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Report di Ranucci reporteggia sui fondi sanitari integrativi

I fondi sanitari integrativi stanno sostituendo la sanità pubblica: nel nostro Paese ce ne sono circa 300 e assicurano circa 15 milioni di lavoratori. L'approfondimento della trasmissione Report di Sigfrido Ranucci su Rai3

I fondi sanitati integrativi costituiscono il secondo pilastro della sanità italiana. In Italia ce ne sono circa 300 e coprono circa 15 milioni di lavoratori, una persona su quattro. I fondi sanitari integrativi sono stati istituiti con la legge 502 del 92 e dovevano garantire esclusivamente prestazioni integrative, non offerte, quindi, dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel corso degli anni il bacino di prestazioni offerte è aumentato sempre di più, sostituendosi, di fatto al Servizio Sanitario Nazionale. A questo argomento è dedicato il servizio “Sanità a fondo”, trasmesso da Report, a cura di Marco Maisano.

GLI ISCRITTI AI FONDI SANITATI INTEGRATIVI

Chi sono le persone iscritte ai fondi in Italia? “Le grandi categorie di lavoratori, come metalmeccanici, Confcommercio, giornalisti. Tutti coloro che hanno la propria Cassa di previdenza – dice Nino Cartabellotta, Presidente di Gimbe -. Quando l’azienda nella quale lavora, aderisce a un contratto collettivo nazionale, aderisce anche al fondo”. In Italia uno dei contratti collettivi nazionali con il più alto numero di lavoratori rappresentate è quello dell’industria metalmeccanica, 1.600.000 persone. Meta Salute è il loro fondo sanitario integrativo di riferimento, nato nel 2016 nell’attuazione del rinnovo contrattuale stipulato tra le associazioni degli imprenditori Federmeccanica ed Assistal e le sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm. Da 1° ottobre 2017 l’iscrizione a MetaSalute è diventata obbligatoria. “Oggi l’85% dei fondi ha come partner un’assicurazione che è diventata un po’ il gestore dei fondi”, aggiunge Nino Cartabellotta.

I FONDI SANITARI CONTROLLATI DA UNISALUTE

Sono diversi i fondi gestiti da Unisalute, l’assicurazione sanitaria del Gruppo Unipol: Sanilog, fondo sanitario integrativo per i dipendenti del settore della logistica e Sanarti, fondo sanitario integrativo per i lavoratori dell’artigianato, Sanimoda, fondo sanitario integrativo per i lavoratori dell’industria della moda, è controllato da Unisalute e Generali, invece FasG&P, fondo sanitario integrativo per i lavoratori della gomma e della plastica, è controllato da Allianz, e Metasalute, fondo sanitario integrativo per i lavoratori del settore metalmeccanico, controllato da Intesa Sanpaolo RBM Salute.

LE ASSICURAZIONI SONO SEMPRE PIÙ ATTRATTE DAI FONDI DI SANITÀ INTEGRATIVA

Oggi il presidente di Metasalute è Massimiliano Nobis, il quale ricopre anche la carica di Segretario nazionale di Fim, Federazione italiana metalmeccanici Cisl.  “Noi abbiamo un bacino di utenti importante, 1.600.000 e quindi la gestione del rischio abbiamo deciso di affidarla alle assicurazioni – dice Massimiliano Nobis -. Perché se le prestazioni superano la proiezione della spesa prevista occorre un patrimonio importante che vada a coprire il superamento della soglia di rimborsi previsti. L’offerta sanitaria è gestita dall’assicurazione su indicazioni del fondo”. Le assicurazioni subiscono il fascino, si fa per dire, dei fondi. “Perché se invecchiamo di più ci ammaliamo di più – dice Ivan Cavicchi, professore di sociologia dell’organizzazione sanitaria, Università Torvergata, Roma -. Siamo più cronici quindi abbiamo bisogno di cure”. Questo, però, crea problemi alla finanza pubblica. “I fondi godono di una serie di benefici fiscali – come aggiunge Nino Cartabellotta -, di cui finiscono per beneficiare anche enti di tipo profit come le assicurazioni”.

