Mobilità, Mobilità elettrica

Germania: l’auto elettrica porterà ad una perdita di posti di lavoro?

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La Germania punta sull’auto elettrica. La nuova mobilità porterà ad una perdita di posti di lavoro nel settore?

 

Il passaggio all’elettromobilità causerà una perdita di posti di lavoro nel settore automobilistico? È uno dei dibattiti in corso in Germania, dove case costruttrici e governo hanno individuato nel passaggio dai motori a combustione a quelli elettrici la nuova frontiera dell’auto per il prossimo decennio.

La transizione appena avviata negli stabilimenti delle grandi aziende tedesche del settore, faticosa e piena di ostacoli come abbiamo documentato in un precedente articolo, è accompagnata da preoccupazioni che investono in particolare sindacati e lavoratori. Questi ultimi, peraltro, già danneggiati dalle conseguenze dello scandalo del dieselgate, la manipolazione dei livelli di gas di scarico dei motori diesel di Volkswagen: la casa di Wolfsburg ha già annunciato che 30 mila posti di lavoro verranno sacrificati sull’altare del risparmio.

Non sorprende dunque che anche il tema del lavoro sia finito all’interno del più ampio dibattito sulle trasformazioni che attendono anche l’industria automobilistica tedesca e che esso si agganci a quello generale del destino dei lavoratori al tempo del digitale, dell’automazione, dei robot,  dell’industria 4.0. Con circa 800.000 addetti impiegati e un fatturato vicino ai 450 miliardi, il settore dell’auto è ancor oggi il più rilevante dell’industria del Paese e la sua capacità di lobbing, nonostante la caduta d’immagine dovuta al dieselgate, resta fortissima e in grado di accompagnare le scelte di politica industriale di governi federali e Länder regionali. E la grande maggioranza dei lavoratori impiegati, per esattezza 600.000, sono ancora legati alla produzione di auto con motori a combustione, benzina o diesel.

Cosa avverrà nei prossimi anni con l’annunciato passaggio all’elettromobilità? E cosa accadrà in particolare nel 2030, se la politica deciderà di mettere al bando auto diesel o a benzina come auspicato dai Verdi, che potrebbero entrare nel prossimo governo federale e che già sono presenti o addirittura guidano esecutivi regionali e grandi città? A queste domande hanno di recente risposto due ricerche condotte da due istituti prestigiosi: l’istituto economico Ifo di Monaco di Baviera e l’European Climate Foundation (Ecf), fondazione internazionale con sede a L’Aia e diramazioni in tutta Europa, fra cui Berlino. Le indagini hanno messo a fuoco due aspetti differenti del futuro dell’auto. L’istituto bavarese, incaricato direttamente dall’associazione che rappresenta l’industria automobilistica tedesca, ha indagato le conseguenze su lavoro e clima causate dall’eventuale messa al bando dei motori a combustione. La fondazione europea, che invece si è avvalsa oltre che della collaborazione della stessa associazione automobilistica anche di rappresentanti delle case costruttrici (Daimler, BMW, Volkswagen), del sindacato Ig Metall e di gruppi ambientalisti, ha allargato l’analisi anche a quel che avverrebbe agli altri settori interessati dall’avvento dell’auto elettrica. E le due ricerche non avrebbero potuto condurre a risultati più diversi.

Molto pessimistici i dati sfornati dall’Ifo, secondo i quali il divieto di produrre auto con motori tradizionali metterebbe in pericolo, in maniera diretta o indiretta, almeno 620.000 posti di lavoro in Germania. Quasi mezzo milione (457.000) di operai è infatti impiegato in reparti dedicati alla sola produzione di motori a combustione come la fabbricazione di propulsori a diesel o benzina o di sistemi di controllo e riduzione delle emissioni. Ad esso, secondo i ricercatori di Monaco, andrebbero aggiunti altri 163.000 addetti nelle aziende dell’indotto, come quelli alla produzione di carburante o alla fabbricazione di sistemi di cambio, che sui motori elettrici sono molto meno complessi. Si tratta del 10% dei posti di lavoro totali nell’industria. Di questi almeno 130.000 sarebbero a fortissimo rischio, perché gli addetti colpiti sono impiegati in aziende di media e piccola dimensione, che troverebbero enorme difficoltà a riciclarsi in produzioni legate ai motori elettrici.

auto elettricaPassando dai numeri degli operai a quelli dei fatturati, l’Ifo ipotizza che il bando metterebbe in pericolo il 13% del valore aggiunto lordo dell’industria tedesca, 48 miliardi di euro. Anche se gli studiosi ammettono che questi dati rappresentano uno scenario negativo radicale, che difficilmente si verificherà del tutto: almeno una parte dei lavori potrà essere dirottata su segmenti di produzione esenti dall’ipotetico divieto, come quello dei motori a combustione per camion e autobus, e un’altra verrà assorbita dai reparti dedicati allo sviluppo e alla produzione dell’auto elettrica.

Le note positive riguardano invece gli effetti sull’ambiente, pure indagati dalla ricerca dell’Ifo. In questo caso gli esperti hanno disegnato due scenari dal 2030 al 2050: e se senza divieto, grazie ai progressi tecnici, le emissioni di Co2 scenderebbero comunque fino a 56 milioni di tonnellate, in caso di messa al bando le emissioni calerebbero a 22 milioni di tonnellate. L’avvento dell’auto elettrica e l’addio a diesel e benzina produrrebbe insomma un calo dell’80% delle emissioni di Co2 rispetto al 2015.

Decisamente più ottimistico lo scenario prospettato dall’European Climate Foundation, secondo il quale già entro il 2030 la transizione dell’industria automobilistica dai motori tradizionali a quelli elettrici produrrebbe in Germania un saldo netto di posti di lavoro pari a 145.000 unità. I dati presentati dall’Ecf sono stati elaborati dai ricercatori britannici del Cambridge Econometrics. E gli autori dello studio sottolineano come la scelta di non confinare l’analisi degli effetti della svolta elettrica al solo segmento dell’auto, ma di allargarla al complesso dei settori che ne saranno interessati, determini stime sui posti di lavoro addirittura opposte rispetto a quelle dell’Ifo. “come in ogni trasformazione, non ci saranno solo perdenti in questa svolta”, ha detto alla Zeit uno dei responsabili dell’Ecf Christoph Wolff, “ma anche coloro che se ne avvantaggeranno”. Il plus arriverà da settori come servizi ed energia, che saranno galvanizzati dal passaggio ai motori elettrici, ha aggiunto Wolff, tanto più che le auto utilizzeranno corrente prodotta in Germania piuttosto che prodotti raffinati importati.

Pierluigi Mennitti

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