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Riduzione del danno, cosa si è detto al THR Summit di Atene e al Global Tobacco and Nicotine Forum di Washington

THR Summit

Da entrambi i summit si è levata la medesima richiesta rivolta ai governi: puntare sulle strategie di riduzione del danno e agevolare il libero accesso dei pazienti ai dispositivi meno dannosi che comportano benefici per tanti fumatori

Le politiche di riduzione del danno da tabacco devono compiere un balzo in avanti in quei Paesi dove è ancora alto il numero di fumatori tradizionali e puntare in maniera seria e convincente sui prodotti a potenziale rischio ridotto, dalle sigarette elettroniche (e-cig) ai dispositivi a tabacco riscaldato. È sostanzialmente questo il leit motive ripetuto da esperti, medici e scienziati che si sono riuniti ad Atene per il quinto summit scientifico “Tobacco harm reduction: novel products, research & policy” promosso da Scohre, associazione internazionale indipendente formata da esperti e scienziati che promuovono il controllo del tabacco e la riduzione del danno da fumo, come pure dal Global Tobacco and Nicotine Forum di Washington.

“Serve fare di più per aumentare la consapevolezza sulle strategie di riduzione del danno, serve creare maggiori opportunità per la formazione degli esperti di politica sanitaria, delle autorità di regolamentazione e del pubblico. E poi occorre sostenere la ricerca in questo settore perché serve eliminare ogni dubbio sull’efficacia dei dispositivi alternativi portando dati basati sull’evidenza scientifica”, ha dichiarato in apertura dell’evento Ignatios Ikonomidis, professore di cardiologia all’Università di Atene e presidente di Scohre. “La battaglia finale per la riduzione del danno – ha continuato Ikonomidis – non è tanto su quanto siano ‘sicuri’ i prodotti a rischio ridotto, ma se la nicotina può essere eradicata o accettata”. “Smettere di fumare – ha chiosato il professore – rimane il miglior e più efficace intervento in medicina. Tuttavia, quando accade che si fallisce ripetutamente nell’abbandonare le sigarette, dovrebbe esserci l’opzione di poter scegliere dispositivi meno dannosi, che comportano dei benefici per tanti fumatori”.

“Secondo una ricerca che ha monitorato dopo un anno chi ha provato a smettere – ha ricordato il presidente di Scohre – il 45% si è astenuto dal fumare con un miglioramento della fisiopatologia endoteliale, il 55% che invece ha avuto ricadute, ovvero non hai mai smesso, ha avuto un aumento della rigidità arteriosa”. Per questo “sosteniamo la riduzione del danno da fumo: se eliminiamo il fumo – ha precisato – potremmo anche essere in grado di evitare fino al 90% di tutti i tumori ai polmoni”.

I POSSIBILI MODELLI DA SEGUIRE

Dalla Svezia arriva l’esempio dello snus, il tabacco umido in polvere per uso orale. La popolazione maschile in quel Paese consuma lo stesso volume di tabacco dei coetanei europei, ma la metà usa lo snus e le percentuali di decessi per tutte le tipologie di cancro sono nettamente inferiori. Ma abbiamo anche l’esempio del Regno Unito, dove il passaggio dalle sigarette tradizionali a dispositivi e-cig ha avuto un effetto determinante sulla riduzione dei fumatori.

Nel 2019, inoltre, un trial clinico nel Regno Unito ha stabilito che, “quando si univano l’assistenza di un esperto ‘faccia a faccia’ e l’uso delle e-cig, le persone che volevano smettere avevano il doppio delle probabilità di successo rispetto a chi ha utilizzato altri dispositivi sostitutivi a base di nicotina, come le gomme o i cerotti.

E L’ITALIA?

“Il sistema italiano dovrebbe agevolare il libero accesso dei pazienti che vogliono smettere a questi dispositivi alternativi”. Lo ha detto Giuseppe Biondi Zoccai, associato di cardiologia alla Sapienza Università di Roma, ricordando comunque che “anche i dispositivi a rischio ridotto possono portare alla dipendenza”. “Sono un cardiologo e non prescrivo l’aspirina in alternativa alla statina, ma insieme. Sarebbe più ragionevole considerare le alternative alla sigaretta come qualcosa in aggiunta ai trattamenti sostitutivi della nicotina (Nrt) e non in sostituzione”.

