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Solitudine

Il silenzioso virus mortifero della solitudine

Alcune ricerche affermano che il 50% della popolazione di Stati Uniti e Regno Unito soffre di solitudine e di isolamento, ma si tratta in realtà di una condizione che affligge gran parte della popolazione globale, tanto che l’Economist l’ha definita “la lebbra del XXI secolo”. L’articolo di Francesco Provinciali

 

In una società multietnica e globalizzata i contagi si diffondono rapidamente: così è stato per il Covid-19, così pare che sia per una pandemia che non ha origine da un virus ma nasce e dilaga in modo esponenzialmente crescente, specie nei contesti umani più avanzati: si tratta dell’epidemia della solitudine. Tanto crescente e pervasiva che l’Economist l’ha definita “la lebbra del XXI secolo”.

Recentemente Vivek Murthy – la massima autorità sanitaria degli USA quale Surgeon general of the United States, cioè “Chirurgo generale”, nominato dal Presidente Biden, capo operativo del Public Health Service Commissioned Corps e quindi il principale portavoce in materia di sanità pubblica del governo federale degli Stati Uniti, infine rappresentante americano nell’OMS, ha messo in guardia sulla crescita e gli effetti del fenomeno negli stili di vita degli yankee, che condividono con gli abitanti del Regno Unito il triste primato di un 50% della popolazione affetto da questa condizione esistenziale epidemiologica di ‘solitudine e di isolamento’. Ma pare che Finlandia, Danimarca e Norvegia lamentino da tempo questa situazione che affligge i rispettivi abitanti mentre la Fondation de France ha evidenziato come siano milioni i francesi che soffrono di isolamento, solitudine ed emarginazione sociale. Il fenomeno diventa a un tempo massivo e apicale in Giappone, dove la solitudine esistenziale ha raggiunto livelli drammatici ed è ben descritta da allegorie estreme come il fenomeno del kodokushi, il morire in modo completamente solitario e spesso ignoto agli altri.

Pare che anche in casa nostra le cose non vadano meglio, tra sindromi depressive e vere e proprie patologie da chiusura e incomunicabilità. Ricordo peraltro ciò che mi disse Umberto Galimberti nel corso di una intervista sulle derive comportamentali del nostro tempo e sulle difficoltà relazionali: “Viviamo in una cultura che ha aumentato in modo esponenziale i livelli di comunicazione, accade però che non abbiamo più niente da dire. Una volta le persone per sapere qualcosa del mondo uscivano di casa, oggi rientrano in casa e si mettono davanti allo schermo, dove tutto è allestito per presentare le cose in un certo modo, da un certo punto di vista. Il dramma consiste nel fatto di non disporne di altri. I giovani vivono una cultura di riflesso, prevalentemente non elaborata su modelli dialogici e di ascolto ma preconfezionata e trasmessa dai social, omologata ma a prevalente fruizione solipsistica, mentre nei contesti metropolitani odierni vivere negli appartamenti significa ‘appartarsi’.

Si tratta dunque di un fenomeno sociale di deriva e rilevanza psicologica ma sono gli effetti sugli stili di vita che preoccupano poiché riguardano le condizioni mentali ed emotive, gli stati d’animo, i sentimenti, una progettualità esistenziale asfittica, il decadimento cognitivo in assenza di rapporti con gli altri, le relazioni personali e sessuali, l’insonnia, la bulimia o l’anoressia, l’assenza di una misura di autostima, l’ansia, la depressione, le sindromi compulsive, l’assunzione di sostanze o di alcool fino al pensiero suicidario come unico mezzo di rimozione di uno stato di sofferenza insopportabile.

Risuonano davvero emblematiche e paradossali le parole di Galimberti: pur disponendo come mai prima d’ora di ogni potenzialità comunicativa grazie alle nuove tecnologie finisce che viviamo in una sorta di “Fortezza Bastiani”, in attesa di un nemico che non esiste, non siamo in pace con noi stessi, siamo spesso sopraffatti da nostalgie per un tempo migliore che in realtà non è mai esistito e non siamo capaci di elaborare strategie relazionali stabili e rassicuranti per il presente e il futuro: abbiamo persino paura di amare e – come mi ha detto Vittorino Andreoli – le turbe identitarie e affettive che ne derivano sono il pane quotidiano di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Inseguiamo una felicità che non raggiungeremo mai poiché dovrebbe coincidere con uno stato di grazia e di pienezza esistenziale incoerenti con il nostro malessere. La vita diventa un luogo di transito possibilmente ricercato e silenzioso, incolore e privo di utopie, la creatività si arresta sull’uscio di casa poiché abbiamo paura di incontrare il mondo.

Colpisce la trasversalità dei target sociali di questo fenomeno e la sua distribuzione generazionale: qui si va oltre Tolstoj che parlava di famiglie infelici in modo diverso, poiché infelicità e solitudini sono rappresentazioni legate a una dimensione personale e soggettiva. D’altra parte ilarità e pienezza di vivere, gioia e spensieratezza – che stanno agli antipodi della solitudine come malattia del nostro tempo – sono categorie esistenziali di difficile e incerta ricognizione, oggi.

“Navigare necesse est, vivere non est necesse”: è vero ma questo si scontra con le allegorie quotidiane dei naufragi e degli approdi. Più che essere soli conta il “sentirsi soli”: qualcosa di struggente, inspiegabile, insuperabile e che si finisce con il tacitare con la solita pastiglietta. Gottfried Wilhelm von Leibniz – filosofo vissuto tra la fine del ‘600 e i primi del ‘700 – è arcinoto per la sua teoria delle “monadi”: epistemologia della conoscenza della realtà ma anche condizione umana di isolamento. Le monadi non hanno porte né finestre, Hanno un’attività interna, ma non possono essere fisicamente influenzate da elementi esterni. In questo senso sono indipendenti, isolate tra loro.

Non avrebbe certo immaginato a quel tempo – Leibniz – che la sua monadologia sarebbe diventata la più potente metafora esplicativa della solitudine nell’era della post-modernità.

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