all’insegna della partecipazione.

Approfondimenti, non cambiali in bianco, merita anche la trasformazione dell’Esm in Fondo monetario europeo. È invece abbastanza condivisibile la linea scelta dalle Commissioni di subordinare eventuali decisioni sul conferimento ai titoli pubblici di un coefficiente di rischio o sull’introduzione di limiti al relativo investimento a una decisione a livello internazionale che, in effetti, Basilea ha già rinviato, non essendoci il necessario diffuso consenso. Questo argomento andrebbe tolto, comunque, dall’ordine del giorno dei dibattiti nelle sedi europee e internazionali a prescindere dall’indicata subordinazione, stante la pericolosità dell’adozione, soprattutto in questa fase, di una tale innovazione per il finanziamento del Tesoro, per i rapporti con il sistema bancario, per la tutela del risparmio, e per i possibili impatti sistemici.

(articolo tratto da Mf/Milano Finanza)

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