I BENEFICI FISCALI DEI FONDI INTEGRATIVI COSTANO ALLE CASSE DELLO STATO FINO A 5 MILIARDI DI EURO

A godere di benefici fiscali sono anche i lavoratori, infatti, i contributi versati ad un fondo sanitario integrativo sono deducibili dal reddito complessivo fino a 3615,20 euro. “I dati non sono disponibili, la stessa Agenzia delle entrate in audizione parlamentare non ha mai riportato i dati relativi all’entità della decontribuzione – aggiunge Cartabellotta -. Un po’ tutto il mondo dei fondi sanitari integrativi è coperto da una fitta nebbia. Non hanno nemmeno l’obbligo di presentazione del bilancio. Il Ministero ha pubblicato solo due report sui fondi sanitari integrativi dove ci sono pochissimi dati e tutta la parte finanziaria non viene affrontata, se non quella dell’importo totale delle quote di iscrizione che per l’anno fiscale 2020 ammontava a circa 3 miliardi di euro”. Nel 2021 questa cifra sale a quasi 5 miliardi (4.992.396 euro). “Lei consideri che l’ultima finanziaria alla sanità ha dato 3 miliardi, l’80% dei quali sono stati già spesi per il rinnovo dei contratti – aggiunge il prof. Ivan Cavicchi –, quindi alla sanità non ha dato nulla. Pensi cosa vuol dire prendere dei soldi dalle agevolazioni fiscali e trasferirle sulla sanità”.

L’INTERVENTO SUI FONDI SANITARI INTEGRATIVI DELL’EX MINISTRO ROSY BINDI

Nel 1999, durante i governi Prodi – D’Alema, la ministra per la salute Rosy Bindi aveva provato a mettere un argine ai vantaggi fiscali per i Fondi sanitari integrativi, legge cancellata al primo cambio di governo.  “Stiamo andando verso un finanziamento a due pilastri – dice l’ex ministro Bindi –. Un pilastro, che è quello della fiscalità generale con il quale si sostiene tutta la sanità nazionale, compresi gli stipendi del personale, i trapianti, i grandi interventi chirurgici. E un finanziamento, che non è meno incisivo per le casse dello Stato, con il quale stiamo finanziando le prestazioni private di una parte dei cittadini”.

LE DISUGUAGLIANZE DEL SISTEMA BASATO SUI FONDI SANITARI INTEGRATIVI

La diffusione dei fondi, però, genera disuguaglianze. Il giornalista Marco Maisano intervista un uomo, manager, che non vuole far vedere il suo volto e che afferma che lo stesso fondo Metasalute nell’ultimo anno ha peggiorato le sue prestazioni, rendendole più costose e di più difficile accesso. Inoltre, la qualità delle prestazioni sanitarie offerte dipende dal tipo di contratto di cui si dispone. “Attualmente il sistema sanitario pubblico ha delle deficienze da Regione a Regione – dice Massimiliano Nobis -. Noi per riuscire a realizzare un servizio e una prestazione degno di questo nome ci affidiamo al mercato”. Un percorso rischioso che potrebbe far tornare il paese a un sistema simile a quello delle mutue. “Io ricordo il colore del libretto di mio padre, ricordo il colore diverso di chi aveva un lavoro più prestigioso – dice l’ex ministro Rosy Bindi -. E il pacchetto di prestazioni legate a quel colore era inferiore a quello offerto a un dirigente di una banca. In questo modo si tradisce la Costituzione, perché l’articolo 32 della costituzione dice chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo”.

