Mobilità

Che cosa si giocano Uber e Waymo in tribunale sull’auto autonoma

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Waymo accusa Uber di aver rubato 8 segreti industriali, ma mancano (ancora) le prove. Il caso ha molti elementi da film di spionaggio 

La disputa legale tra Uber e Waymo entra questa settimana nella fase clue con l’avvio delle udienze in un tribunale federale di San Francisco. Il caso ha molti elementi da film di spionaggio che fanno la felicità di cronisti e lettori, ma anche tutte le caratteristiche di uno scontro di alto profilo tra colossi della tecnologia che vogliono mettere la loro firma sulla mobilità del prossimo futuro, automatizzata e condivisa.

I FILES DI LEVANDOWSKI

guida autonomaWaymo, lo spin-off di Google che sviluppa software per la guida autonoma basati sull’intelligenza artificiale, ha accusato l’anno scorso Uber di sottrazione di segreti industriali. Ciò sarebbe accaduto tramite l’ingegnere Anthony Levandowski, uno dei padri della Google Car che ha poi lasciato l’azienda di Mountain View per fondare una propria startup, Otto. Dopo pochi mesi, la startup è stata comprata da Uber, l’azienda di San Francisco che gestisce un popolare (e controverso) servizio di ride hailing, auto private che funzionano come alternativa ai taxi. Google sostiene che Levandowski, prima di dimettersi, abbia scaricato 14.000 documenti elettronici contenenti informazioni sulle tecnologie per la guida autonoma, che ora sarebbero in mano a Uber. I giudici che hanno esaminato finora il caso prima dell’avvio ufficiale delle udienze hanno ritenuto che non esiste alcuna prova che Uber sapesse dei files rubati, né che abbia usato i documenti. Nel frattempo Uber ha licenziato Levandowski.

NIENTE PROVE (FINORA)

L’accusa di Waymo si concentra sul furto presunto di 8 segreti industriali relativi alla progettazione di un tipo di sensore (Lidar) impiegato nelle auto senza conducente per consentire il rilevamento dell’ambiente circostante. Per Waymo non è facile dimostrare che Uber sapesse dei files di Levandowski o che abbia incorporato le tecnologie di Waymo per il Lidar nelle sue, come spiega al sito Ars Technica Russell Beck, avvocato specializzato nelle dispute sui segreti industriali. A Uber basta provare che – anche se i files sono stati portati a sua conoscenza – non li sta usando. Se però Waymo esibisce prove di condotta illecita da parte di Uber, allora la società del ride hailing sarebbe nei guai, non solo perché dovrebbe pagare danni che Waymo quantifica fino a 1,8 miliardi di dollari, ma perché la sua reputazione – già incrinata – sarebbe decisamente compromessa.

ENNESIMA TEGOLA PER UBER

Secondo il database di Courthouse News Service, nel 2017 Uber aveva un record di 433 cause da cui difendersi – da quelle intentate da autisti che chiedono la copertura assicurativa a quelle di utenti del servizio di ride hailing che sostengono di aver subito molestie. L’anno scorso Uber ha anche “perso” il Ceo Travis Kalanick, dimessosi a giugno dalla carica di amministratore delegato sotto la pressione dei problemi finanziari (Uber non ha mai generato utili) e delle dispute legali, tra cui, oltre alle accuse di Google, l’indagine del dipartimento di Giustizia sul software Greyball che Uber avrebbe installato nelle sue auto per evitare i controlli delle autorità nelle città in cui il servizio era stato vietato.Con il nuovo Ceo Dara Khosrowshahi, Uber non si è liberata dai guai: l’azienda ha dovuto giustificarsi per aver tenuto nascosto per quasi un anno un attacco hacker subito a dicembre 2016 che ha esposto i dati di 57 milioni di suoi utenti nel mondo, di cui 600.000 conducenti; Uber avrebbe anche pagato un riscatto di 100.000 dollari agli autori del furto per ottenere la distruzione dei dati. Sempre a fine 2017, Richard Jacobs, ex manager della global security di Uber, ha indicato l’esistenza di una presunta divisione interna di Uber preposta allo spionaggio delle aziende estere rivali finalizzato alla sottrazione di segreti industriali. Le rivelazioni di Jacobs, contenute in una lettera letta dagli avvocati di Waymo in tribunale in uno degli incontri pre-trial della causa contro Uber, hanno mandato su tutte le furie il giudice distrettuale: Jacobs ha descritto tattiche da film poliziesco con files criptati, telefoni usa e getta, messaggi che si autodistruggono e incontri segreti in piena notte sulle strade di San Francisco.

QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA

Nel 2016 Kalanick dichiarò al sito Business Insider che per Uber è vitale restare l’azienda leader della ricerca e sviluppo sull’auto autonoma, pena l’arr

ivo sul mercato di un altro leader capace di creare a un servizio di ride sharing con auto autonome di miglior qualità e meno costoso. Nel 2017 Kalanick ribadì: “Perché Uber continui a esistere, dobbiamo essere primi nel settore della guida autonoma”. Tuttavia, se la causa con Waymo non termina con una condanna, Uber resterà in pole position nella gara sull’auto autonoma con un vantaggio in più sulla rivale di Mountain View: la sua rete di condivisione dei viaggi in auto. Molti analisti pensano infatti che, se Waymo è avanti su hardware e software per la guida autonoma, Uber domina nei software per il ride sharing. Le due componenti – tecnologie per la guida driverless e piattaforme per la condivisione – sarebbero fondamentali.

CHI VINCE? LE CASE AUTOMOBILISTICHE

Il dibattimento in aula che ha preso il via il 5 febbraio dovrebbe produrre una sentenza, secondo il Financial Times, entro fine mese, ma se la disputa si trascinerà e Waymo e Uber sprecheranno soldi e energie in tribunale, tra i due litiganti, ammonisce il noto adagio, sarà il terzo ad approfittare, ovvero i costruttori tradizionali. Come General Motors, che già ha annunciato la sua prima auto autonoma per il mercato, la Cruise AV, per il 2019.

Patrizia Licata

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