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Brexit: le richieste dell’Ue a 27

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L’Europa chiede a Londra trattative a fasi e tutela dei cittadini europei che vivono in Gran Bretagna. E non solo

 

La Brexit è entrata nel vivo. Il 29 marzo 2017, infatti, il premier conservatore britannico Therersa May ha firmato la lettera con cui formalmente innesca il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue, previsto dall’art. 50 del Trattato di Lisbona.

Lettera pone fine a 44 anni di rapporti turbolenti tra Londra ed il Continente e apre le porte a negoziati e nuovi accordi. L’Unione Europea a 27 ha già ben chiaro cosa vuole: il Consiglio europeo, infatti, ha già stilato un canovaccio, a firma di Donald Tusk, delle linee-guida negoziali che i 27 Stati potrebbero utilizzare nelle trattative con il Regno Unito. Il documento non entra nei dettagli giuridici e politici dei possibili accordi, ma descrive i principi che i paesi membri intendono difendere nelle discussioni. Un eventuale accordo di libero scambio, per esempio, potrà essere firmato solo nel rispetto degli interessi comunitari.

Il canovaccio è solo una bozza che dovrà essere negoziata a livello diplomatico e poi approvata dai capi di stato e di governo il prossimo 29 aprile.

Brexit: cosa chiede l’Unione Europa

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Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo

Lealtà

C’è una cosa che l’Europa chiede su tutte alla Gran Bretagna: la lealtà durante le trattative, che “saranno difficili, complesse, e a volte anche conflittuali, non c’è alcun modo di evitarlo”, come sostiene il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

Negoziati a fasi

La prima cosa che chiede il Vecchio Continente è una trattativa a fasi. Per prima cosa, i 27 Stati intendono risolvere la questione dei legami giuridici e politici. Solo dopo dunque si arriva ad un accordo di libero scambio tra il Regno Unito e l’Unione.

Nella bozza, si legge che il passaggio da un dossier all’altro ci sarà solo quando sarà compiuto “sufficiente progresso” sul primo fronte. Priorità, dunque, all’aspetto politico.

Tutela dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito

Quello che interessa ai 27 Stati, in una prima fase delle trattative di divorzio, è garantire la tutela dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito. Bisogna assolutamente, fin da subito, chiarire la situazione giuridica sia debrexiti cittadini europei sia dei cittadini britannici che vivono sul continente.

Non solo. L’Unione Europea pensa anche alle imprese e agli impegni finanziari che la Gran Bretagna ha nei confronti dell’Unione. “Il nostro dovere è minimizzare l’incertezza, e gli sconvolgimenti causata ai cittadini, al mondo degli affari e agli stati membri. Dobbiamo impedire il vuoto legale per le nostre aziende. Dobbiamo fare in modo che la Gran Bretagna onori tutti i suoi conti e gli impegni presi da Stato membro. L’Unione onorerà tutti i suoi impegni”, ha detto il presidente del Consiglio  Europeo Donald Tusk.

La questione Irlanda, Spagna e Cipro

Da risolvere ci sono anche le questioni di Irlanda, Spagna e Cipro. L’Irlanda è preoccupata dal futuro dell’Ulster, una regione a cavallo tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord; la Spagna non vuole la presenza britannica a Gibilterra e Cipro ospita tre basi militari britanniche.

“Una volta il Regno Unito uscito dall’Unione, qualsiasi accordo tra il Regno Unito e l’Unione non potrà applicarsi a Gibilterra senza una intesa tra il Regno di Spagna e il Regno Unito”, si legge nelle linee-guida del documento del Consiglio Europeo.

Accordo di libero scambio. Sì, ma a delle condizioni

A livello di mercato, quello che vuole Londra è “un accordo di libero scambio basato sulla piena reciprocità con i partner Ue. Accordo per l’accesso al mercato Ue che non potrà essere adesione al mercato interno”, spiegava Theresa May.

Anche all’Europa una soluzione come questa potrebbe andare bene, anche se forse ci vorranno anni di negoziati, ma ad un patto. Come si legge nelle linee-guida, i 27 Stati verificheranno che non vi siano condizioni perchè il del Regno Unito possa fare dumping regolamentare o qualsiasi concorrenza sleale.

Si deve tener conto che il Regno Unito, inizialmente, potrà giocare sui due piani: sarà fuori dalla UE, ma nei fatti godrà sempre delle norme comunitarie.

Giurisdizione responsabile

Prendendo spunto dalla situazione con la Svizzera, l’Europa chiede di avere una giurisidizione responsabile, sia di gestire le controversie sull’accordo di divorzio, che eventualmente sull’intesa di libero scambio che verrà discussa successivamente.
“E’ nell’interesse dell’Unione proteggere la sua autonomia giuridica e il suo ordine legale”, si legge nella bozza.

