Mobilità

Ferrovie, l’Alta Velocità sabotata, la rete in tilt e i nuovi Cattivi Maestri. Il commento di Polillo

di

Cipe

Se si predica la No Tav, se le grandi infrastrutture sono considerate sterco del diavolo, perché meravigliarsi troppo se piccoli gruppi prendono una latta di benzina per incendiare quelle centraline da cui dipende la complessa organizzazione del traffico ferroviario? Il commento di Gianfranco Polillo

 

Negli “anni di piombo”, il mito della rivoluzione socialista, per un mondo migliore, fu il grande brodo di coltura che spinse i più fragili verso le azioni di lotta armata. Espropri proletari, come allora furono chiamate le rapine per ottenere le risorse necessarie con cui supportare l’azione militare. Attentati, contro le forze dell’ordine, giornalisti, magistrati ed uomini politici. Aldo Moro pagò con la vita questo delirio palangenetico. Alcuni credevano in quel che facevano, accecati da “cattivi maestri”. Altri, invece, manovrano dietro le quinte. Servizi segreti di vario tipo e provenienza. Uomini di potere interessati allo status quo. Ed un’idea nella testa: costava meno finanziare quei movimenti, piuttosto che partecipare democraticamente alla competizione elettorale.

La maggior parte della sinistra aveva preso le distanze da quegli estremismi. Ma non mancavano i patemi d’animo. Compagni che sbagliavano. Ma che comunque andavano difesi. E di fronte a chi, con coraggio, indicava il pericolo di “trame oscure”, c’era qualche vecchio personaggio che vedeva in quelle lotte il sogno tradito di avvenimenti lontani. Quando il “fronte era fronte”: come cantava Ivan Della Mea, nelle sue canzoni contro l’imperialismo americano.

Oggi tutto questo retroterra, per fortuna, non esiste di più. La storia si è incaricata di spazzar via sogni ed incubi di tanti anni fa. Ma certe relazioni di carattere sistemico non sono venute meno. Se si predica la No Tav, se le grandi infrastrutture sono considerate sterco del Diavolo, perché meravigliarsi se piccoli gruppi – gente fragile dal punto di vista culturale e quindi facilmente manipolabile – prendono una latta di benzina per incendiare quelle centraline da cui dipende la complessa organizzazione del traffico ferroviario? Si dirà: un gesto inconsulto. Come se gli episodi degli “anni di piombo” non avessero avuto le stesse caratteristiche.

Anarchici di vario rito: può essere. Ma dov’è la differenza rispetto ad allora? Cambiano i nomi e le circostanze, ma le allucinazioni restano identiche. Come pure il brodo di coltura. Ed allora la responsabilità investe mondi diversi. C’è chi arma la mano degli attentatori. Che fornisce loro gli strumenti e la logistica necessaria. Ma poi c’è il clima culturale che si continua ad evocare. Ed è questo che produce mostri. Forse ci sarebbero comunque, chi può dirlo? Ma intanto gli alibi forniti creano contiguità, come allora avvenne tra certi ambienti della sinistra e tanti esponenti delle BR.

Che il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ci faccia un piccolo pensiero. Negli anni ‘70 ed ‘80, non ci furono ministri che garantirono coperture ideologiche. Vi furono casi umani, come quello di Donat Cattin, il cui figlio Marco, fu esponente di Prima linea. La colpa dei figli che ricadeva sui padri, determinando il loro allontanamento dalla vita politica attiva. Oggi, non ci aspettiamo tanto. Ma nemmeno che il responsabile di un dicastero abbia come primo obiettivo quello di bloccarne, come sta avvenendo, l’operatività. O che, nelle dichiarazioni successive all’attentato, non vi sia una sola parola di condanna. Segno di un evidente imbarazzo. Specie all’indomani del licenziamento in tronco di Pierluigi Coppola, troppo tenero nei confronti del progetto Torino-Lione.

Insomma, anche non volendo, il comportamento del ministro rischia di fornire delle coperture, seppure indirette, ad un movimento, come quello dei No Tav, che ha più volte dimostrato di non essere alieno ad atti di violenza. E questo non è tollerabile.

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