Non sono solo le Big Tech come Apple o Meta ad annunciare investimenti stratosferici (entrambe hanno promesso 600 miliardi) negli Usa per accattivarsi le simpatie del volubile inquilino della Casa Bianca che ha bisogno di risorse per concretizzare quella “golden age” promessa a più riprese in campagna elettorale. Piani industriali stravolti o riscritti sotto dettatura secondo le nuove regole dell’imperialismo commerciale americano. Anche General Motors, colosso statunitense dell’auto, sta mettendo mano alla propria filiera mondiale per rispettare i dettami che arrivano da Washington.
LE MANOVRE DI GENERAL MOTORS
Non è sfuggito, per esempio, che secondo i nuovi progetti per il 2026 General Motors sposterà la produzione di un modello Buick attualmente realizzato in Cina negli Stati Uniti. Chiara la volontà di manifestarsi allineata con le dottrine autarchiche trumpiane. Anche perché l’alternativa sarebbe lasciare la propria filiera esposta ai dazi di Donald Trump che, è noto, possono anche impennarsi improvvisamente.
Il costruttore di Detroit ha annunciato che metterà fine alla produzione cinese della Buick Envision, un Suv di medie dimensioni che viene importato negli Stati Uniti da quasi dieci anni. GM produrrà la prossima generazione del veicolo presso il suo stabilimento di Kansas City a partire dal 2028. Nel medesimo impianto aveva avviato una produzione limitata della Chevrolet Bolt completamente elettrica, ma col ritorno di Trump alla Casa Bianca e la bolla mondiale dell’auto elettrica tale linea di produzione dovrebbe presto cessare.
RIPARTIRE DOPO L’INCHIODATA DELL’AUTO ELETTRICA
Lo scorso autunno, tirando un colpo di spugna sui propri ambiziosi piani di elettrificazione della gamma, GM aveva annunciato il licenziamento di 1200 operai nella Factory Zero di Detroit – la fabbrica simbolo della transizione elettrica – dove vengono costruiti modelli come Chevrolet Silverado EV, GMC Sierra EV, GMC Hummer EV e Cadillac Escalade IQ e altri 550 tagli nello stabilimento Ultium Cells in Ohio, dove si producono le batterie da sommare ai 1.550 licenziamenti temporanei tra gli impianti di Ohio e Tennessee.
Riduzioni dell’organico contestate sia a livello sindacale sia a livello politico. Ora invece la Casa di Detroit vuole sottolineare il proprio impegno a intraprendere la direzione opposta: “Questa decisione rafforza ulteriormente la presenza manifatturiera di GM negli Stati Uniti e sostiene l’occupazione americana”, si legge infatti nella nota che GM ha inviato a Reuters.
UN’AUTO “SCOMODA”
La Envision veniva spedita negli Stati Uniti dal 2017, rappresentando l’unica importazione di General Motors diretta dalla Cina. Data la sua provenienza, che si prestava a facili letture assai critiche sulla delocalizzazione, era presto diventata bersaglio sia degli strali politici (a tutti i livelli, anche dei governatori) sia del potente sindacato dell’Uaw che rappresenta i metalmeccanici statunitensi.
Già nel lontano 2018 il colosso statunitense si era visto applicare un dazio del 25% su quel modello “made in China” e a nulla era servito il tentativo di chiedere al tycoon, al primo mandato presidenziale, una esenzione “ad hoc”. Col ritorno di Trump, è noto, i balzelli doganali sono tornati a impennarsi, soprattutto nei confronti di Pechino che attualmente è il principale avversario di Washington nella guerra commerciale che The Donald ha voluto intraprendere col resto del mondo.
GENERAL MOTORS LASCIA IL MESSICO?
Ma non è solo la produzione cinese a far mugugnare Trump che, è noto, ha nel mirino anche gli Stati confinanti con gli Usa, a Nord e a Sud. Già nel 2023, GM aveva annunciato il trasferimento della Suv Chevrolet Equinox nel medesimo stabilimento di Kansas City dal Messico, dov’è attualmente prodotto.
E non sarà il solo modello ad attraversare per l’ultima volta la frontiera tra Messico e Usa: a partire dal prossimo anno, infatti, General Motors sposterà anche la produzione della Chevy Blazer a Spring Hill, nel Tennessee, lasciando a secco la produzione messicana. Una strategia che potrebbe essere condivisa da un numero sempre crescente di costruttori automobilistici, americani ed europei, che hanno nel Nuovo Mondo stabilimenti in Canada e in Messico divenuti ormai inutilizzabili a causa delle barriere doganali erette da Donald Trump. A iniziare da Stellantis.






