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Tutti gli sgarbi europei sul passaporto vaccinale

di

servizi pubblici transfrontalieri

Come si discute e ci si divide in Europa sul passaporto vaccinale 

Tra le tante che si raccontano – anche in testi di storici accreditati – su Vlad III Drâkulea, vulgo Dracula, c’è la storia dei due ambasciatori di sovrani europei che si trovano a pranzare, appunto, nel palazzo del principe balcanico. Cibo squisito e conversazione interessante. C’è solo un piccolo dettaglio: in un angolo della sala da pranzo, sperabilmente spaziosa, un uomo è stato da poco impalato e si sa che deve trascorrere un certo tempo prima che quel tipo di supplizio si concluda con la morte della vittima. Sembra che Dracula si divertisse a studiare le reazioni dei suoi commensali provenienti dalla civilissima Europa in queste impegnative circostanze.

Benché da secoli questo tipo di eventualità non rientri tra i rischi professionali dai diplomatici, quello dei rappresentanti degli Stati esteri rimane un mestiere fatto per persone in grado di fare fronte, senza perdere l’aplomb, alle situazioni più imbarazzanti e imprevedibili.

Anche se, verosimilmente, uno dei rischi maggiori che l’inviato di Bruxelles a Londra, João Vale de Almeida si trova ad affrontare, almeno sotto il profilo socio-culinario, sarà rappresentato dal Kidney Pie, quel pasticcio di rognone che in Gran Bretagna si usa preparare col rognone di bovini un po’ troppo avanti negli anni.

Oppure – e questo è ciò che potrà capitare al successore di Almeida, che è stato officiato già dal maggio dell’anno scorso – dovrà fare a meno del privilegio di consegnare nelle mani della Regina le lettere credenziali.

Dopo la definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione europea la rappresentanza diplomatica di Bruxelles è stata infatti degradata dal livello spettante ai rappresentanti di Stati sovrani a quello di rappresentanti – sempre diplomatici – di un’organizzazione internazionale, con la paradossale conseguenza che l’ambasciatore della Ue avrà un rango protocollare inferiore a quello degli ambasciatori degli Stati membri. Insomma, un dito nell’occhio della burocrazia comunitaria, un dito infilato senza misericordia nella incurabile piaga della Ue, che pretende di essere trattata come una grande potenza ma non possiede nessuno dei principali requisiti degli Stati sovrani, né di tali requisiti si doterà nel prevedibile futuro.

Certo, la Ue è qualcosa (o moltissimo, a seconda dei punti di vista) di più di un’organizzazione internazionale, ma la convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche non contempla ancora la distinzione tra organizzazioni internazionali e “comunità” di Stati sovrani. L’alto rappresentante della Ue per la politica estera Josep Borrel ha dovuto scrivere al suo omologo britannico Dominic Raab per partecipargli la propria “seria preoccupazione” (dove quel che manca è, a occhio nudo, la serietà), e questa “tempesta” finirà, com’è largamente prevedibile, in un bicchier d’acqua, ma resta il fatto che né il Canton Ticino né la California, neppure la Baviera, e nemmeno il Rajastan, mandano loro rappresentanti diplomatici presso Stati stranieri. E resta il fatto che i vertici istituzionali della Ue non possono permettersi, per ragioni oggettive, neanche un istante di umorismo, mentre il governo di Sua Maestà può.

Del resto, a confermare che quello della natura ibrida della Ue è un problema reale, non solo un pretesto per piccoli dispetti, lo dimostra il seguente scambio tra Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, e alcuni suoi colleghi durante l’ultimo vertice virtuale dei Ventisette. Mitsotakis ha invitato i colleghi a accordarsi sugli aspetti tecnici del certificato di vaccinazione, e dell’uso che si può farne. Condivisa da alcuni Stati membri (Spagna, Danimarca, Ungheria, Polonia e Belgio), la proposta di Atene di utilizzare il certificato come un “passaporto europeo”, è osteggiata da Germania e Francia, quindi non passerà. Davanti all’obiezione, chiaramente tartufesca, che agevolare gli spostamenti delle persone vaccinate sarebbe “discriminatorio”, Mitsotakis ha replicato più o meno in questi termini: non prendiamoci in giro, i paesi Ue non fanno che discriminare, ognuno applica regole differenti per i viaggi e le restrizioni connesse al coronavirus, alla faccia delle continue invocazioni di un coordinamento a livello Ue. Poco diplomatico forse, ma difficilmente contestabile.

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