Trump valuta anche opzioni militari mentre le proteste scuotono l’Iran.
Negli ultimi giorni le autorità iraniane hanno lanciato una repressione durissima delle proteste nazionali, inclusa la quasi completa interruzione del servizio internet. Ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che qualsiasi paese che faccia affari con l’Iran dovrà pagare un dazio del 25% su qualsiasi scambio commerciale con Washington.
Se la Casa Bianca fa sapere che la diplomazia è sempre la prima scelta, lascia intendere che Trump non ha paura di usare l’opzione militare. Tuttavia, all’interno dell’amministrazione si teme che gli attacchi militari possano ritorcersi contro di loro e indebolire le proteste. I timori, hanno affermato i funzionari, sono che gli attacchi potrebbero avere l’effetto indesiderato di mobilitare il popolo iraniano a sostegno del governo, o di indurre l’Iran a reagire con la forza militare, riportava ieri la Cnn.
Da parte sua, il portavoce del parlamento iraniano ha avvertito che Teheran tratterà le basi militari e commerciali statunitensi come obiettivi di ritorsione se Washington interverrà militarmente nel paese.
Oggi il presidente Trump dovrebbe incontrare i massimi funzionari della sicurezza nazionale per discutere delle opzioni sul tavolo. Tra coloro che dovrebbero essere presenti martedì ci sono il Segretario di Stato Marco Rubio e il Generale Dan Caine, Capo di Stato Maggiore Congiunto.
Intanto il presidente Trump ha invitato il popolo iraniano a “continuare a protestare” e a “prendere il controllo” delle istituzioni governative, assicurando che “L’aiuto è in arrivo”.
Ma cosa pensano gli esperti di un eventuale intervento militare americano in Iran? Dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani lo scorso giugno, un’altra importante operazione militare in Iran è considerata meno probabile da Trump rispetto ad altre opzioni, a causa dei rischi connessi.
Tutti i dettagli.
LA POSIZIONE DELLA CASA BIANCA
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump “ha dimostrato di non aver paura di usare opzioni militari se e quando lo ritiene necessario, e nessuno lo sa meglio dell’Iran”. Lo ha detto ieri la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt parlando con i giornalisti riguardo le proteste in corso in Iran. Il presidente, ha aggiunto Leavitt, “è molto bravo a tenere sempre tutte le opzioni sul tavolo. Gli attacchi aerei sarebbero una delle molte opzioni sul tavolo. La diplomazia è sempre la prima opzione per il presidente”.
Le opzioni che il presidente sta valutando non prevedono l’invio di truppe sul terreno in Iran, ha dichiarato ieri alla Cnn un alto funzionario della Casa Bianca.
IL MESSAGGIO ODIERNO DI TRUMP: “L’AIUTO STA ARRIVANDO”
E ora arriva, il messaggio dell’inquilino della Casa Bianca, attraverso Truth: “Patrioti iraniani continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Salvate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani. L’aiuto è in arrivo”.
Questo è il sostegno più esplicito che Trump abbia dato all’idea di rovesciare il regime iraniano da quando le proteste sono iniziate più di due settimane fa. Sebbene Trump abbia affermato che “gli aiuti sono in arrivo”, non ha specificato quale forma assumeranno, osserva Axios.
LE OPZIONI SUL TAVOLO, NON SOLO MILITARI
Ex funzionari statunitensi affermano che le opzioni considerate spazierebbero da attacchi militari su larga scala a attacchi più mirati contro specifici leader iraniani o contro le infrastrutture di polizia che avrebbero aiutato il governo iraniano a reprimere violentemente le proteste.
Trump sta anche valutando una serie di opzioni per colpire il regime iraniano, che non si limitano ad attacchi militari, sostengono a fonti stampa funzionari dell’amministrazione, nel tentativo di dare seguito alla promessa di aiutare i manifestanti nel Paese. Le opzioni includono operazioni informatiche contro obiettivi militari o del regime iraniano, un passo che potrebbe ostacolare gli sforzi per reprimere le proteste, ha affermato un funzionario.
Non solo: secondo quanto dichiarato da un funzionario statunitense ad ABC News, sul tavolo ci sarebbero anche nuove sanzioni contro figure del regime o settori dell’economia iraniana come l’energia o il settore bancario, Un funzionario
L’amministrazione ha anche valutato la possibilità di fornire tecnologie come Starlink per rafforzare la connettività internet in Iran. Trump ha affermato che probabilmente avrebbe chiamato Elon Musk, proprietario di Starlink, dopo il suo ritorno a Washington dalla Florida.
COSA SUCCEDERÀ NELLE PROSSIME ORE
Mick Mulroy, collaboratore di Abc News che ha ricoperto il ruolo di vice assistente segretario alla Difesa per il Medio Oriente al Pentagono, ha affermato che il presidente riceverà probabilmente una valutazione di intelligence sull’impatto di un attacco militare diretto e sulla possibilità che possa portare a un cambio di regime.
