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Maternità

Reddito di maternità? Meglio rinforzare gli assegni familiari

L'intervento di Alessandra Servidori

Vedremo domani il ddl Gasparri che tra i contenuti proposti c’è un assegno mensile alle madri che desistono dall’intenzione di rinunciare a mettere al mondo un figlio.

Sta di fatto che bisogna cercare di non strumentalizzare la questione aborto, soprattutto ragionando su come sostenere la maternità e la famiglia. Da tempo si è dismessa una politica appena  decente – e solo di carattere monetario – a sostegno della famiglia.  Al sostegno dei figli e delle famiglie il welfare all’italiana assegna il 4% dell’intera spesa sociale che è la metà di quella media europea.

In termini di Pil alla maternità e ai figli è dedicato circa l’1% che è  pari a 1/17 di quanto è destinato alle pensioni. Dal 1995 ad oggi vi è stata una vera e propria spoliazione di risorse dalle politiche per la famiglia (e la natalità) a quelle pensionistiche. Negli anni ’60, sia pure in un contesto demografico profondamente diverso dall’attuale, la spesa per assegni familiari (AF) era pressoché corrispondente a quella per le pensioni. Gli AF allora erano misura di carattere universale, fino alla riforma del 1988 che introdusse l’assegno al nucleo familiare (Anf) il principale, se non addirittura l’unico, strumento a tutela della famiglia, ragguagliato al reddito e al numero dei componenti.

La riforma del sistema pensionistico, attuata dalla Legge Dini-Treu nel 1995 , stabilì, a copertura, una riallocazione dei contributi a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) la cui aliquota contributiva, dal 1° gennaio 1996, passò di colpo dal 27,5% al 32,7% (in seguito al 33%). Per non aumentare il costo del lavoro, la legge operò, ad oneri invariati, una ristrutturazione della contribuzione sociale: l’aliquota dell’Anf passò dal 6,2% al 2,48%, quella per la maternità dall’1,23% allo 0,66%. La riallocazione di risorse destinate alla famiglia, in senso lato, ha finanziato il sistema pensionistico per un ammontare che, a prezzi 2008, mobilitò e trasferì un volume finanziario pari a circa 120 miliardi di euro.

Ma non basta; perché all’interno della Gestione prestazioni temporanee dell’Inps (che eroga le prestazioni previdenziali “minori” in quanto non pensionistiche), la voce “assegno al nucleo familiare” – nonostante la riduzione dell’aliquota – continuò ad incassare dai datori di lavoro circa un miliardo in più di quanto spendeva: l’avanzo veniva riversato, nella logica del bilancio unitario dell’Inps, nel calderone delle gestioni pensionistiche e delle altre prestazioni.

Anzi il paradosso contabile era tale per cui, quando un governo decideva di aumentare nella legge di bilancio l’ANF, non si avvaleva degli avanzi di bilancio, ma stanziava direttamente le risorse occorrenti. L’istituzione dell’Assegno unico universale (AUU) ha rappresentato l’inizio di una timidissima inversione di rotta, tuttavia, vengono segnalati alcuni limiti.

In primo luogo, la quota universale è relativamente bassa, rispetto ad altre esperienze. In particolare, in Germania – dove le recenti politiche familiari sono riuscite a frenare la denatalità e a invertire la tendenza – l’importo della parte universale è superiore ai 200 euro.

Un altro punto di riferimento è rappresentato dai costi sostenuti per i figli dalle famiglie italiane. Alcuni demografi e ricercatori della Banca d’Italia, ospitati dal prestigioso Neodemos on line, hanno pubblicato delle stime a partire dai dati sui consumi, segnalando una spesa media di 645 euro al mese per ciascun figlio. Simulando, poi, di quanto dovrebbe migliorare il reddito affinché una famiglia mantenga inalterato il proprio livello di benessere dopo l’arrivo di un figlio, si ottiene un valore medio pari a 720 euro (510 per le famiglie povere e 763 per le altre). Tutto ciò ovviamente considerando i soli aspetti economici del problema dell’inverno demografico.

Inoltre, è poi errato e impossibile pensare di monitorare l’interruzione di gravidanza riferite alle sole problematiche economiche (Relazione Commissione Parlamento 2021) proponendo un aiuto alle madri fino ai 5 anni del figlio e con un tetto isee ai 15mila euro.

Dunque la proposta politica seria è intercettare subito le risorse ripristinando dignitosamente gli assegni familiari, sostenere le maternità e la famiglia (tutte) e definire isee nella riforma fiscale in base ad una entità che sostenga la comunità famiglia (minori, non autosufficienti, diversamente abili) e dare ai consultori familiari un ruolo positivo con una sussidiarietà concreta tra istituzioni e associazioni perno del funzionamento delle cd case della salute di cui tanto abbiamo bisogno.

L’inverno- anche quello demografico- così sarà meno gelido e si troveranno le convergenze politiche per realizzare un obiettivo fondamentale di cui ha assolutamente bisogno un Paese troppo invecchiato.

 

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