Negli accordi con la Svizzera, infatti, non è prevista un’autorità giursidizionale, e questo fa sì che Berna spesso si trivain una posizione di forza rispetto a Bruxelles, che deve tenere conto degli interessi nazionali di altri 28 paesi.

A Londra queste richieste non piacciono

Londra non ci sta alle richieste dei 27 Stati Ue. La Gran Bretagna, infatti, non intende accettare la negoziazione a fasi, ma vorrebbe discutere dell’aspetto politico e di quello economico contemporaneamente. L’inghilterra potrebbe anche opporsi a qualsiasi giurisdizione formale.

Le conseguenze della Brexit: il caro prezzi

Lo abbiamo detto più volte che la Brexit porterà con sé numerose conseguenze. Una di queste sarà il caro prezzi. Partiamo dalle conseguenze che interessano direttamente Londra.

Salirà, tra le altre cose, il costo delle vetture. Sì, secondo le stime di Pa Consulting Group, una società di analisi britannica, acquistare un’automobile dopo la Brexit potrebbe costare agli inglesi 2400 sterline (circa 3 mila euro) in più. La cosa, però, si verificherebbe solo se entrassero in vigore semplicemente le norme del WTO, ovvero se tra due anni non ci saranno accordi commerciali che garantiscano un import-export senza dazi doganali.

brexit“Il potenziale impatto della Brexit sul settore auto, se il governo britannico non raggiungerà un accordo con la Ue”, sarebbe importante. Soprattutto se si pensa che alcune case automobilistiche che producono a Londra sarebbero pronte a trasferirsi sul continente Toyota, però, ha annunciato la settimana scorsa 240 milioni di nuovi investimenti in Gran Bretagna e Nissan è pronta a rafforzare la sua fabbrica di Sunderland, la più grande di tutta l’Inghilterra. A rischio chiusura è la fabbrica della General Motors che produce la Vauxhall, il marchio della Opel inglese, dopo l’acquisto di Opel da parte di Pegeout.

Le conseguenze per l’export italiano

Sempre nel caso di mancati accordi, ci sarebbero importanti conseguenze anche pe l’export italiano. L’Inghilterra, infatti, è un buon mercato. Basti pensare che nel 2015, l’interscambio commerciale tra i due Paesi è stato pari a 33,1 miliardi di euro, in aumento del 5,9% rispetto al 2014 e, soprattutto, con un saldo positivo per l’Italia di 11,9 miliardi di euro. Le esportazioni italiane a Londra erano pari a 22,5 miliardi di euro, registrando un +7,4 rispetto al 2014.

E ancora. Secondo alcune previsioni SACE, l’export verso l’Inghilterssa dovrebbe registrare una crescita media annua del 5,5% nel periodo 2017-2019. Numeri che fanno ben sperare l’economia del Bel Paese. Senza però trattati che favorirebbero l’interscambio, dal 2019 in poi potrebbero esserci importanti ripercussioni, con conseguenze negative per l’Italia.

Brexit: Goldman Sach e Morgan Stanley pronti al trasloco

Le vecchie indiscrezioni, di cui abbiamo ampiamente parlato nei mesi scorsi, sembrerebbero esser state confermate negli ultimi giorni. Bloomberg, infatti, scrive che Goldman Sachs e Morgan Stanley sarebbero già pronti al trasloco. Non sappiamo bene dove, ma starebbero già facendo le valigie.

BancheA dirla tutta, Goldman Sachs starebbe pensando di approdare far approdare a Francoforte mille impiegati. Almeno secondo quanto dichiarato da una fonte bene informata all’agenzia americana. Morgan Stanley, invece, sarebbe indecisa se trasferirsi a Francoforte o Dublino. Per ora sta cercando gli uffici dove poter mandare 300 dipendenti.

A Francoforte potrebbe anche arrivare la Standard Chartered, che sarebbe indecisa con Dublino: quel che è certo è che l’istituto intende spostare degli uffici nei Paesi dell’Ue. La britannica Lloyds Banking Group scommetterà sulla Germania (e su Francoforte).

A Parigi potrebbe volare la Hsbc Holdings. In questo caso la scelta sarebbe ben mirata: 10 anni fa, infatti, il gruppo britannico ha acquisito una banca commerciale francese.

E mentre Barclays, altra banca britannica, sceglie l’Irlanda (Dublino), come base Europea, Citigroup potrebbe, invece, optare per l’Italia. E per l’Irlanda, per la Spagna, per l’Olanda, per la Germania. La società starebbe valutando l’apertura di nuovi uffici in tutta Europa.

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