Mobilità

Che cosa celano le prime sberle programmatiche fra M5s e Pd. Il commento di Polillo

di

Di Maio

Il commento di Gianfranco Polillo

 

Lo scontro sulle infrastrutture, dopo l’intervista del ministro Paola De Micheli a La Stampa, non è né una falsa partenza, né un incidente di percorso. La colpa della ministra era stata quella di ripetere quanto scritto negli accordi di governo. Sì alla variante di Gronda, che il precedente ministro Danilo Toninelli aveva congelato. Ma soprattutto aveva ricordato che le concessioni autostradali, di cui la famiglia Benetton è titolare, attraverso Atlantia, andranno “riviste“ e non semplicemente “revocate”, come una parte del Movimento riteneva.

Immediata la reazione degli ortodossi, per bocca del senatore Michele Giarrusso che l’ha invitata a togliersi di mezzo. Vada “all’opposizione immediatamente senza tergiversare”. Dopo averle ricordato quali sono i reali rapporti di forza (due a uno) tra il Movimento e il Pd. Come dire: zitti e buoni. Soprattutto non disturbate il manovratore. Chi sarebbe poi? Al momento, vista la diarchia tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, che convoca i ministri pentastellati alla Farnesina, difficile dire.

Paola De Micheli si era limitata a citare il punto 22 del Programma di governo, redatto da Giuseppe Conte: “Sarà inoltre avviata la revisione delle concessioni autostradali, confermando il piano tariffario unico”. Inciso che era già contenuto (punto 19) nel documento votato on line. Con l’unica differenza che in quel caso non si accennava al piano tariffario. Sennonché il Capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, intervenendo in prima persona, alla vigilia delle votazioni, aveva più volte assicurato circa la “revoca” della concessione. Gioco delle parti, per sollecitare la partecipazione degli attivisti? Semplice pressione sul Presidente incaricato? Domande, al momento, senza risposte.

C’è tuttavia un argomento ancora più spinoso, che riguarda la riduzione del numero dei parlamentari. Una delle grandi priorità politiche dello stesso Movimento. Il voto della base è stato richiesto su un documento che prevedeva (punto 10) “è necessario inserire, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le garanzie costituzionali, di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale”. Un impegno preciso e tanti bla bla.

Il testo è rimasto lo stesso, dopo gli accordi di governo con il Pd, ma con la seguente significativa aggiunta: “In particolare, occorre avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, del sistema elettorale. Contestualmente, si rende necessario procedere alla riforma dei requisiti di elettorato attivo e passivo per l’elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, nonché avviare una revisione costituzionale volta a introdurre istituti che assicurino più equilibrio al sistema e che contribuiscano a riavvicinare i cittadini alle Istituzioni”.

L’aggiunta è significativa, dato che dà forza all’avverbio “contestualmente” rispetto alle affermazioni generiche del documento votato, prevedendo “in particolare” la riforma del sistema elettorale. In termini giuridici il suo significato è chiaro. Vuol dire “nello stesso tempo”: intervallo in cui dovranno essere approvati entrambi i provvedimenti. Sennonché la cucina è diversa. Per la riduzione del numero dei parlamentari basta un solo voto, per porre termine all’iter parlamentare. Mentre per la legge elettorale si deve ancora cominciare. Verranno allora fermati gli orologi e rivista la tabella di marcia per la riduzione dei parlamentari, o si declasserà quel termine (“contestualmente”) a pura annotazione di stile?

Il relativo esito non è senza significato. Nel primo caso, come nell’eventualità di una “revoca” e non di una semplice “revisione” delle concessioni, a vincere la partita sarà lo spirito della democrazia diretta. Nel secondo quella parlamentare. Ma comunque vada a finire, la scelta non sarà senza conseguenza ai fini del delicato equilibrio, che si è creato all’interno delle due formazioni di governo. La dura reprimenda di Michele Giarrusso è un segnale, che non va derubricato.

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