Mobilità

Perchè Alitalia è sempre sull’orlo del baratro

di

Alitalia

La crisi di Alitalia ritorna periodicamente, come un appuntamento fisso. Colpa di strategia e scelte sbagliate

 

Nuovamente sull’orlo del baratro. Nuovemente un conto alla rovescia e qualche speranza che quel poco di italianità che è rimasta in quella che è l’ex compagnia di bandiera si possa salvare. Ancora un conto alla rovescia, un piano di salvataggio in extremis, tagli e scioperi. Sì, per la terza volta in meno di dieci anni Alitalia è a rischio di fallimento.

Insomma, la crisi dell’azienda sembra tonare ciclicamente, come se fosse un appuntamento fisso. Se nel 2008 fu scongiurata ua fusione con AirFrance da alcuni “capitani coraggiosi” che decisero di intervenire in nome della salvaguardia dell’italianità, sei anni dopo proprio la fusione con la compagnia tranalpina sembrava essere la soluzione migliore per salvarsi. Ma ad accaparrarsi Alitalia, in quel caso, furono alla fine gli emirati di Etihad. A distanza di un anno e mezzo la compagnia aerea si ritrova nuovamente in punto di fallimento, con perdite di mezzo milione di euro al giorno, secondo quanto dichiarato dal presidente, Luca Cordero di Montezemolo.

La crisi di Alitalia è ben più profonda. Sono mancate le giuste strategie e ci sono state scelte imprenditoriali sbagliate ( con il senno di poi). I problemi dell’exo compagnia di bandiera risalgono agli anni ’90. E allora andiamo indietro nel tempo.

La prima privatizzazione

I primi problemi sono iniziati già 50 anni dopo la fondazione. La compagnia di bandiera era sotto il controllo completo dello Stato (l’Iri prima, il ministero del Tesoro poi), ma l’ingresso dell’Italia nell’Unione Monetaria e i nuovi parametri di Maastricht imonevano al Governo investimenti moderati e mirati. Vittima di tutto questo è Alitalia, che nel 1996, per volontà del Governo Prodi viene in parte privatizzata: il 37% del capitale viene quotato in borsa.

A tre anni di distanza si trova anche un partner industriale: sono gli olandesi di Klm. Ma l’accordo non andrà a buon fine: dopo nove mesi, per mancanza di accordo su quale avrebbe dovuto essere l’hub principale del gruppo (l’Olanda voleva Milano Malpensa, Alitalia voleva Roma), l’amicizia viene interrotta.

La paura post 11 Settembre

Ai problemi già esistenti si aggiunge anche la paura. I conti di Alitalia risentiranno dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001.La gente ha paura di volare.

L’Arrivo di Ryanair

A cambiare le carte in tavola, senza possibilità di ritorno, è Ryanair. L’imprenditore irlandese, Michael O’ Leary, che nel 1991 ristruttura una piccola compagnia aerea locale, comprende bene che i prezzi bassi avrebbero fatto riprendere fiducia ai viaggiatori. Impone prezzi piccoli e in poco tempo la compagnia spicca il volo. Dal 1999 al 2002 i passeggeri trasportati da RyanAir passano da poco più di 5 milioni a 13 milioni e mezzo all’anno

Alitalia subisce il colpo, come (e forse peggio) tutte le altre compagnie di bandiera europee. Negli anni successivi anche gli italiani iniziano a preferire i servizi della compagnia irlandese e le azioni di Alitalia iniziano a crollare, come i suoi passeggeri. Dal 2001 al 2006 le azioni passano da 10 euro a circa 1,5 euro. I passeggeri si dimezzano in dieci anni con la quota di mercato che passa dal 50% al 25% del 2005.

Un nuovo tentativo di privatizzazione

Nel 2006 Romano Prodi sceglie di cedere il 67% ancora in mano allo Stato, la privatizzazione sembrava essere la soluzione alle perdite e alla strategia sbagliata. La gara, però, finirà deserta. La strada giusta verso il salvataggio dei conti della compagnia di bandiera sembrava essere quella della fusione con Air France: la compagnia transalpina, il 15 marzo 2008, presenta un’offerta di scambio di azioni per il 100% del capitale, che prevede 2.100 esuberi e una ricapitalizzazione da un miliardo.

