Mobilità

Atlantia, Fincantieri, Cdp, Delta, easyJet. Ecco chi salirà (e chi non salirà) a bordo di Alitalia con le Ferrovie

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Tutte le ultime novità sul dossier Alitalia. Fatti, nomi, indiscrezioni

 

EasyJet dice no, Delta dice sì ma con una quota minore rispetto a quella auspicata dal governo e in soccorso di Fs, Mef e maggioranza di governo sta per entrare nella nuova Alitalia un fondo partecipato al 40% da Cassa depositi e prestiti (controllata dal ministero dell’Economia e partecipata dalle fondazioni bancarie).

Sono queste le ultime novità sul dossier Alitalia, che comunque non si chiuderà prima di marzo, come preventivato da Ferrovie e dai consulenti di Mediobanca.

Il principale smacco per le Ferrovie capitanate dall’ad, Gianfranco Battisti, e per i consulenti di Mediobanca che lavorano per Fs è il no ricevuto da easyJet.

EasyJet ha deciso infatti di uscire dal dossier Alitalia e di proseguire per la propria strada lasciando Fs e Delta Airlines col cerino in mano.

“A seguito delle conversazioni con Ferrovie dello Stato Italiane e Delta Air Lines per la creazione di un consorzio che valutasse le opzioni per le future operazioni di Alitalia – ha spiegato la compagnia inglese – easyJet ha deciso di ritirarsi dal processo. Noi confermiamo l’impegno per l’Italia quale mercato chiave della compagnia, dove attualmente easyJet trasporta 18,5 milioni di passeggeri ogni anno, impiegando 1400 piloti e assistenti di volo con contratti di lavoro italiani. Continueremo a investire nelle tre basi di Milano, Napoli e Venezia – conclude il comunicato – come abbiamo fatto negli ultimi anni, aggiungendo rotte e capacità”.

Il salvataggio della compagnia italiana perde dunque un ingranaggio fondamentale che, nei piani di governo e commissari, avrebbe dovuto occuparsi del breve e medio raggio, il tallone d’achille del vettore romano, il settore dove si accumulano il maggior numero di perdite: “Un impegno – commenta Lucio Cillis di Repubblica – che avrebbe dovuto rilanciare Alitalia da Milano Linate e Malpensa con l’ausilio sul lungo raggio degli americani da Roma. Per fare ciò il governo aveva promesso agli inglesi più libertà di volo da Linate sulle rotte extraeuropee (come verso e da Tel Aviv o Nord Africa). Ma la società con base a Londra ha deciso di mollare visto che un trasferimento dei voli tra Malpensa e Linate sarebbe costato troppo tempo e soprattutto denaro: i piani di easyJet, infatti, non possono essere cambiati nel corso di pochi mesi, così come le rotte e il numero di aerei e equipaggi. E considerando che oltre un terzo dei voli con Alitalia si sovrapponevano è stata fatta una scelta che va in direzione della continuità del network e non della collaborazione o gestione della società italiana”.

Delta dice sì, invece, al piano Alitalia. Ma inizialmente entrerà solo con una quota minima (10%), destinata a raddoppiare prima del termine del piano di quattro anni. È il risultato portato a casa da Battisti al termine del negoziato con Ed Bastian, amministratore delegato di Delta, condotto assieme a uno dei commissari (Stefano Paleari) che lo ha accompagnato nel week end ad Atlanta, ha svelato oggi Rosario Dimito del quotidiano Il Messaggero.

Delta aiuterà Alitalia a sviluppare nuove rotte verso gli Stati Uniti, scrive Il Messaggero, secondo cui tale operazione da parte della compagnia Usa segue il modello di AeroMéxico dove Delta anni fa è entrata con il 19% e, dopo quattro anni, è salita al 49%.

Intanto però la partecipazione minima del socio industriale costringe Ferrovie a dover alzare l’apporto di partenza al 40% rispetto all’originario 30%. Quindi, dovrebbe esserci un 15% del ministero dell’Economia attraverso la conversione del prestito ponte.

Secondo Nicola Lillo del quotidiano La Stampa il governo preme su Atlantia, la holding della famiglia Benetton che tra l’altro controlla la concessionaria Autostrade per l’Italia, sballottata dall’esecutivo e in particolare dal Movimento 5 Stelle dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova.

Poi Battisti – secondo il Messaggero – avrebbe ottenuto dal Tesoro la disponibilità di Fincantieri a coprire un 10-15%. Se così fosse, il gruppo della cantieristica esaudirà una richiesta della maggioranza di governo, così come il gruppo capitanato da Giuseppe Bono non ha fatto ricorso sul dossier Vitrociset dopo l’intervento in zona Cesarini del gruppo Leonardo-Finmeccanica.

Resta da trovare per Fs e Tesoro un altro 20% circa che il governo dovrà ripartire fra alcune partecipate dirette o indirette.

E’ il caso, secondo rumors finanziari, del fondo QuattroR controllato al 60% da Quattro Partner srl (tema di manager e consulenti) e partecipato al 40% dalla Cassa depositi e prestiti.

“QuattroR SGR SpA – si legge sul sito – è una società di gestione del risparmio, controllata dal management, che inizia ad operare a fine 2016. La SGR gestisce un fondo di oltre €700 mln specializzato in investimenti in aziende italiane in temporaneo squilibrio finanziario”.

Finora il fondo ha investito in Fagioli (trasporti), Ceramiche Ricchetti e Trussardi.

Il 5 aprile 2017 la sgr annunciò il primo fondo da 711 milioni di euro dedicato al rilancio delle aziende italiane di medie e medio-grandi dimensioni caratterizzate da solidi fondamentali ma in
una situazione di temporanea crisi. “Tra gli investitori del Fondo vi sono: Cassa depositi e prestiti, Inail, Inarcassa, Cassa Forense”, si legge nel comunicato dell’epoca.

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