Biondi Zoccai ha analizzato la situazione delle strategie di riduzione del danno. “Abbiamo una situazione che vede questi prodotti associati a quelli del tabacco – ha spiegato – Ora una sfida che il sistema italiano dovrebbe porsi è agevolare il libero accesso dei pazienti che vogliono smettere a questi dispositivi alternativi alla sigaretta”. Invece “paradossalmente non ci importa dei pazienti quando hanno lasciato l’ospedale. L’impegno nello smettere con il fumo richiede un follow-up intensivo. I dispositivi a rischio modificato sono utili in quanto possono essere forniti a qualsiasi paziente, non richiedono una prescrizione”.

”Le politiche di riduzione del danno non riguardano solamente il mondo del tabagismo, ma le vediamo applicate con successo in altri settori, anche nella vita di tutti i giorni”, gli ha fatto eco dalle colonne dell’Adn Kronos Riccardo Polosa, fondatore del Coehar, Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo dell’Università di Catania citando alcuni esempi concreti: ”L’uso del casco in motorino, o della cintura in macchina, sono un esempio comune di situazione di vita reale dove si cerca di mitigare il rischio derivante da una situazione”.

”Parliamo quindi di un approccio multisettoriale, che permette di mitigare le conseguenze dannose a livello sociale, di salute ed economico di un’azione. Strategie che da anni vengono impiegate per quanto riguarda il consumo e la dipendenza da sostanze stupefacenti”, aggiunge. ”Purtroppo, per quanto riguarda il mondo del tabagismo e del controllo del tabacco, esistono differenze abissali a livello mondiale: ci sono Paesi, come l’Inghilterra, dove le sigarette elettroniche sono parte integrante dell’attività promossa dagli organi di salute pubblica e vengono consigliate dal personale sanitario, e Paesi meno tolleranti, dove vige tutt’ora un approccio ”o smetti o muori”, che ormai sappiamo non portare ai risultati sperati”, puntualizza l’esperto.

MEDESIMO APPELLO GIUNGE DA WASHINGTON

Cambia il continente, ma non il contenuto dell’appello: “Ci sono molti studi secondo i quali le sigarette elettroniche e i prodotti senza combustione rappresentano un rischio minore per la salute rispetto alle sigarette tradizionali: in ogni caso, l’autorizzazione e l’approvazione di nuovi prodotti da parte della Fda dipende dai rischi e dai benefici per la salute pubblica, e la ricerca scientifica in questo senso gioca un ruolo fondamentale”, ha detto Brian King, direttore del Centro Fda per i prodotti a base di tabacco, intervenendo al Global Tobacco and Nicotine Forum (Gtnf) di Washington, aggiungendo che negli Stati Uniti ci sono ad oggi due milioni di giovani che utilizzano le sigarette elettroniche.

King ha poi sottolineato la necessità di sensibilizzare i giovani sui rischi del fumo, aggiungendo che le campagne organizzate dall’agenzia hanno impedito a 587 mila giovani di età compresa tra gli 11 e i 19 anni di provare le sigarette tradizionali, “salvando milioni di vite”. Proprio in questo senso, ha concluso, l’Agenzia sta elaborando uno standard per fissare un limite massimo di nicotina all’interno delle sigarette, per minimizzare la dipendenza.

Le regolamentazioni stringenti imposte da molti Paesi sulle sigarette elettroniche e i prodotti per il cosiddetto “vaping” sono state anche al centro dell’intervento di Konstantinos Farsalinos, research fellow al Centro Onassis per la chirurgia cardiaca. Il ricercatore greco ha sottolineato che “l’onere della prova imposto a questi prodotti, che sono effettivamente meno dannosi rispetto alle sigarette tradizionali, è insensatamente elevato: c’è  bisogno di buon senso”.

Farsalinos ha poi precisato che “è sicuramente importante conoscere meglio gli effetti a lungo termine di questi prodotti, ma sappiamo già che per avere dati certi a riguardo ci vorranno decenni: fino ad allora, però, occorre prendere le giuste decisioni per la salute pubblica”. Soprattutto nei Paesi europei, ha continuato, l’approccio delle autorità regolamentari nei confronti di questi prodotti è “quasi farmacologico, e non ha senso visto che processi analoghi non sono previsti, ad esempio, per i dolcificanti artificiali, i cui benefici a lungo termine per i casi di diabete sono tutt’altro che confermati”.

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