Salvare Alitalia dalle grinfie francesi, per preservarne l’italianità, diventa la battaglia principale di Silvio Berlusconi, che diventato Premier, affida il salvataggio della compagnia di bandiera all’allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, il ruolo di regista dell’operazione.

Sarà Passera il regista del cosiddetto ‘Piano Fenice’. Alitalia si scorpora in una ‘bad company’, che rimane a carico dello Stato, e una ‘good company’ che prende il nome di Cai, Compagnia Aerea Italiana, nata ufficialmente il 26 agosto 2008. Per salvare Alitalia scenderanno in campo nomi illustri del mondo dell’imprenditoria da Roberto Colaninno, che diventera’ presidente, ai Benetton, ai Ligresti, a Caltagirone a Tronchetti Provera. Alcuni si tireranno fuori dalla partita appena concluso il salvataggio.

Il nuovo fallimento

Salvare l’italianità, però, era stato meno vantaggioso (economicamente) che cedere da Air France. Anche perchè, a causa dello scorporameto, Alitalia continua a pesare sulle casse dello Stato. Air France (fusosi con Klm) rimane comunque nel ruolo di partner strategico, con una quota del 25%.

AlitaliaI “capitani coraggiosi”, così viene chiamata la cordata di imprenditori scesi in campo a favore della compagnia di bandiera, non riescono a sistemare i conti, Alitalia continua a perdere. Si fanno errori di strategia, si manda a casa tanta gente, scioperi.

La Compagnia Aerea Italiana non riesce a puntare sulle rotte intercontinentali, che vengono ridotte a 16, e si affida quasi esclusivamente ad un mercato interno oramai dominato dalle compagnie low cost.

La crisi non sembra finire. Anzi, tutto sembra andare peggio: Alitalia brucia oltre 600 mila euro al giorno. In poco tempo i 735 milioni di euro della ricapitalizzazione del 2009 finiscono. Il 2012 si chiude con un rosso di 280 milioni che salirà a 569 milioni l’anno successivo.

La mano di Etihad

Nel 2013 Alitalia rischia nuovamente il fallimento. La soluzione ai guai infiniti della compagnia di bandiera sembra arrivare dagli Emirati Arabi. Il governo, guidato da Enrico Letta, avvia i contatti con Etihad.

L’8 agosto del 2014 si firma un’intesa per rilevare il 49% di Alitalia. L’anno terminerà con una perdita enorme di 580 milioni di euro. Il 1 gennaio 2015 nasce una nuova Alitalia, con il Cai, nel ruolo di holding, a controllare il restante 51%.

I passeggeri, nel frattempo, continuano a scendere. Ryaner conquista sempre più quote di mercato e in pochi mesi Alitalia si ritrova nuovamente sull’orlo del baratro, a fare i conti con la speranza di un salvataggio in extremis.

Il nuovo piano di risanamento. E tutti i tagli

alitaliaAlla guida della compagnia c’è oggi Cramer Ball. Spetta a lui presentare un piano di risanamenti che possa andar bene a Governo e Sindacati, ma l’operazione sembra assai i difficile. E i fondi potrebbero anche non arrivare.

In queste giorni è in discussione il piano di ristrutturazione: si punta alla messa a terra di 20 aeroplani, al risparmio sulle voci principali di spesa, dal carburante ai fornitori, e, soprattutto, a mandare a casa gli esuberi che son tanti.

Secondo le prime indiscrezioni ci sarebbero “Esuberi Staff”, pari a 776 unità, e “Esuberi Operations” per 1.261 persone. In totale 1.138 dipendenti in meno in Italia, 141 all’estero. A rinunciare al posto di lavoro saranno anche 558 tempi determinati.

Gli equipaggi di Alitalia saranno, invece, impiegati da Air Berlin. La low cost tedesca in pesante crisi, appartenente al gruppo Etihad, ha siglato con la compagnia italiana un contratto di wet lease (ovvero il noleggio tutto compreso, equipaggio e assicurazioni inclusi) che riguarda 4 aerei A320 dei 20 parcheggiati.

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