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Vaccino contro vaiolo delle scimmie, numeri e magheggi di Bavarian Nordic

Vaccino Bavarian Nordic

L’unica azienda produttrice di vaccino antivaioloso, approvato anche per il vaiolo delle scimmie, ha stipulato molti contratti fin dai primi casi segnalati in Europa, ma ce la farà a mantenere gli impegni presi? Fatti, numeri e indiscrezioni

 

Nonostante non si parli di vaccinazioni di massa, il vaccino e gli antivirali contro il vaiolo delle scimmie (monkeypox) sembrano promettere lauti profitti alle case farmaceutiche che li producono.

È il caso della statunitense Siga Technologies e della danese Bavarian Nordic, che hanno rivisto più volte le proprie stime di guadagno. Ma riusciranno a tenere fede alle promesse fatte?

TUTTI GLI ACCORDI DI BAVARIAN NORDIC

Bavarian Nordic, che produce il vaccino antivaioloso Imvanex – commercializzato con il nome Jynneos negli Stati Uniti e Imvamune in Canada – fin da maggio, quando sono stati identificati i prima casi di vaiolo delle scimmie in Europa, ha iniziato a stringere accordi con diversi Paesi europei e non.

Primo tra tutti la Spagna, che registrando un alto numero di contagi, ha subito acquistato migliaia di dosi, facendo così salire il titolo alla Borsa di Copenaghen.

A fine mese, il laboratorio ha annunciato di aver stipulato “diversi contratti di varia entità” con differenti governi, senza rivelarne i nomi.

I primi di giugno è arrivato l’accordo con la Public Health Agency del Canada, che ha acquistato dosi di vaccino per un valore di circa 56 milioni di dollari. “Parallelamente – fa sapere l’azienda – Bavarian Nordic continua ad assicurarsi contratti con altri Paesi, tra cui la Danimarca, ma anche Paesi extraeuropei, per la fornitura del vaccino”.

Il 14 giugno è la volta dell’Unione europea che, attraverso l’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie della Commissione europea (Hera), ha ordinato 110.000 dosi da distribuire agli Stati membri partendo da quelli che ne hanno maggiore necessità.

E il 19 giugno Bavarian Nordic ha riferito che avrebbe fornito altri 1,5 milioni di dosi a un Paese europeo senza specificare quale.

Gli Stati Uniti, che al 15 giugno avevano ordinato un totale di quasi 7 milioni di dosi, hanno annunciato che si sarebbero occupati anche dell’infialamento di 2,5 milioni di dosi utilizzando il vaccino sfuso proveniente da precedenti ordini dal Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda). Va ricordato, però, che gli Usa, oltre ad avere una via preferenziale per l’acquisto dei vaccini grazie a un accordo di lunga data, hanno “perso” quasi 20 milioni di dosi che si trovavano nella “scorta nazionale strategica” perché scadute. Di quelle, riferisce il New York Times, oggi ne sono utilizzabili appena 2.400, sufficienti per vaccinare completamente solo 1.200 persone.

Infine, il 3 agosto, la casa farmaceutica ha detto di aver stipulato un nuovo contratto da 350.000 dosi con un paese dell’Asia Pacifica. Tuttavia, trattandosi di consegne e ricavi per il 2023, questo non avrà alcun impatto sulle previsioni finanziarie per quest’anno.

LE PREVISIONI FINANZIARIE DI BAVARIAN NORDIC E SIGA TECHNOLOGIES

Sebbene i termini di questi accordi non siano stati resi noti, la somma di questi ordini, insieme a quelli prossimi alla firma, “avrà un impatto significativo sulle previsioni finanziarie dell’azienda per il 2022”, ha dichiarato Bavarian Nordic.

“Di conseguenza, – prosegue la nota – la società sta aggiornando il fatturato 2022, che ora dovrebbe essere compreso tra i 2.700 e i 2.900 milioni di corone danesi [cioè tra i 362 e i 389 milioni di euro, ndr]”, in precedenza la stima era tra i 2.300 e i 2.500 milioni di corone danesi [ovvero tra i 309 e i 336 milioni di euro, ndr].

“Con il recente aggiornamento delle nostre indicazioni finanziarie, abbiamo migliorato in modo significativo la nostra posizione di cassa e ci stiamo avvicinando a un EBITDA in pareggio per il 2022”, ha detto Paul Chaplin, presidente e Ceo dell’azienda.

Secondo Quartz, il titolo di Bavarian Nordic ha guadagnato il 105% negli ultimi sei mesi, mentre quello della Siga Technologies, che produce trattamenti antivirali per il vaiolo, ha guadagnato il 178% da marzo.

LA CHIUSURA DELL’UNICO IMPIANTO DI PRODUZIONE

Tuttavia, c’è da chiedersi se il laboratorio danese abbia fatto il passo più lungo della gamba… Il New York Times ricorda, infatti, che “l’impianto di produzione che potrebbe produrre più dosi è chiuso per un’espansione pianificata” dallo scorso agosto e la sua riapertura “è prevista non prima della fine dell’estate”. Inoltre, una volta riaperto, ci vorranno sei mesi per produrre il primo lotto di vaccini pronti per essere messi in fiale.

Anche Health Policy Watch si chiede come farà Bavarian Nordic a consegnare tutte le dosi promesse: “Con solo 16,4 milioni di dosi di vaccino MVA-BN disponibili in tutto il mondo, non è chiaro come l’azienda intenda soddisfare la crescente domanda di vaccino contro il vaiolo delle scimmie”.

Rolf Sass Sørensen, responsabile delle relazioni con gli investitori di Bavarian Nordic, ha dichiarato a giugno a Politico che la chiusura dell’impianto non ha avuto “alcun impatto” sulla capacità dell’azienda di soddisfare la domanda di vaccino nel breve termine, poiché esiste un “volume sufficiente” di vaccino sfuso già prodotto.

L’impianto era stato chiuso prima che scoppiasse l’emergenza per creare nuove linee di produzione per i vaccini contro la rabbia e l’encefalite da zecche, Rabipur ed Encepur, recentemente acquisiti da GSK.

OGNUNO PER SÉ

Un’altra ombra sulla questione ha a che fare con l’ordine effettuato dall’Hera. Secondo Politico, “la Commissione, con Hera, ha annunciato un ordine per oltre 163.000 dosi dell’unico vaccino contro il vaiolo delle scimmie. Ma questo ordine, acquistato direttamente con fondi dell’Ue, impallidisce rispetto alle 250.000 dosi già acquistate dalla Francia e alle 130.000 acquistate dal Regno Unito”.

“È probabile – ipotizza il quotidiano – che il numero di dosi sia stato dettato dalle scorte limitate del produttore. Molte delle dosi erano già state vendute a Paesi come Francia, Regno Unito, Belgio e Danimarca. Il resto delle scorte, stoccate alla rinfusa, è di proprietà degli Stati Uniti in base a un accordo di lunga data”.

E questi Paesi, ha dichiarato Sørensen, “non volevano aspettare Hera”.

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