Mobilità

Io, ex top manager di Alitalia, vi dico qual è la vera posta in gioco per Delta

di

Delta

La speranza di molti è che i capitali americani di Delta, con una spruzzata di quelli cinesi di China Eastern, vengano a salvare Alitalia. L’intervento di Paolo Rubino, ex top manager Alitalia

(seconda parte dell’analisi di Rubino; qui la prima parte pubblicata ieri)

L’annunciata cancellazione dell’ordine cinese di Boeing 737-800 MAX suona come un minaccioso campanello d’allarme per l’efficacia dei dazi USA anti Airbus. E l’Ue che grado di efficacia e credibilità avrebbe ove ricorresse a rappresaglie commerciali imponendo a sua volta dazi sui prodotti USA? Per quanto l’area europea si avvicini, per peso dei consumi interni, a quella USA la dipendenza dell’economia UE dagli acquisti americani è di gran lunga più rilevante che quella USA dai consumi europei. Germania e Italia dipendono, per il loro benessere nazionale, dal buon cuore dei consumatori USA e questa è la legacy di lungo periodo dell’esito della seconda guerra mondiale, ma anche la conseguenza dell’adagiarsi nella comoda culla delle esportazioni nel grasso e benevolo mercato americano.

Se la Germania, con coerenza e determinazione, ha investito capitali finanziari per oltre vent’anni nel penetrare i rinascenti mercati asiatici, l’Italia ha mostrato pigrizia e meschinità nel fare altrettanto. E viene da chiedersi se il corrente entusiasmo per l’accodamento al visionario progetto cinese della Silk Belt sia il recupero di una visione lungimirante di sviluppo nei mercati asiatici o non piuttosto la definitiva resa alla potenza commerciale, e finanziaria, della Cina contemporanea. Non vi è dubbio che lo sviluppo commerciale è funzione dei capitali investiti, come dimostra la straordinaria affermazione di Airbus nel settore dell’aviation o di Mercedes, Audi, BMW e Volkswagen nell’automotive. Può essere anche funzione delle vittorie militari che assicurano successo secolare alle industrie degli eserciti vincitori, gli inglesi nel XIX secolo, gli americani nel XX. Ma anche le guerre si vincono con i capitali.

Se Germania e Italia hanno seri motivi di preoccupazione dai minacciati dazi trumpiani, la Francia stessa non se la ride. La sua industria più importante, il conglomerato civile e militare Airbus, non può che allarmarsi nello scenario dei dazi di Trump. Se si considera, infatti, il mercato potenziale delle prime 32 compagnie aeree mondiali, il mercato interno USA vale il 40% del totale. La leva doganale potrebbe pertanto incidere significativamente sulle quote di mercato futuro.

Seppure le maggiori compagnie asiatiche hanno raggiunto il 34% della flotta mondiale e tra queste la Cina da sola ne rappresenta ben il 15%, l’accesso agevole agli acquisti delle compagnie aeree USA, ben 3.500 aeromobili in flotta le prime cinque più grandi, è ancora oggi una condizione imprescindibile per mantenere i raggiunti livelli produttivi.

Ma soprattutto l’UE avrebbe oggi la forza politica di imporre dazi ai propri recalcitranti stati membri? Macron e Merkel forse potrebbero, ma il loro limite è il pensiero strategico ancora intriso della retorica mercatista e liberista degli anni ’90 del passato secolo. E noi italiani? Come spesso nella nostra storia appariamo pulciosi e sbracati. I pilastri della strategia nazionale sembrano essere la difesa delle esportazioni di prosecco, 1,5 miliardi di dollari all’anno il valore delle esportazioni in USA, il progetto dei ‘Panda Bond’ e il sostegno alle esportazioni delle arance siciliane.

Insomma, il solo capitale che mettiamo sul tavolo sembra essere la simpatia italica e il piacere della buona tavola oltre a qualche motovedetta a ciò che resta dello Stato libico per tenere a bada qualche barcone di migranti. Nel frattempo lasciamo che vada in malora uno dei pochi asset strategici del nostro sistema economico, la compagnia di bandiera che vale oltre 3 miliardi di dollari di acquisti per anno, carburante indispensabile per la piccola media impresa nazionale a cui, se ce fosse il coraggio, ne andrebbero aggiunti almeno altrettanti di investimenti in flotta, vero e potente strumento di scambio internazionale nel gioco di potenza delle grandi economie.

La speranza, in queste ore, è che i capitali americani di Delta, con una spruzzata di quelli cinesi di China Eastern, vengano a salvare Alitalia, pronti a dare in cambio a questi generosi investitori l’ulteriore umiliazione dei lavoratori nazionali di settore, l’accesso al ricco mercato dei passeggeri, la torta dei 3 miliardi di dollari di acquisti annui e la definitiva rinuncia a giocare un ruolo nell’arena dei grandi costruttori di aeromobili. Sembra la puerile speranza di un paese in eterna adolescenza, incapace di assumersi le responsabilità degli adulti.

Incapace di comprendere che le dinamiche irreversibili della globalizzazione non significano che in un mondo globale tutti sono più buoni e si vogliono bene, ma piuttosto che la competizione diventa assai più aspra e costosa e che l’intelligenza della geopolitica è l’imprescindibile strumento strategico che ognuno, politici, burocrati, imprenditori e manager devono esercitare con costanza e coerenza per il bene della nazione. Alla fine del breve periodo rinascimentale l’incredibile capitale italiano di intelligenza militare, tecnologica, artistica, finanziaria, commerciale fu messo al servizio dei nascenti stati nazionali europei e le conseguenze disastrose per questo nostro paese durarono secoli. In questo XXI secolo sembra che la vicenda nazionale stia scivolando sempre più su quella stessa china.

(2.fine; la prima parte si può leggere qui)

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