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Cessione Ilva, quale futuro per l’acciaieria

Ilva

Cosa prevedono (e promettono) i possibili acquirenti dell’Ilva? Tra quanti giorni sarà deciso il futuro dell’accieria? E cosa accadrà dopo l’assegnazione della gara? Rispondiamo insieme a queste domande

 

Un nuova pagina per l’Ilva, magari una rinascita. Un nuovo inizio. È quello che si spera. Dopo che lunedì 27 febbraio ha chiuso un accodo con il Mise per per la cassa integrazione straordinaria di “soli” 3300 lavoratori (che in media, però, saranno 2500), nella giornata di ieri, 6 marzo, ha ricevuto le offerte per l’acquisizione dell’azienda dell’acciaio.

Due le società che si sono fatte avanti: la joint venture Am Investco Italy (formata al 15% dal gruppo Marcegaglia e all’85% da ArcelorMittal) e il consorzio AcciaItalia (partecipato dal gruppo Arvedi con il 10%, da Cdp e Delfin con una quota ciascuno del 27,5% e dal gruppo indiano Jsw con il 35%).

L’offerta di Am Investco Italy

E’ stata la stessa Am Investco Italy ad ufficializzare i termini dell’offerta. L’azienda, che ha siglato una lettera di intenti con Banca Intesa Sanpaolo, si impegna ad investire oltre 2,3 miliardi di euro oltre al prezzo di acquisto, con l’intenzione di produrre 9,5 milioni di tonnellate di prodotti finiti (numeri che deriverebbero sia dalla produzione primaria, sia dall’apporto di semilavorati da laminare).

La pretendente, poi, ha fatto sapere che intende espandere la gamma di prodotti: la nuova Ilva dovrà allargare (e riposizionare) il proprio business al settore automobilistico, edilizio ed energetico, sfruttando la rete europea di ArcelorMittal per le vendite e il marketing.

E ancora. La joint venture formata dal gruppo Marcegaglia e da ArcelorMittal, ha anche inserito all’interno dell’offerta l’impegno ad una spesa di 10 milioni per la realizzazione di un nuovo centro di ricerca e sviluppo a Taranto.

“Da italiano mi ha fatto molta tristezza assistere al declino di questa grande società negli ultimi anni, e siamo entusiasti di avere l’opportunità di contribuire alla rinascita di questa iconica azienda italiana dell’acciaio” Antonio Marcegaglia, presidente e ceo di Marcegaglia

“Siamo convinti di avere il giusto piano industriale, il piano ambientale corretto e il piano commerciale idoneo per sostenere la trasformazione dell’Ilva in una società che, ancora una volta, sarà un gioiello del panorama produttivo italiano e che andrà ad apportare valore sia all’economia italiana che a tutti gli stakeholder”, ha dichiarato Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal.

L’offerta di AcciaItalia

Pochi i dettagli, invece, in merito all’offerta presentata da AcciaItalia, anche se qualche indiscrezione sui progetto futuri in caso di una possibile acquisizione dell’Ilva sono gà circolati nei giorni scorsi.

Quel che è certo è l’azienda ha previsto l’attuazione di un piano di alcuni miliardi di euro che porti la produzione di Ilva a 10 milioni di tonnellate di produzione, grazie all’utilizzo degli altoforni e dei forni elettrici alimentati a preridotto (in questo modo, l’azienda si assura un aumento di poduzione senza incidere in modo negativo sull’ambiente. I forni elettrici, infatti, avranno un minore impatto ambientale)

Grazie all’investimento, AcciaItalia proverà a dominare il mercato siderurgico europeo.

E ora cosa accade?

Ora bisogna attendere. Nei 30 giorni successivi alla presentazione delle offerte (e quindi successivi al 6 marzo 2017), verranno valutate le proposte di acquisto e i piani di invetimento. L’advisor finanziario dell’amministrazione straordinaria (Leonardo&Co.) esprimerà il proprio giudizio sulla congruità delle offerte e sulla sostenibilità dei piani industriali, in una prospettiva di medio lungo termine. Molto probabilmente l’aggiudicazione della gara avverrà entro metà aprile.

La società vincitrice, poi, avrà da quel giorno un mese di tempo (meglio, 30 giorni) per presentare domanda di approvazione del proprio piano ambientale che avverrà con un Dpcm, che dovrebbe arrivare tra giugno a settembre.

E dunque potrà essere avviato il trasferimento degli asset al soggetto che ha acquisito l’Ilva. Gli attuali commissari Ilva, Gnudi, Laghi e Carrubba, comunque, come deciso dalla nuova legge per il Sud e la coesione territoriale, approvata di recente dal Parlamento, resteranno in carica per vigilare l’attuazione del piano ambientale da parte dei privati (che potranno anche, in caso di necessità, chiedere una proroga della tempistica) e per proporre un eventuale piano ambientale aggiuntivo a quello dei privati, nel quale ricollocare la manodopera che eventualmente dovesse essere in esubero.

Ilva: accordo per la cassa integrazione straordinaria

Intanto settimana scorsa (lunedì 27 febbraio), l’Ilva e il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) hanno raggiunto un accordo sulla cassa integrazione per i lavoratori dell’azienda posta sotto amministrazione straordinaria. Il numero degli esuberi temporanei è di 3.300 unità di cui 3.240 per Taranto e 60 per Marghera. Si potrebbe parlare addirittura di un buon risultato, dal momento che la società dell’acciaio aveva chiesto la cassa integrazione per 4.984 dipendenti.

C’è da dire, poi, che di media la cassa integrazione riguarderà 2.500 persone (2.465 a Taranto e 35 a Marghera). L’accordo sarà valido fino al termine dell’amministrazione straordinaria, in attesa che si concluda il processo di vendita.

In particolare, secondo gli accordi, nello stabilimento di Taranto, 800 unità saranno a zero ore. A questi l’azienda garantirà una rotazione pari al 20% del tempo lavorabile, tempo in cui i lavoratori effettueranno attività di formazione e riqualificazione professionale. Azienda e sindacati hanno concordato incontri bimestrali al fine di verificare la corretta applicazione dell’accordo.

Sulla questione era intervenuto anche il presidente della Regione Michele Emiliano, sostenendo che la Puglia fosse pronta a sostenere l’accordo economico sulla cassa integrazione: “La Regione Puglia è a disposizione per mettere i soldi necessari a questa operazione, ma è assolutamente necessario che il governo integri e minimizzi il numero degli esuberi che a noi pare sovradimensionato. L’azienda tende a scaricare sulla Regione e sul governo una situazione di difficoltà economica che non è dovuta tanto agli esuberi, quanto a difficoltà di gestione che sono quelle che hanno spinto ad una rapida cessione dell’azienda ai privati”.

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