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L’informatica come disciplina scientifica entra nella scuola: adesso inizia la vera sfida

Un cambiamento culturale prima che didattico: perché insegnare informatica oggi significa educare alla cittadinanza digitale. L’articolo del professore Enrico Nardelli dell’università di Roma “Tor Vergata”, direttore del Laboratorio Nazionale “Informatica e Scuola” del CINI e già presidente di Informatics Europe

 

È stato compiuto un passo storico per il sistema scolastico italiano. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 27 gennaio 2026 delle nuove Indicazioni Nazionali STEM, l’informatica fa il suo ingresso ufficiale come materia di studio nella scuola primaria e secondaria di primo grado. Non si tratta più di semplice alfabetizzazione digitale o di imparare a usare il computer, ma dell’introduzione dell’informatica come vera e propria disciplina scientifica.

Questa riforma rappresenta un risultato assai significativo di un percorso intrapreso venti anni fa, con il convegno Informatica: Cultura e Società. L’informatica viene inserita nel curriculum attraverso due canali complementari: gli aspetti più astratti e concettuali sono stati integrati nell’insegnamento della Matematica, mentre quelli più concreti e applicativi trovano spazio nella Tecnologia. Tale soluzione, anche se non introduce l’informatica come materia autonoma – che avrebbe richiesto un iter normativo più complesso – costituisce adesso il quadro legislativo di riferimento per poter fornire agli studenti una formazione completa sui principi scientifici alla base del mondo digitale.

Il cambiamento di prospettiva è radicale. Come evidenziato nei documenti ufficiali, l’obiettivo non è formare utilizzatori passivi di tecnologia, ma cittadini consapevoli, capaci di comprendere criticamente il funzionamento dei sistemi informatici che permeano ogni aspetto della società contemporanea. La riforma si propone di sviluppare nei giovani competenze fondamentali non solo per usare la tecnologia digitale, ma per comprenderla, valutarla e, quando necessario, crearla.

Questa svolta si inserisce nel contesto più ampio delle indicazioni dell’Unione Europea (UE). Nel novembre 2023, il Consiglio dell’UE ha pubblicato la Raccomandazione C/2024/1030 che invita gli Stati membri a migliorare l’offerta formativa in materia di competenze digitali. L’Italia, con questa riforma, si allinea a paesi come il Regno Unito, che già dal 2014 ha introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’informatica, e risponde all’esigenza strategica di colmare il divario di competenze in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale (IA).

Proprio l’avvento dell’IA generativa pone nuove questioni. Alcuni potrebbero chiedersi se, in uno scenario in cui sono già disponibili sistemi in grado di scrivere autonomamente programmi informatici, avrà ancora senso insegnare questa materia. La risposta degli esperti è chiara: anche negli scenari più avanzati, gli strumenti di IA potranno solo supportare, non sostituire, le persone coinvolte nello sviluppo e nella gestione dei sistemi software. La direzione strategica, la comprensione del contesto e degli obiettivi, la capacità di adattare i sistemi alle mutevoli esigenze rimarranno compiti umani, che richiedono proprio quella comprensione simbolica e astratta del mondo che solo le persone hanno e quella capacità concettuale e tecnica di sviluppare sistemi digitali complessi che solo lo studio dell’informatica può fornire. Riprenderemo questo tema in un successivo articolo.

Il rischio, tuttavia, è che la scarsa comprensione di queste dinamiche da parte del grande pubblico possa portare i decisori politici a ritirare il sostegno all’insegnamento dell’informatica, proprio nel momento in cui questa competenza diventa sempre più cruciale. Per questo, il supporto bipartisan a questa riforma è fondamentale per garantire la continuità di un progetto che richiederà almeno un decennio per andare a regime.

Le nuove Indicazioni Nazionali affrontano anche le criticità etiche e sociali legate alla tecnologia. Il testo sottolinea esplicitamente la necessità che gli studenti acquisiscano “la comprensione del funzionamento dei sistemi basati sulle tecnologie informatiche contestualmente a quella delle loro possibilità e dei loro limiti, così da cogliere le enormi possibilità di miglioramento e sviluppo offerte alla società evitando che diventino strumento di esclusione o di oppressione”. Viene ribadito il principio fondamentale che “siano gli esseri umani a mantenere il controllo sulle decisioni basate su sistemi informatici che possono avere un impatto significativo sulle persone”.

La vera sfida, ora, è quella della formazione degli insegnanti. A differenza di altre discipline, l’informatica non fa parte del bagaglio culturale della maggior parte dei docenti italiani, che non l’hanno studiata né a scuola né all’università. L’esperienza britannica è illuminante: dopo aver introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’informatica nel 2014, il Regno Unito ha dovuto constatare nel 2017 che le indicazioni curricolari rimanevano in gran parte inattuate per mancanza di insegnanti preparati. La risposta è stata la creazione, nel 2019, del National Centre for Computing Education, finanziato con 82 milioni di sterline e costantemente rifinanziato fino ad oggi, nonostante i tagli alla spesa pubblica.

L’Italia ha avuto accesso ai fondi del PNRR, ma i vincoli organizzativi e temporali hanno impedito di utilizzarli per creare un meccanismo efficiente per la formazione dei docenti all’insegnamento dell’informatica. Servirà quindi una forte volontà politica per garantire che questa riforma non rimanga lettera morta. La comunità accademica degli informatici, che da moltissimi anni porta le basi dell’informatica nelle scuole italiane, è pronta a contribuire: ricordiamo le numerose iniziative già in atto, quali ad esempio il progetto Programma il Futuro in collaborazione col Ministero dell’Istruzione e del Merito, e l’attività a livello di studio, ricerca e formazione esplicata in modo strutturato e organico attraverso il Laboratorio Nazionale “Informatica e Scuola” del CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica).

Il percorso sarà lungo e non privo di ostacoli, ma il primo, fondamentale passo è stato compiuto. L’Italia ha finalmente riconosciuto che, in una società sempre più digitale, la conoscenza dei principi scientifici dell’informatica non è un lusso né una specializzazione tecnica, ma una componente essenziale della formazione di ogni cittadino. Solo così sarà possibile formare generazioni capaci non solo di utilizzare la tecnologia, ma di comprenderne le implicazioni, valutarne le conseguenze e mantenere il controllo democratico su sistemi che influenzano profondamente le nostre vite.

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