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Tutte le magagne dell’Europa sui vaccini

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I contratti sui vaccini stipulati con la legge britannica si sono rivelati più efficaci di quelli Ue con il diritto del Belgio. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

 

Cominciano a emergere le vere cause del ritardo nelle consegne dei vaccini anti-Covid ai paesi dell’Unione europea.

Finora, tale ritardo è stato attribuito, in modo generico, all’imperizia con cui la Commissione Ue, guidata da Ursula Von der Leyen, ha stipulato i contratti con le maggiori società farmaceutiche mondiali, le cosiddette Big Pharma.

Contratti con clausole talmente dannose per l’acquirente, che Bruxelles ne ha secretato intere pagine con gli omissis, vietandone tuttora la lettura perfino agli eurodeputati. Una censura che, tuttavia, grazie alle indagini dei media e di alcuni eurodeputati, non è bastata per nascondere quello che sembra essere il vero tallone d’Achille dei contratti stipulati dall’Ue: l’adozione delle norme del diritto del Belgio, che alla prova dei fatti si sono rivelate meno stringenti rispetto alle norme del diritto inglese nell’obbligare Big Pharma a rispettare le consegne nelle quantità e nei tempi pattuiti.

In proposito, un’inchiesta vecchio stile di Politico.eu, che ha interpellato esperti di diritto, eurodeputati e dirigenti dell’euroburocrazia, ha messo a confronto due contratti stipulati con Astrazeneca: quello del governo di Boris Johnson, e quello dell’Ue di Von der Leyen.

In comune, secondo Sébastien De Rey, specialista in diritto contrattuale presso l’Università di Lovanio, i due contratti hanno soltanto la lingua inglese e lo stile. Quanto al resto, la differenza fondamentale risiede proprio nel sistema legale su cui si basano: il contratto del Regno Unito, scritto secondo le leggi inglesi, prevede che i farmaci siano consegnati nel rispetto di precise clausole sottoscritte da entrambe le parti, clausole valide anche in un eventuale ricorso al tribunale; diversamente, il contratto Ue «si concentra sul fatto che entrambe le parti faranno del loro meglio per consegnare i farmaci e agiranno in buona fede». Non solo. Entrambi i contratti affermano che le parti faranno il loro «migliore sforzo ragionevole» per consegnare il vaccino, ma quello con il Regno Unito è più chiaro e dettagliato nell’affermare la supervisione del governo sull’accordo.

L’esempio più evidente di questa differenza, rivela Politico, «è una clausola del contratto del Regno Unito, in cui si afferma che se una parte cerca di forzare o persuadere Astrazeneca o i suoi subappaltatori a fare qualsiasi cosa che possa contenere o rallentare la fornitura delle dosi di vaccino, il governo inglese può risolvere il contratto e invocare le clausole di punizione in tribunale».

Ben diverso il margine di manovra della Commissione Ue di fronte a ritardi nelle consegne: «L’Ue può trattenere i pagamenti solo fino a quando l’azienda non consegna le fiale, oppure fino a quando non aiuta a trovare più produttori del vaccino per colmare le forniture». Non risulta, invece, che l’Ue possa citare in giudizio Astrazeneca per i ritardi nelle forniture: di fatto, una rinuncia clamorosa, a dir poco dilettantesca. Dal confronto tra i due contratti, è evidente che «l’equilibrio di potere è inclinato a favore del Regno Unito», ha commentato Guy Verhofstadt, eurodeputato ed ex primo ministro belga. «Poiché l’esito di questo particolare contratto ha portato a un’enorme sfiducia da parte dell’opinione pubblica, la Commissione Ue e Astrazeneca hanno molte spiegazioni da dare».

L’analisi dei due contratti Astrazeneca si sofferma su diversi punti specifici. La loro stipula è avvenuta con un solo giorno di differenza: il 27 agosto 2020 quello con l’Ue, il 28 agosto quello con il governo inglese. Quest’ultimo, tuttavia, partiva con un vantaggio, in quanto nella primavera 2020 aveva fornito ad Astrazeneca 65 milioni di sterline per studiare il vaccino ed era diventato, di fatto, un suo azionista.

Quanto all’Unione europea, è bene ricordare che, prima del suo intervento, quattro paesi (Germania, Paesi Bassi, Francia e Italia) avevano firmato in giugno un accordo con Astrazeneca per la fornitura di 300 milioni di dosi, accordo poi trasferito alla Commissione Ue, affinché acquistasse le dosi per i 27 paesi Ue allo stesso prezzo per tutti.

Il che portò, in agosto, alla stipula del contratto, con un versamento di 366 milioni di euro ad Astrazeneca. In entrambi i contratti si fa riferimento alla catena delle aziende subappaltatrici di Astrazeneca, residenti in altri paesi europei e negli Usa, indicate come fornitrici potenziali del vaccino inglese per garantire le forniture pattuite.

Ma nel contratto con l’Ue, su questo punto, si è scoperto un errore a dir poco imbarazzante: nell’indicare la specificità degli impianti da cui l’Ue avrebbe potuto attingere le forniture, il contratto riportava la sigla «I/IL», con riferimento a Italia e Irlanda, sprovviste però di tali impianti. Il 29 gennaio scorso, quando il testo del contratto è stato reso pubblico, sia pure con molti omissis, la Commissione Ue ha insistito nel sostenere il riferimento a Italia e Irlanda, salvo poi ammettere che si era trattato di un errore di battitura, per cui la sigla «NL» (Paesi Bassi) era diventata «I/IL». Incredibile, ma vero.

Di fronte a un simile attestato di dilettantismo e di saccenteria, c’è poco da stupirsi se il governo di Johnson, inizialmente deriso per la Brexit e per avere sottovalutato il Covid-19, abbia poi surclassato l’Union europea nella velocità della vaccinazione di massa: secondo i dati di ieri, il Regno Unito ha vaccinato il 26,81% della popolazione, contro il modesto 6,03%dell’Ue. Certo, il fatto che Astrazeneca sia un vaccino inglese lo ha agevolato. Come è altrettanto certo che la casa farmaceutica inglese abbia ritardato le consegne in Europa, compresa l’Italia.

Ma se per questo ritardo Astrazeneca non deve pagare dazio, la responsabilità è di chi a Bruxellels non saputo stipulare un buon contratto, spingendo perfino un europeista doc come Romano Prodi ad ammettere che, sui vaccini,» l’Europa è coesa, ma perdente».

 

Articolo pubblicato su Italia Oggi, qui la versione integrale. 

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