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Perché alle case automobilistiche non convince il piano “made in Europe” della Commissione Ue

Il commissario Séjourné ha elaborato un piano per rafforzare l'industria automobilistica europea attraverso gli incentivi alla manifattura interna. Ma le case produttrici sono scettiche e anche gli altri membri della Commissione hanno dei dubbi: ecco perché

Le case automobilistiche si sono rifiutate di aderire al piano made in Europe del commissario per l’Industria Stéphane Séjourné, che prevede degli aiuti economici alle aziende che utilizzano grandi quantità di componenti europei nelle loro vetture e che – perlomeno nelle intenzioni – permetterà di contrastare l’afflusso dei veicoli elettrici cinesi. La Commissione europea ha accusato i costruttori cinesi, come Byd e Saic, di ricevere sussidi sleali da Pechino e di distorcere la concorrenza sul mercato europeo.

Secondo Séjourné, “dobbiamo stabilire, una volta per tutte, una vera preferenza europea nei nostri settori più strategici. Si basa su un principio molto semplice: ogni volta che vengono utilizzati fondi pubblici europei, questi devono contribuire alla produzione europea”.

ALLE CASE AUTOMOBILISTICHE NON PIACE IL MADE IN EUROPE DI SÉJOURNÉ

L’iniziativa del commissario ha ricevuto l’appoggio di oltre mille aziende e associazioni di categoria, tra cui il conglomerato tedesco Thyssenkrupp, la società francese di pneumatici Michelin e l’associazione di fornitori di componentistica per auto Clepa. Secondo cinque fonti sentite dal Financial Times, però, nessuna casa automobilistica vi ha aderito: sono preoccupate per i criteri con cui definire che cosa possa essere considerato “europeo” e per le modalità concrete di applicazione delle regole.

ANCHE IL RESTO DELLA COMMISSIONE EUROPEA HA DEI DUBBI

I costruttori di veicoli, comunque, non sono gli unici ad avere dei dubbi sul piano made in Europe di Séjourné: noto ufficialmente come Industrial Accelerator Act, avrebbe dovuto venire proposto il 10 dicembre scorso ma è stato rimandato prima al 29 gennaio e poi al 25 febbraio proprio perché il resto della Commissione pensa che Séjourné si sia spinto troppo in là. Gli altri commissari – ha scritto il Financial Times – pensano che la proposta non sia “pronta” e che possa essere inattuabile.

LE QUOTE MINIME DI CONTENUTO EUROPEO

Uno dei punti più critici dell’Industrial Accelerator Act riguarda l’introduzione di quote minime di contenuto europeo per i prodotti considerati strategici, come le batterie e le automobili. Per le macchine, è stato fissato un livello di contenuto locale del 70 per cento, che però le case automobilistiche considerano impossibile da rispettare per via della distribuzione internazionale delle loro filiere.

L’idea delle quote di contenuto europeo piace molto alla Francia – il commissario Séjourné è francese -, in un’ottica di protezione della propria industria. I paesi nordici, invece, storicamente più aperti al libero mercato, sono invece scettici.

I DUBBI DELLE CASE AUTOMOBILISTICHE

Il Financial Times specifica che alcuni costruttori europei di automobili, come Stellantis, Renault e Volkswagen, hanno sostenuto “in principio” l’iniziativa per remunerare le loro attività di assemblaggio e di progettazione che si svolgono nell’Unione. Mentre Bmw, in particolare, si è opposta, sostenendo che l’adozione di regole troppo complicate da rispettare rischierebbe di lasciare indietro l’Europa nella corsa mondiale all’innovazione.

Altre case automobilistiche, invece – tra cui quelle che hanno sede fuori dall’Unione -, vorrebbero che Bruxelles ampliasse la definizione di “contenuto locale” per farvi rientrare il Regno Unito, la Turchia e alcuni partner commerciali di rilievo come il Giappone.

“Se si inizia a frammentare l’area europea [escludendo ad esempio il Regno Unito, ndr], si finirà solo per creare una base industriale meno competitiva in Europa”, ha detto una fonte al quotidiano.

Effettivamente, in una bozza dell’Industrial Accelerator Act viene spiegato che la definizione di made in Europe potrebbe venire ampliata per includere paesi con i quali l’Unione europea ha siglato degli accordi commerciali. Se così dovesse essere, però, verrebbe meno l’obiettivo primario del piano: sostenere la manifattura europea.

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