Mobilità

Alitalia? Meglio lo Stato e poi con Lufthansa. Parla il prof. Arrigo (ex Mit)

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“La gestione commissariale di Alitalia con soldi pubblici non ha dato esiti mentre la cordata privata a trazione Ferrovie sembra già partire con un progetto di nozze coi fichi secchi. Quindi meglio una gestione transitoria dello Stato. Mentre Delta…”. Passato, presente e futuro di Alitalia secondo l’economista esperto di trasporti Ugo Arrigo, già al ministero dei Trasporti con Toninelli

Professor Ugo Arrivo, che ne pensa dell’ipotesi di una gestione pubblica transitoria per Alitalia?

Per rispondere a questa domanda bisogna prima formularne un’altra: vi sono soluzioni private per Alitalia?

E ora risponda, però…

A me sembra sinceramente di no. Almeno non ora. Le stiamo cercando ormai da due anni e mezzo senza successo alcuno, dunque è molto probabile che non vi siano.  E in assenza di soluzioni private che facciamo? Chiudiamo Alitalia e mandiamo a casa 11 mila persone, pagandole con soldi pubblici affinché non lavorino, come abbiamo già fatto diverse volte in passato? E tutto questo in un mercato, quello del trasporto aereo italiano, che nell’ultimo quinquennio è cresciuto di più del Pil cinese? Sinceramente non sembra una soluzione razionale.

Dunque spendiamo altre risorse pubbliche.

Segua il mio ragionamento. Nel 2008 il governo di allora spese oltre quattro miliardi di euro, come documentato dal noto studio di Mediobanca, per ridimensionare Alitalia, ridurre di 6 mila unità i dipendenti e permettere in tal modo il decollo del fallimentare progetto del Piano Fenice. Grazie a esso abbiamo regalato in un colpo solo tra 12 e 14 milioni di passeggeri a vettori low cost esteri i quali hanno sicuramente assunto piloti e hostess per trasportarli, tuttavia lo hanno fatto nei loro paesi, versando ad altri sistemi fiscali ritenute fiscali e contributi sociali. Diciamo che con quella scelta abbiamo dato una mano al Pil e ai conti pubblici dell’Irlanda… Vogliamo ora ripetere quell’operazione su scala doppia chiudendo Alitalia?

Ma perché è pessimista sul rilancio di Alitalia?

Sono pessimista in quanto la soluzione privata purtroppo non esiste, si tratta solo di un effetto ottico.

Effetto ottico? Dunque stiamo vedendo solo un film?

Per dimostrare che quella di cui si parla non è una soluzione privata bastano due numeri: l’impegno finanziario della cordata in corso di costruzione, pari al massimo a un miliardo, a raffronto con l’esborso pubblico complessivo erogato dal 2017 in favore della gestione commissariale. A maggio 2017 fu concesso un prestito di 600 milioni, accresciuto a 900 solo sei mesi dopo. Su quel prestito sono maturati interessi, di cui neanche un euro è stato pagato, per oltre 200 milioni. Infine nel decreto fiscale è stato inserito un prestito ulteriore per altri 350 milioni. La somma totale fa per ora 1.450 milioni, quasi un miliardo e mezzo. E se aggiungiamo il costo del sostegno pubblico attraverso la cassa integrazione di questi due anni e mezzo superiamo i 1.600 milioni.

Dove vuole andare a parare con questi numeri?

Il contribuente che ha sborsato questi soldi cosa ha ottenuto in cambio? Alitalia non è stata venduta, non è stata risanata, non ci si è neppure provato, e non è stata neppure chiusa. In sostanza si è speso tantissimo per non ottenere nulla. Però la mano pubblica è stata assente, non ha guidato il percorso ma si è limitata ad aprire il portafogli e ad affidare le risorse pubbliche a una terna commissariale di cui si è rimarcato all’epoca la continuità e coerenza con la precedente gestione privata. In sostanza un tentativo di cura omeopatica.

Però oltre a quota di Ferrovie dello Stato anche il Tesoro avrà una fetta di capitale della Nuova Alitalia.

Mi segua. Ora si ipotizza un investimento di un miliardo ma di esso il 15% del Mef non è denaro nuovo ma solo conversione di una parte del prestito pubblico, dunque si tratta in realtà solo di 850, dei quali una parte dovrà essere versata alla gestione commissariale a pagamento dei compendi aziendali, certo non gratuitamente ceduti. Nell’autunno 2017 i commissari dissero di no a Lufthansa che offriva 210 milioni e i giornali scrissero che i commissari puntavano ad almeno 400. Ipotizzando che il prezzo possa essere anche solo di 200, le risorse nuove a disposizione della costituenda Alitalia si limiteranno solo a 650 milioni.

Andiamo al dunque…

Dunque con 1.600 milioni di soldi pubblici non abbiamo ottenuto nulla ma con 650 milioni di soldi privati faremo sicuramente miracoli…

Che cosa vuole dire?

In sintesi, la gestione commissariale con soldi pubblici non ha dato esiti mentre la cordata privata a trazione ferroviaria sembra già partire con un progetto di nozze coi fichi secchi. Vi sono alternative ulteriori se non la chiusura, coi suoi conseguenti costi pubblici elevati, oppure un intervento pubblico diretto che cerchi di rimettere un po’ d’ordine e porre le basi di percorsi migliori per il futuro?

