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Che cosa succede a Ita? Non solo per le cappelliere…

Ita

Non solo il caso delle cappelliere: la scadente esperienza nella gestione del personale di Ita era già emersa con le modalità di assunzione adottate e ancor più con il contratto di lavoro che ricorda un’Italia manifatturiera da anni ’50. L’articolo di Paolo Rubino, già top manager di Alitalia

 

365 all’alba. Questo è il titolo di un bel film del 1987 diretto da Marco Risi. Narra la storia del caporale Claudio Scanna, recluta assegnata al 47° battaglione “Fortapàsc” di stanza nel Friuli, all’epoca ancora terra di confine con il crepuscolare mondo jugoslavo. E del suo tenente, Armando Fili, uomo frustrato nella carriera, insicuro, ossessionato da un obsoleto concetto di disciplina, da una patologica gelosia e privo di ogni carisma.

Il film riflette la crisi che, a metà degli anni ’80, aveva irrimediabilmente compromesso il valore del servizio di leva militare, istituzione nazionale in vigore fin dall’unità della nazione nel 1860.

L’assenza di investimenti, innovazioni e scopi congrui in campo militare avevano ridotto, infatti, l’organizzazione militare italiana a mero fatto burocratico, abitudinario e odioso per i coscritti. Insomma, luogo di pascimento temporaneo della durata di un anno per ogni giovane maschio cittadino e di pascimento nevrotico a vita per ufficiali e sottufficiali condannati a grama esistenza priva di ambizioni e riconoscimenti morali oltre che materiali.

Il tenente Fili prende di mira la recluta Scanna, ne persegue l’annichilimento in modo ottuso e sleale. La degenerazione della leva militare, tratteggiata nel film, avrebbe portato all’inevitabile esito della sua abolizione legale in Italia nel 2004.

L’episodio che vede protagonista l’imprenditrice e comunicatrice Costanza Esclapon de Villeneuve a bordo del volo di Ita tra Palermo e Linate del 29 ottobre scorso e la reazione del vertice della Compagnia nei confronti dello staff di bordo di quel volo fa piombare la neonata Ita nel cupo clima del film di Risi.

Il fatto accaduto, per chi ha un po’ di dimestichezza con la routine quotidiana dei voli aerei, è in sé davvero banale: la passeggera, salita a bordo tra gli ultimi, ha difficoltà a sistemare il bagaglio che, per fretta e comodità personale, non ha fatto accomodare in stiva al momento del check in.

Le cappelliere degli aerei non sono notoriamente uno spazio infinito. Inoltre, i regolamenti di sicurezza, resi ancor più costrittivi dall’emergenza covid, impongono limiti categorici all’imbarco dei bagagli in cabina.

I volatori esperti hanno chiara questa situazione e, ovviamente, ricorrono ad ogni espediente per aggirarla.

Gli assistenti di volo sono addestrati da sempre a gestire questa situazione tipica. Il metodo di addestramento si basa sull’apprendimento delle cosiddette tecniche comportamentali di assertività. Maggiore è la dimestichezza degli assistenti di volo con tali tecniche, più rapida e fluida sarà la gestione dell’eterna, ineludibile, dialettica tra le richieste autoreferenziali dei passeggeri e l’obbligo professionale del personale di cabina che consiste nel favorire un imbarco del volo ordinato, rispettoso di ogni normativa, cortese e prioritariamente funzionale alla puntualità del decollo.

Pretendere dai passeggeri che rinuncino all’autoreferenzialità è ingenuo, salvo che non si adottino le procedure da colonia di Ryanair. Immaginare che il personale di bordo gestisca le eccezioni piegandosi all’autoreferenzialità di ogni passeggero è da incompetenti. Affidarsi alla professionalità del personale di contatto è la sola strada fruttuosa per chi opera nei servizi e coltivare quella professionalità con adeguati investimenti in formazione è il compito del management.

Ovviamente, se il personale è “novellino” possono sorgere temporanee criticità che l’esperienza correggerà. Forse che il personale della neonata Ita è costituito da neoassunti privi di esperienza? Se davvero così, l’episodio che ha coinvolto Esclapon de Villeneuve deve essere ridimensionato a normale incidente di crescita di una compagnia di neofiti.

Ma il timore che assale è, invece, che i vertici di Ita, umiliati, per loro stessa ammissione, da capi di compagnie straniere che hanno preteso la segregazione del vecchio nome Alitalia giudicato zavorra nelle trattative di alleanza, come il tenente Fili di 365 giorni all’alba cerchino il riscatto con ottuso accanimento gerarchico nei confronti dei dipendenti.

Tali appaiono le misure sanzionatorie all’equipaggio del volo Palermo-Linate per lo “sgarbo” verso la passeggera e poco importa che tali misure siano mera minaccia o si traducano in azioni concrete. La scadente esperienza nella gestione del personale di Ita d’altronde era già vigorosamente emersa con le modalità di assunzione adottate e ancor più con il contratto di lavoro che ricorda un’Italia manifatturiera da anni ’50 piuttosto che una contemporanea azienda di servizi in un’industria altamente competitiva.

Per questi vertici valgano da ammonimento le parole pronunciate dal presidente Mattarella in un evento al Quirinale il 10 novembre scorso: “La flessibilità – nei contratti di lavoro – aumenta le disuguaglianze, spesso si traduce in retribuzioni insufficienti e in un allargamento della platea dei ‘poveri da lavoro’ con salari bassi, lavori intermittenti e part time involontari”.

L’inadeguatezza di un vertice aziendale non è mai “causa prima incausata”. Come per il tenente Fili nel film di Risi essa è la conseguenza dell’approssimazione, della scarsità di idee, dell’aprioristica rinuncia a compiere imprese, della perdita di motivazioni ideali dell’organizzazione nel suo complesso. Quanti giorni restano all’alba della fine per l’Alitalia reincarnata in Ita?

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