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Quale sarà l’impatto dei dazi Usa sull’export italiano? Report Confindustria

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Numeri, stime e scenari nel focus elaborato dal centro studi di Confindustria diretto da Andrea Montanino sui dazi decisi dall’amministrazione Trump

Il presidente Usa Donald Trump ha firmato un decreto che introduce dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio, a partire dal 23 marzo. I dazi riguardano, potenzialmente, 40,7 miliardi di euro di import Usa, di cui 0,8 miliardi (l’1,9%) provengono dall’Italia (16,0% dall’Unione europea). Tuttavia, Trump ha annunciato che i paesi “amici” saranno esentati dai dazi. Nella lista dovrebbero comparire Canada, Messico e Australia, mentre è incerta l’inclusione dei paesi dell’Unione europea, la cui politica commerciale è comune.

Qual è il possibile impatto delle nuove barriere tariffarie sulle esportazioni italiane? Quali sono i rischi di ritorsioni commerciali e gli scenari che ne derivano? L’Italia è relativamente poco esposta ai nuovi dazi Usa. Nelle produzioni di acciaio e alluminio, direttamente colpite dai dazi, le vendite italiane negli Stati Uniti sono state pari nel 2017 a 760 milioni di euro, il 3,8% di quelle realizzate all’estero e appena lo 0,2% dell’export manifatturiero.

L’interscambio di questi prodotti con gli Stati Uniti ha generato, comunque, un avanzo per l’Italia pari a 460 milioni di euro e un surplus complessivo con l’estero di 1,3 miliardi. I dazi potrebbero avere anche effetti indiretti negativi: primo, attraverso la deviazione delle esportazioni di altri paesi dal mercato Usa ad altre destinazioni, specie in Europa; secondo, penalizzando in modo particolare la Germania, primo esportatore europeo negli Stati Uniti e, a sua volta, mercato di destinazione di quasi un quarto delle esportazioni italiane di acciaio e alluminio (4,6 miliardi di euro nel 2017).

La decisione dell’Amministrazione Usa, motivata dalla tutela della sicurezza nazionale, può essere oggetto di ricorso presso il Wto da parte degli altri paesi. Tuttavia, il meccanismo di risoluzione delle dispute commerciali richiede tempi lunghi e il suo funzionamento è di fatto paralizzato dal blocco da parte degli stessi Stati Uniti del rinnovo dei giudici scaduti. L’Unione europea, comunque, ha a disposizione altri due strumenti di protezione: le misure di rebalancing, cioè di bilanciamento del danno subito (il cui processo interno è già stato avviato), con la definizione di barriere commerciali su specifici prodotti Usa destinati al mercato europeo; la clausola di salvaguardia (seppure raramente utilizzata), cioè di difesa di un settore europeo colpito da un eventuale incremento delle importazioni, attraverso dazi e/o contingentamenti.

Gli eventuali costi per l’export italiano sarebbero elevati in uno scenario avverso di escalation di misure protezionistiche tra Stati Uniti ed Europa, al momento improbabile. Inoltre, l’elevata incertezza avrebbe effetti negativi, difficili da stimare, sui mercati finanziari e sulla dinamica di scambi e investimenti mondiali. Nel caso di misure di rebalancing Ue, Trump intende ampliare la lista dei prodotti europei da sottoporre a dazi, a cominciare dall’automotive. Gli esportatori italiani sarebbero i più colpiti insieme a quelli tedeschi.

Gli Stati Uniti, infatti, rappresentano il terzo mercato di sbocco per l’export manifatturiero italiano, con un valore di 40,1 miliardi di euro nel 2017 (9,3% del totale), e il primo per surplus commerciale, con un ammontare pari a 27,5 miliardi di euro (96,7 miliardi l’avanzo complessivo italiano). In particolare, il 23,0% dell’export industriale italiano negli Stati Uniti è costituito da mezzi di trasporto, il 18,7% da macchinari, il 10,1% da alimentari e bevande e il 9,5% da tessile, abbigliamento e calzaturiero.

 

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