In un tempo ormai lontano c’è stato un periodo in cui le Fiat erano le auto più vendute a Hong Kong. Poi un giorno arrivarono i giapponesi e le loro vetture avevano in più l’aria condizionata. A Torino la reazione fu scettica: mettere il condizionatore su un’utilitaria fu considerato un lusso inutile e uno spreco costoso. Il risultato fu che di Fiat a Hong Kong non se ne videro più. Nessuno se ne preoccupò perché allora in Italia le vendite andavano a gonfie vele ma in qualche misura l’episodio era un segnale premonitore del modo inadeguato con cui non soltanto la Fiat ma tutta l’industria automobilistica europea intendevano affrontare il futuro. Le conseguenze ovvero quanto è successo negli decenni è quello che spiega in maniera molto efficace Francesco Zirpoli con “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile” (Laterza, 268 pagine, 16 euro).
L’aspetto fondamentale è che, forse per la prima volta, un ottimo libro permette di capire tutto. E la parabola o, meglio, il declino dell’industria automobilistica vengono raccontati in ogni dettaglio. Leggendo “Auto-distruzione” ci si rende conto che finora l’informazione sull’argomento è andata avanti a strappi: un giorno c’è la notizia del crollo delle vendite e un altro la preoccupazione per licenziamenti e cassa integrazione fino all’ultima follia secondo cui anziché macchine converrebbe produrre carri armati dimenticando che per farlo bisognerebbe riconvertire quasi totalmente le fabbriche. Difficile orizzontarsi fra nuove e sempre più complesse norme a tutela dell’ambiente e reali possibilità di passare totalmente all’auto elettrica nell’arco di un decennio. Francesco Zirpoli ha il merito esclusivo di rimettere un po’ d’ordine in tale caos e, soprattutto, riesce a dare una visione complessiva delle condizioni dell’industria automobilistica europea e dei possibili scenari per il suo futuro.
Il punto di partenza che non va dimenticato è che quella dell’auto è stata per decenni la “madre di tutte le industrie”. Di fatto ha svolto il ruolo di motore trainante non soltanto per l’economia ma anche per un modello sociale in cui benessere e migliore stile di vita erano più diffusi. I meriti del passato però erano il risultato di una capacità di adeguarsi ai nuovi tempi che l’industria automobilistica europea aveva e che progressivamente ha un po’ perduto. Che sia un patrimonio da difendere è sicuramente vero. Ma non serve a nulla lamentare che sia sotto assedio stretta fra i regolamenti UE e l’avanzata cinese. La verità che Zirpoli riesce a dimostrare in modo esauriente è che anche le industrie automobilistiche devono fare la propria parte come hanno saputo fare in passato. E l’unica strategia per uscirne è proprio cavalcare la transizione ecologica il che vuol dire cogliere le opportunità dell’innovazione e trasformarsi ancora una volta senza lesinare sugli investimenti. E anche senza inutili vittimismi perché in realtà l’automobile non ha troppi nemici. Come disse un presidente della Volkswagen tutti vogliamo andare verso un mondo migliore ma nessuno vuole andarci a piedi…







