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Per una nuova classe dirigente colta c’è bisogno di riformare la scuola

Classe Dirigente

La povertà educativa che caratterizza la classe dirigente è il risultato del devastante smantellamento dell’istruzione da parte di ministri impreparati, incapaci e dei loro consiglieri. Ecco perché è ora che maestri e professori rifondino la scuola per salvare le nuove generazioni. L’intervento di Alessandra Servidori, docente di politiche del lavoro

 

Certo l’Italia ha bisogno di una nuova classe dirigente colta e ha ragione De Rita quando afferma che se non cresciamo rimaniamo mortificatamente mediocri anche perché abbiamo massacrato la nostra scuola e l’istruzione. Abbiamo distrutto l’alta cultura umanistica di cui è priva l’attuale generazione politica che ha molto solo pensato di raccogliere consenso per assecondare le masse ma incapace di far crescere i cittadini e ha ragione il Presidente Mattarella quando esorta i giovani a recuperare anche una cultura umanistica per arricchire i saperi e la lingua ormai evidentemente degradati e non sapendo né comprendere né scrivere, possedendo una mancanza di cognizione con un analfabetismo devastante che ha soffocato la possibilità di esprimere il merito.

Già Pietro Calamandrei nel 1950 ci esortava a difendere la scuola democratica che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà.

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti.

Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa: nel pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. È almeno dalla fine della Prima Repubblica che l’Italia ha un problema di classe dirigente, della sua debolezza/assenza, che non ha una visione complessiva del proprio Paese, condizione indispensabile per immaginare un suo futuro, per immaginare il tipo di società, di valori e d’interessi che esso deve cercare d’incarnare. Ed è perché non si è in grado di possedere un’adeguata conoscenza del Paese stesso e del mondo.

L’essenziale è conoscere il passato, le vicende politiche, la cultura, la sensibilità, e quindi aver letto dei libri, dei romanzi, aver visto dei film, ascoltato delle musiche, aver studiato. Il presente e il futuro si costruiscono su basi solide solo conoscendo il passato, non a caso la fucina delle classi dirigenti è sempre stata la storia. Serve disinteresse personale (di cui è evidente manca la dirigenza italiana), serve senso dello Stato. È l’idea che nella propria azione l’interesse della collettività è imparzialmente valutato: una classe dirigente è tale se è capace di «assumersi la responsabilità», cioè se sa prendere delle decisioni. Se sa compromettersi decidendo.

È l’istruzione che manca oggi, quella con forte presenza delle materie umanistiche; le conoscenze proprie delle diverse discipline e non alle cosiddette «competenze», al «saper fare»; e nella quale infine si proceda in base esclusivamente a criteri di merito. Le classi dirigenti si formano solo assumendo come base un’ampia e approfondita cultura generale dà la duttilità, la capacità di orientamento, l’ampiezza di orizzonti, che servono a compiere quelle scelte di portata generale e di natura complessa che sono le scelte tipiche che competono a una classe dirigente, con modelli etici e di natura politica, di comportamenti ispirati ai valori dell’attività nella vita pubblica.

Nella nostra scuola si è compiuto un devastante smantellamento dell’istruzione da parte di ministri impreparati, incapaci e dei loro consiglieri. Smantellamento che è andato di pari passo con quello dell’impianto scolastico-educativo nel suo complesso. La «povertà educativa» italiana sta sì nello scarso numero di iscritti all’università, ma sta soprattutto nell’impreparazione di una gran parte di essi, spesso incapaci di scrivere senza errori di ortografia e di punteggiatura raccapriccianti.

Il ruolo poi della cd borghesia produttiva in quanto classe dirigente deve essere appunto il più possibile concreta, corretta moderna ed efficiente possibile. Invece vero è che in troppe aziende, nella loro struttura proprietaria, nella loro dimensione, nella scarsità degli investimenti, che troppo spesso si trova la causa prima della debolezza del «capitale umano» italiano e dalla mancanza totale del rapporto tra istruzione, territorio, imprese.

Dunque in cattiva sostanza non si può distruggere un Paese, senza prima distruggere la sua coscienza di essere tale; e quella coscienza viene dalla storia e dalla scuola trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del Paese. Dalla “carta dei servizi” dell’industriale Lombardi (ministro nel 1995), con lo studente-cliente e le lettere anonime per valutare gli insegnanti, tutto è diventato “normale”. Normale con Berlinguer, pareggiare lacune in matematica con “crediti” in educazione motoria, Gelmini che s’inventa un “tunnel dei neutrini” dall’Aquila alla Svizzera e Fedeli, che ha declinato “la buona scuola” se si inculca il trans gender; o di Azzolina che ha soffocato la scuola dell’autonomia.

Legittimo valutare gli studenti con quiz che trasformano la battaglia di Azio nella “battaglia di Anzio” o che i genitori aggrediscano gli insegnanti senza venir denunciati: per l’istruzione investono meno di noi solo Slovacchia, Romania e Bulgaria, con l’80% degli istituti fuori-norma sulla sicurezza e l’obbligo più basso d’Europa, si punta sul liceo scientifico a 4 anni e senza il latino. Con un terzo degli insegnanti di sostegno non specializzato e un Miur che nega i dati sul burn out e contra legem non fa prevenzione.

Or dunque mettiamo ordine: saggi maestri e professori rifondino la scuola perché non c’è più tempo per le nuove generazioni.

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