Mobilità

Perché Renault-Nissan è un’alleanza zoppa

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sull’alleanza zoppa Renault-Nissan

L’arresto in Giappone del ceo di Renault -Nissan, Carlos Ghosn, accusato di frode fiscale per aver occultato parte dei suoi redditi, ha suscitato preoccupazioni e interrogativi, con perdite in Borsa.

CHE COSA SUCCEDE FRA RENAULT E NISSAN

È una alleanza zoppa: il partner nipponico, che era il partner debole, ora contribuisce per una quota del 60% del fatturato complessivo. A Parigi la notizia ha suscitato scalpore. Alcuni analisti vi hanno letto una sorta di «colpo di Stato», mosso dalla componente giapponese ai danni di quella francese.

MANOVRA NIPPONICA DIETRO L’ARRESTO DI GHOSN?

La questione ha riflessi politici rilevanti per via della consistente presenza pubblica in Renault. A livello politico francese c’è il timore che si tratti una manovra nipponica che prelude ad un divorzio. Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha inizialmente temporeggiato di fronte alle richieste di dimissioni di Ghosn: ha cambiato idea dopo un lancio di agenzia che dava notizie di ulteriori prove a carico del manager.

I DOSSIER CALDI

Le Maire si è così unito alla generale richiesta di coloro che hanno immediatamente ritenuto che la sua permanenza al vertice della società fosse di grave nocumento alla stessa, non solo in termini di forte incertezza nella guida aziendale. Da un punto di vista prospettico, ci sono due aspetti da considerare: lo sviluppo del mercato cinese, molto più promettente rispetto a quello europeo; la spada di Damocle delle sanzioni americane sulle auto europee.

L’INTERESSE DI NISSAN

In tutti e due i casi, il partner giapponese ha interesse ad avere le mani libere, sia per sviluppare una propria strategia in Cina, sia per non trovarsi invischiato nel conflitto tra Unione europea ed Usa. Anche questa vicenda segna un progressivo deterioramento delle relazioni economiche globali: da una parte, mette a nudo l’irritazione per gli squilibri che contraddicono gli accordi che avrebbero dovuto garantire una parità tra i partner; dall’altra il desiderio di sviluppare strategie autonome, basate su interessi nazionali.

LO SCENARIO

In fondo, però, è proprio chi oggi sostiene la necessità di mantenere aperti i mercati, e che si dichiara ostile alle politiche tariffarie Usa, ad aver usato per primo in questi anni i poteri pubblici per difendere le proprie aziende da scalate ostili dall’estero e ad aver varato norme che consentono di moltiplicare artificiosamente i propri diritti di voto. Nessuno, in questi conflitti economici, è senza colpe.

 

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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