Mobilità

Come decollano le turbolenze in Confindustria su Alitalia

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Alitalia

Bonomi (presidente Confindustria) attacca il salvataggio statale di Alitalia. Palenzona (presidente della confindustriale Assaeroporti) non è contrario all’intervento dello Stato per la compagnia di bandiera e chiede aiuto al governo. Mentre Ryanair…

I vertici di Confindustria picchiano sul salvataggio statale di Alitalia, ma non tutti nella confederazione – ad esempio l’associazione delle imprese che gestiscono gli scali aeroportuali – sono concordi con la linea del nuovo presidente della confederazione di viale dell’Astronomia, Carlo Bonomi.

“Con i soldi che abbiamo pagato negli ultimi anni per Alitalia, per una compagnia che è ancora in crisi, compravamo cinque compagnie aeree: Air France, Klm, Lufthansa, Norwegian Air e Finnair. Non credo che il modello sia questo il modello”, ha detto giorni fa Bonomi, presidente designato di Confindustria, intervenendo a “Mezz’ora in più” su Rai3.

Ma le società aeroportuali non sono dello stesso avviso di Bonomi.

“Non siamo contrari al rilancio di Alitalia, ma questo non può avvenire con misure protezionistiche che allontanano le low cost protagoniste in questi anni dell’ incremento di traffico nel nostro Paese”, ha affermato il presidente di Assaeroporti, Fabrizio Palenzona, in un’intervista al Corriere della Sera in cui sottolinea che al settore “servono 800 milioni di euro. È necessario che venga istituito un fondo dedicato ai gestori per supportarli, non solo in questa fase critica, ma anche durante la ripresa del traffico che prevediamo possa avvenire nel secondo semestre del 2021”.

“Sia chiaro: non siamo contrari all’idea di una compagnia di bandiera”, premette Palenzona. Ma “bisogna evitare misure selettive per avvantaggiare Alitalia perché disincentivano i vettori low cost e rischiano di farci tornare indietro, a un trasporto aereo d’élite”. In merito ai danni causati dalla pandemia, “quest’anno prevediamo un calo di 1,6 miliardi di euro di ricavi e di 120 milioni di passeggeri”, cioè il 63% in meno sul 2019, spiega Palenzona, che chiede di “togliere l’addizionale comunale da 6,5 euro per passeggero in partenza, per tutti e soprattutto per gli scali più piccoli”.

Per Palenzona, che è anche alla testa dell’associazione confindustriale Aiscat che riunisce le concessionarie autostradali, “bisogna garantire gli investimenti senza gravare sulle tariffe e quindi, come del resto suggerisce l’Europa, agire sul terzo elemento della concessione: il tempo”. Infine, “è venuto il momento che si faccia un grande piano di mobilità intermodale che colleghi tutte le forme di trasporto in modo intelligente e che faciliti l’accesso ai nostri aeroporti, in particolare via ferro”.

Chi invece picchia su Alitalia e sul governo è Ryanair.

“Non si possono alzare barricate a difesa della compagnia italiana e pensare a norme ‘comuniste’ che nemmeno nella Corea del Nord avrebbero senso”. Parola dell’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, intervistato da Repubblica attacca i 3 miliardi di euro per Alitalia. “Non me la prendo per la cifra, tanto sono solo nuovi soldi bruciati nella fornace di Alitalia. Il problema è un altro: noi vogliamo che la partita sia arbitrata in maniera equa e non a favore di un solo giocatore come sta facendo il governo”.

“Siamo pronti a dare battaglia e a salvaguardare i nostri interessi dando il via ad un ricorso in sede europea per aiuti di Stato ad Alitalia. Ma prima di passare all’attacco vorrei incontrare il premier Giuseppe Conte”, afferma O’Leary. “Qui si sta cercando di costringere gli aeroporti a stipulare accordi con la compagnia di bandiera e ad allontanare gli altri vettori. Non solo: si chiede a tutti di rispettare i contratti di lavoro siglati solo da Alitalia con alcuni sindacati, alzando i costi dei concorrenti”, accusa il manager.

“Si fa l’opposto di quanto sarebbe logico fare. Ossia abbattere i costi, tagliare le tasse abolendo le addizionali comunali che gravano sui passeggeri. E invece no, si adotta uno schema protezionistico che farà del male – avverte – a tutto l’indotto, dal turismo ai ristoranti fino agli alberghi”. Inoltre “l’Italia e il suo turismo hanno un estremo bisogno di concorrenza e di traffico diretto verso le regioni, anche per sostenere l’occupazione giovanile e le ricadute positive sui territori. Il decreto, invece, costringerà le low cost ad abbandonare alcune zone del Paese”, conclude O’Leary.

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