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Vi racconto il declino di Mirafiori

“L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” di Niccolò Zancan (Einaudi) letto da Tullio Fazzolari

Era una volta la fabbrica più grande d’Europa: 200 ettari di superficie e decine di chilometri di rotaie e di gallerie sotterranee. Ma soprattutto alla Fiat di Mirafiori lavoravano più di 40 mila persone e quasi 60 mia nel 1980. Adesso sono soltanto 4 mila e costantemente sotto l’incubo di finire in cassa integrazione che, di fatto, è l’anticamera del licenziamento o del prepensionamento. L’agonia di Mirafiori sembra purtroppo inesorabile ma anche l’analisi socio-economica più accurata sul declino dell’industria automobilistica non basterebbe a dare davvero conto di quanto realmente avvenuto a Torino in questi ultimi decenni. Riesce a farlo, invece, Niccolò Zancan con “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” (Einaudi, 156 pagine, 18 euro). E il risultato si deve a un’intuizione narrativa che si concentra sull’aspetto umano di questa storia e che, in estrema sintesi, consiste in un radicale cambiamento di prospettiva

A raccontare il declino di Mirafiori non è un cronista né un economista ma una di quelle persone che hanno lavorato in fabbrica per tutta la vita, hanno vissuto periodi in cui la Fiat aveva successo e vedono tristemente avvicinarsi l’epilogo. Il narratore è anonimo ma tutt’altro che immaginario. E soprattutto è un osservatore attento che con parole semplici sa descrivere tutto quello che accade. Parla talmente chiaro che il suo racconto potrebbe essere senza tante modifiche una pièce teatrale affidata a un affabulatore come Ascanio Celestini o Marco Paolini. La storia personale dell’ultimo operaio s’intreccia con quella di tanti colleghi. Resta in contatto con molti di loro che dalla fabbrica sono già stati estromessi come Anna o Salvo. La maggior parte sono stati prepensionati con un incentivo di circa 10 mila euro. E a quel punto la vita che fino ad allora era stata scandita nel bene e nel male dai ritmi rigorosi della fabbrica diventa un scommessa. C’è chi è tornato nel paese d’origine e ha aperto un chiosco e chi è andato fuori di testa e ha perso i soldi al gioco. Quasi tutti quelli che sono rimasti a vivere a Torino devono adattarsi a un’esistenza al risparmio e si scambiano consigli su quale può essere il supermercato dove si spende di meno. E malgrado le ristrettezze qualcuno svela un talento come essere un abile cuoco. I pochi ancora in fabbrica sono come sopravvissuti che sentono la fine avvicinarsi. Perfino dettagli meno importanti come la mancanza del latte in polvere al distributore di caffè e cappuccini sembrano il presagio che presto a Mirafiori non ci sarà più nulla.

L’amarezza del presente si mescola nel racconto con i ricordi del passato che non sono legati solo agli anni d’oro della Fiat ma anche a grandi delusioni. Con Sergio Marchionne al vertice dell’industria torinese c’erano speranze di un rilancio. Scomparso lui non se n’è fatto più nulla. I pochi giovani assunti a chiamata vengono mandati via perché un modello di automobile non si vende abbastanza. E l’ultimo operaio si sente sempre più parte di una specie in via di estinzione. Il rumore delle linee di montaggio quasi non si sente più e, come dice il suo amico Junior, questo silenzio è la fabbrica che sta morendo. Sulla pelle di migliaia di persone finisce il lavoro ma finisce pure un’epoca in cui grazie anche a quegli operai con la tuta blu l’Italia ha conosciuto il benessere. Senza di loro e senza le fabbriche scopriremo presto di essere più poveri. E anche un po’ stupidi.

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