Ma il Tesoro secondo lei può davvero essere più bravo di aziende pubbliche e private (del settore trasporti) a gestire Alitalia?

Mi sembra che vi sia un’eccessiva ritrosia verso la gestione pubblica, sicuramente alimentata dai cattivi esempi passati. Ma in passato vi è stata anche un’ottima azienda pubblica del settore dei trasporti, ottima almeno sino all’inizio degli anni ’70 e discreta anche per i due decenni successivi, e si chiamava proprio Alitalia… Aveva un prestigio incredibile, peraltro in linea con quello dell’Italia di allora. Poi si son persi entrambi. Il pubblico peraltro è solo un supplente che si presenta in aula quando il titolare non c’è e cerca di fare del suo meglio per tenere assieme i pezzi di una situazione potenzialmente disastrata.

Quindi solo una gestione transitoria? Ma si sa che in Italia il temporaneo diventa duraturo…

Non vedo il pubblico che gestisce per un lungo periodo ma che interviene solo per fare pulizie straordinarie di stagione. D’altra parte Alitalia è stata nazionalizzata il 2 maggio 2017 dai privati che la gestivano allora e che in quella data portarono le chiavi aziendali al Mise, chiedendo che fosse lo Stato a metterci i soldi necessari per continuare l’operatività dato che loro non erano più disponibili. Pertanto essa è rimasta in eredità allo Stato. Ma come eredità è paragonabile a quella di una vecchia villa, un tempo prestigiosa, ma ora completamente allagata, con fughe di gas e fama di essere infestata dai fantasmi. In queste condizioni il titolare non chiama subito l’agente immobiliare per venderla, dato che non troverebbe compratore. Prima fa intervenire l’idraulico, i pompieri e il ghostbuster. Nel caso di Alitalia soprattutto quest’ultimo, in linea con quanto disse nel 2008 Jean-Cyril Spinetta, AD di Air France-Klm, in relazione alla necessità di chiamare un esorcista.

Lo sa che ora l’accuseranno di aver tradito gli ideali liberali?…

Noi italiani abbiamo una strana idea di liberismo. Nell’economia di mercato vige da sempre un principio molto forte: decide chi paga e paga chi decide. Nel ‘700 i coloni americani stanchi della loro madrepatria tradussero questo principio anche per le scelte collettive: no taxation without representation, non siamo disponibili a pagare se siamo estromessi dalle decisioni. In economia io preferisco il mercato allo Stato e l’impresa privata a quella pubblica, tuttavia solo a condizione che siano i privati a metterci tutti i soldi che servono. Se invece è lo Stato che paga ma sono i privati che decidono come spendere i soldi questo non è liberismo ma solo circonvenzione d’incapace. Al più è ‘liberismo de noantri’.

Andiamo dal sodo. Il prestito-ponte chi dovrebbe gestirlo: i commissari o i prossimi vertici di Alitalia?

La risposta è facile: basta applicare il principio che decide chi paga. Gli azionisti della nuova cordata sono disponibili a metterci rapidamente tutti i soldi che servono? Allora saranno loro a decidere e il prestito ulteriore potrà essere evitato. Se invece è lo Stato che deve metterci altri soldi per evitare l’esito peggiore della chiusura allora si prenda anche tutta la responsabilità di decidere in via diretta, senza più nascondersi dietro la foglia di fico dei commissari straordinari, uno strano ibrido né privato né pubblico. La situazione di Alitalia si è così ingarbugliata perché il governo in carica nel 2017 ha fatto l’errore fondamentale di pagare senza decidere, di metterci i soldi, troppi, senza dire con esattezza cosa se ne dovesse fare. È per questo che sono andati perduti in cambio di nulla.

Meglio Delta o Lufthansa in Alitalia?

Oggi nessuna delle due, più avanti direi Lufthansa. Che Delta non vada bene lo rivela lei stessa mettendo solo un epsilon di capitale ma in cambio di una valanga di paletti e vincoli all’espansione di Alitalia sul mercato nordatlantico e a difesa del proprio ruolo sul medesimo.

E Lufthansa?

Lufthansa oggi crede nella possibilità di un’Alitalia sostenibile solo di piccole dimensioni. Non è accettabile per noi e bisogna convincerla della sostenibilità economica di un’Alitalia molto più grande di quella che lei ha in mente. Dunque ci vuole tempo.

Rumors dal Mise dicono che sia stato lei l’autore del documento svelato ieri da Start. Conferma o smentisce?

Proprio un anno fa fui chiamato come esperto al ministero dei Trasporti da Danilo Toninelli principalmente col compito di occuparmi di Alitalia. Ma in realtà questo non è avvenuto perché il dossier era nel frattempo decollato da Porta Pia in direzione di Via Veneto. In conseguenza mi sono occupato con lui, con grande soddisfazione personale, di tante altre questioni molto interessanti e sulle quali ero diversamente impreparato. Ma avendo nel frattempo anche qualche idea su Alitalia non ho mancato di renderla nota, principalmente attraverso miei scritti che sono stati possibili proprio perché non avevo ruoli sulla questione. Se ora qualche traccia di queste idee è rimasta non posso che esserne soddisfatto.

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