“Credo che se scegliessero di procedere [con un attacco militare], si concentrerebbero su obiettivi specifici del regime per controllare o reprimere le proteste”, ha spiegato Mulroy. Tra questi, le forze Basij del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche o altri elementi della sicurezza interna, ha aggiunto, ritenuti responsabili della morte dei manifestanti.
LE FORZE IN CAMPO
Attualmente ci sono 30.000 soldati statunitensi dispiegati in Medio Oriente e nella regione del Golfo Persico, di cui 2.500 in Iraq e 1.000 in Siria, ricorda Abc News. Il Pentagono vorrebbe probabilmente spostare ulteriori risorse nell’area per contribuire a proteggere queste truppe da possibili attacchi di rappresaglia.
Nella regione sono presenti sei navi della Marina, tra cui tre cacciatorpediniere lanciamissili, in grado di difendere le truppe dalle minacce dei missili balistici.
Attualmente, non ci sono portaerei né in Medio Oriente né in Europa, con la USS Gerald Ford e il suo gruppo d’attacco attualmente nel Mar dei Caraibi, dopo il trasferimento dal Mediterraneo per contribuire alle operazioni in Venezuela.
IL COMMENTO DEGLI ESPERTI
Nonostante la retorica bellicosa del numero uno della Casa Bianca, il Pentagono non ha inviato inviato portaerei o gruppi d’attacco nella regione.
“Questo è un altro esempio di come gli Stati Uniti si inseriscano in qualcosa che sta accadendo in Medio Oriente senza una chiara finalità”, avverte al Time Jon Hoffman, esperto di Medio Oriente presso il Cato Institute. “Un singolo attacco rovescerà il regime? Non credo. E chiaramente questo porterà a ulteriori richieste di ulteriori azioni”.
L’ANALISI DELL’ATLANTIC COUNCIL
“Se Trump decidesse di non agire, il costo sarebbe innanzitutto politico e reputazionale” sostiene oggi Alissa Pavia, Nonresident Senior Fellow dell’Atlantic Council, sul Sole 24 Ore.
“Dopo aver tracciato una linea rossa pubblica, l’inazione rischierebbe di erodere la credibilità americana nella regione. Eppure, i problemi che si pongono di un intervento americano sono molteplici e tutt’altro che secondari” sottolinea Pavia. “Il primo riguarda – prosegue l’esperta – la dimensione militare e strategica. Al momento, gli Stati Uniti non dispongono di una portaerei schierata nelle immediate vicinanze del Medio Oriente, elemento cruciale per condurre operazioni offensive calibrate e, allo stesso tempo, garantire la protezione delle forze statunitensi nella regione”.
“In assenza di una portaerei, le opzioni militari a disposizione di Washington si riducono sensibilmente: missili da crociera a lungo raggio come i Tomahawk, sortite limitate di aerei da combattimento basati in Paesi alleati (che però necessitano del consenso politico) oppure l’impiego di bombardieri strategici a lungo raggio. Tutte queste opzioni presentano limiti evidenti: minore flessibilità operativa, maggiore rischio di escalation e un impatto che rischia di essere più simbolico che strategico” evidenzia ancora l’esperta dell’Atlantic Council. Dopodiché, secondo Pavia “il secondo grande nodo è quello della successione politica”.
IL COMMENTO DEL CSIS
Secondo Mona Yacoubian, direttrice del Programma Medio Oriente presso il Center for Strategic and International Studies (Csis), “lo scenario più probabile che spingerebbe gli Stati Uniti a impegnarsi militarmente sarebbe se diventasse inconfutabilmente evidente che un numero enorme di manifestanti viene ucciso dal regime”, afferma al Time . Lo stesso Trump ha definito la repressione letale come un potenziale fattore scatenante, ma Yacoubian ha avvertito che la mancanza di informazioni verificabili rende difficile tale determinazione.
In assenza di tale soglia, ha spiegato, Washington potrebbe trovare più utile continuare a indebolire la posizione di Teheran senza ricorrere alla guerra. “Se l’amministrazione Trump ritenesse che ci sia un modo per indebolire sufficientemente il regime iraniano da costringerlo a sedersi al tavolo delle trattative alle condizioni degli Stati Uniti”, ha evidenziato, “questo potrebbe essere un altro fattore determinante”.
Ciò che sembra meno probabile, secondo diversi esperti, è una spinta americana a tutto campo per un cambio di regime.
Yacoubian ha sostenuto che il rovesciamento militare è in contrasto con l’approccio di Trump all’Iran. Data la sua posizione in Medio Oriente, ha osservato, l’Iran è un caso molto più complesso rispetto, ad esempio, al Venezuela, e non dispone di un’opposizione unita e organizzata in grado di governare. “Un tentativo di decapitare il regime porta a un certo livello di caos. E credo che l’amministrazione Trump sia cauta nel lasciarsi invischiare in quel livello di caos e imprevedibilità”, conclude la direttrice del Programma Medio Oriente presso il Csis.






