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Chi e perché accusa le case auto di inquinare più del dichiarato. Report

Qualità Aria Emissioni Auto

Le Ong Transport e Environment hanno ricalcolato l’impatto dell’industria automotive dando più peso alle emissioni del ciclo di vita di ogni vettura: Stellantis +149%. Tutti i dettagli

Sebbene molti studi abbiano smentito che l’inquinamento automobilistico sia la prima causa di emissioni delle famigerate polveri sottili, le sostanze tossiche capaci di superare le nostre “barriere” naturali, depositandosi nei polmoni (secondo i dati Ispra, è il riscaldamento domestico la prima fonte di PM 2,5 seguito dagli allevamenti intensivi di animali, rispettivamente con il 38% e il 15,1% del totale. Al terzo posto, con l’11,1% l’industria, mentre il traffico totalizza il 9%), il comparto dell’auto resta comunque sorvegliato speciale. Soprattutto da parte di Transport & Environment (T&E) e Legambiente che, nel loro ultimo studio, sostengono che le emissioni globali delle case automobilistiche superino mediamente del 50% l’ammontare ufficiale, “con punte del 149%, 116% e 81% riscontrate rispettivamente presso Stellantis, Hyundai-Kia e BMW”.

A QUANTO AMMONTANO LE EMISSIONI DELL’INDUSTRIA DELL’AUTO?

A differenza di altri prodotti, “come per esempio un complemento d’arredo o un telefono cellulare, la stragrande maggioranza (98%) delle emissioni di un’auto non deriva dalla sua produzione bensì dal suo utilizzo”. Focus, insomma, sul periodo successivo alla produzione, che però è difficilmente calcolabile in concreto, possono essere realizzati modelli predittivi e molto cambia in base ai dati utilizzati per realizzarli.

Le emissioni totali rese note dalle case automobilistiche sono il risultato di un calcolo che tiene conto di una serie di fattori come le dimensioni medie dei veicoli, il luogo in cui vengono guidati e la durata del loro ciclo di vita. I dati elaborati sono raccolti secondo criteri selettivi e discutibili che sono finalizzati a determinare numeri più bassi. BMW, ad esempio, stima le emissioni medie dei suoi veicoli ipotizzando che questi ultimi percorrano non più di 150.000 chilometri nel corso della loro esistenza. Un dato, denunciano le Ong, che non corrisponde alla realtà.

“Stellantis è una delle case peggiori per impatto globale per ogni auto prodotta (ben 62 tonnellate di CO2), a causa dei tanti, troppi fuoristrada venduti soprattutto in America” ha dichiarato Andrea Poggio, Responsabile Mobilità Sostenibile di Legambiente. “Si tratta di auto grandi e pesanti che producono nella loro vita decine di volte il loro peso in gas di scarico inquinanti per la salute e il clima. Il futuro è la mobilità elettrica collettiva e dei veicoli elettrici leggeri come ebike e quadricicli.”

Ma perché è importante sapere quanto inquina un comparto? Non solo per motivi ambientali, ma soprattutto perché, in base alle norme UE che entreranno in vigore nel 2023, fondi di investimento e società finanziarie dovranno rendere note le loro emissioni indirette.

L’AVVISO AGLI INVESTITORI

Analisi più accurate, evidenziano T&E e Legambiente, rivelano anche come, in alcuni casi, l’intensità di carbonio degli investimenti nelle aziende automobilistiche sia addirittura superiore a quella associata alle operazioni finanziarie nell’industria petrolifera. Ai prezzi odierni, per esempio, un milione di euro investito nella Exxon Mobil finanzia infatti circa 2.000 tonnellate di CO2 equivalente. Lo stesso importo diretto al settore automobilistico ne finanzia oltre 4.500. In alcuni casi l’intensità di carbonio è significativamente più alta: con picchi di 7.000 tonnellate per gli investimenti in Honda e di quasi 10.000 per quelli in Renault-Nissan-Mitsubishi.

“Per un investitore le case automobilistiche hanno un’intensità di carbonio superiore a quella dell’industria petrolifera, un aspetto che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per l’industria finanziaria”, conclude Bonaccorsi. “Se vogliono evitare di subire l’impatto di questa bomba ad orologeria, gli asset manager dovranno disinvestire dai costruttori che non hanno un piano aggressivo di riduzione delle emissioni“.

Secondo le stime della società finanziaria statunitense Morningstar, entro la fine del 2022 circa il 50% di tutti i nuovi prodotti finanziari venduti sul mercato saranno basati su criteri ESG, ovvero ambientali, sociali e di governance. Tali criteri, tuttavia, non riescono a cogliere in pieno il reale impatto climatico delle aziende. Pur essendo gli indicatori ambientali più importanti, infatti, le emissioni di CO2 rappresentano meno dell’1% del rating ESG dei titoli presenti in due dei principali indici di borsa del mondo: S&P e MSCI. Per questa ragione, T&E chiede all’UE di regolamentare e armonizzare la metodologia per il calcolo dei rating stesso, garantendo così una comunicazione coerente e trasparente dei dati.

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