I FONDI SANITARI INTEGRATIVI NEL SETTORE PUBBLICO

Il sistema dei fondi integrativi ha pervaso non soltanto il mercato del lavoro privato con i contratti collettivi nazionali, ma nel 2022 si è aggiudicato un posto tra i dipendenti ministeriali. “Al ministero hanno attivato un fondo sanitario – dice a Marco Maisano un intervistato che non mostra il suo volto -. È una copertura abbastanza ampia, dalla diagnostica di base a quella specialistica, agli esami un po’ più di settore”. Esami che offrirebbe anche il servizio sanitario nazionale ma con tempi ridotti. Il piano base dei dipendenti del Ministero della Salute si chiama Onecare ed è gestito da AON. Tra le prestazioni riconosciute ci sono l’alta diagnostica radiologica fino agli accertamenti come ecocardiografia, elettroencefalogramma o PET, e terapie come chemioterapia, dialisi o radioterapia. Quindi il Ministero della Salute, con soldi pubblici, paga un fondo privato supportato da un’assicurazione per i suoi dipendenti.

LE ASSICURAZIONI ACQUISTANO I CENTRI OSPEDALIERI

“I dipendenti dell’assessorato l’Emilia-Romagna hanno un’assicurazione privata – aggiunge il prof. Cavicchi -. I grandi investitori finanziari cominciano a fare alleanze con i grandi proprietari delle cliniche perché vogliono mettere su dei sistemi dove il loro cliente viene mandato nei loro ospedali”. È quello che sta accadendo con Unipolsai, una delle più grandi realtà assicurative in campo sanitario in Italia, che ha di recente acquisito il Centro medico Sant’Agostino, una rete di Poliambulatori specialistici presenti in Nord Italia. Lo stesso sta facendo Generali, che di recente ha stipulato un accordo con il gruppo San Donato. “Se una assicurazione eroga un sacco di prestazioni, ma queste prestazioni sono fatte da un terzo, eventualmente infedele, ha difficoltà nei sistemi di controllo – dice Alfondo Scarano, analista finanziario indipendente -. Con un ospedale di proprietà il controllo è più efficace. E poi l’assicurazione ha un patrimonio da investire e quindi lo investe dove meglio li rende”.

NEL NOSTRO PAESE SPENDIAMO 164 MILIARDI DI EURO PER CURARCI

Report fa anche una stima dei costi della salute nel nostro paese. Oggi in Italia per curarci spendiamo 164 miliardi, 40 out of pocket, cioè quanto i cittadini spendono nella sanità privata, 4,5 miliardi di euro invece rappresentano la spesa totale per i fondi sanitari integrativi, ciò significa che c’è ancora tantissimo margine di crescita per i fondi sanitari e le assicurazioni che li sostengono. “Le assicurazioni guadagnano sulla malattia, i sistemi sanitari guadagnano solo la produzione della salute – dice l’ex ministra Rosy Bindi – . Il sistema sanitario pubblico ha tutto l’interesse che io stia bene. L’assicurazione ha tutto l’interesse che io sia ammalata”.

GLI INVESTIMENTI DELLE ASSICURAZIONI DEI FONDI SANITARI INTEGRATIVI

Il 93% del premio per la sottoscrizione del fondo viene versato dell’assicurazione. “Col resto facciamo degli investimenti: abbiamo 40 milioni di investimenti in fondi, in titoli, nel mercato finanziario”, dice Massimiliano Nobis.

IL SETTORE DELLA SANITÀ PRIVATA HA BISOGNO DI UN SISTEMA PUBBLICO EFFICIENTE MA DEBOLE

Le assicurazioni private hanno, però, necessità di appoggiarsi al sistema pubblico. “Il privato rischia però di non sopravvivere se non c’è un’efficiente sanità pubblica, può sembrare un paradosso – dice Guido Quici, presidente sindacato medici CIMO FESMED -. La sanità pubblica si fa carico di una serie di costi sociali, senza i quali poi il privato entrerebbe davvero in difficoltà. Se non funzioni bene il sistema di emergenza, se non funzionano bene le strutture di rianimazione, le lungodegenze, neanche il privato poi riesce a ad andare avanti”. La morale della storia è che la sanità pubblica serve ma che sia debole perché deve accollarsi quelle prestazioni dall’alto costo sociale, quelle che il privato non vuole accollarsi perché sono poche remunerative.

PERCHE’ CRITICO L’INCHIESTA DI REPORT

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