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Il mito un po’ fasullo della sanità italiana. Parola di medico

Sanità

L’intervento di Stefano Biasioli, medico ospedaliero in “pensione attiva”

 

Ci voleva il Covid per far capire — anche agli italiani più sprovveduti — che il mito della sanità italiana pubblica “universale, efficiente, efficace e a basso costo” era un mito fasullo, quanto meno dagli anni 2010 in poi.

Nella realtà — e nei documenti dei sanitari e degli analisti più attenti — dal 1996 in poi le cose sanitarie sono sempre peggiorate, lentamente ma inesorabilmente. Dal 1996, ossia dal “fasullo teorema bocconiano” che sosteneva che la sanità pubblica dovesse basarsi su prevalenti concetti economici, quali il budget delle unità operative e delle strutture ospedaliere (le “aziende sanitarie” o ASL), quali la dirigenza diffusa (medica o infermieristica) con abolizione delle carriere ospedaliere (assistente, aiuto, primario) e quale l’obbligo al contenimento dei costi ospedalieri, arbitrariamente considerati (dai bocconiani) come eccessivi. Per non citare i DRG, su cui l’autore di questo articolo ha scritto decine di saggi e pubblicato alcuni libri, dimostrandone l’assurdità.

Dai contratti (CCNL) ospedalieri del 1998 in poi si è verificato un progressivo arretramento economico, per i medici ospedalieri e per il personale sanitario ospedaliero, tutto. Contratti in ritardo, finanziamenti inferiori alle necessità (tecnologiche e di personale), progressiva contrazione dei letti ospedalieri, assoluta inadeguatezza delle strutture per gli acuti (pronto soccorso, rianimazioni, infettivi, nefrologia-dialisi, trapianti, neurochirurgie, cardiologie interventistiche, su tutti). Infine, dal 2011 al 2020, taglio complessivo dei finanziamenti al SSN, per oltre 35 miliardi.

La pandemia ha dapprima messo un velo su tutti questi drammatici problemi, con il personale sanitario ospedaliero diventato (peraltro per soli 24 mesi) “eroico”, perché in grado di affrontare la pandemia con grandi sacrifici, pur con mezzi carenti.

Ma la stessa pandemia ha poi fatto esplodere i problemi: la poco strutturata risposta della medicina territoriale (MMG, guardia medica, distretti) con ampie fette di popolazione malservite perché abbandonate a domicilio, in balia delle assurde regole ministeriali quali “vigile attesa e Tachipirina”. Quante morti si sarebbero evitate se la terapia domiciliare fosse stata più congrua?  Perché, in Italia, la mortalità da Covid è stata nettamente più alta della media Ue?

Ma, su questo, ci sarà tempo e modo per avere chiarezza.

Oggi vogliamo soffermarci su aspetti concreti, frutto di esperienza diretta e indiretta.

In Veneto, circa 380.000 prestazioni ambulatoriali sono state bloccate dalla pandemia. E sarà difficile riuscire a chiudere il gap, data la carenza di personale medico specialistico, in Veneto, esattamente come tutta Italia. L’allungamento delle liste di attesa porta a situazioni pericolose o paradossali. Ne citiamo 2, di questi giorni.
Pericolose: una signora di circa 84 anni con una metrorragia in atto da almeno 15 gg, trascurata dal MMG che non si è neppure peritato di chiedere una visita ginecologica urgente per questo problema!
Paradossali: la richiesta di una visita endocrinologica per “ipogonadismo”, per un paziente con obesità estrema (oltre 40 kg/m2 di indice di massa corporea), con un diabete mellito scompensato (glicemia mattutina superiore a 400 mg%), nonostante una terapia insulinica per complessive 84 unità di insulina (rapida e lente) al giorno.
Già… due esempi su tanti.

Mi chiedo, ma questi Colleghi sono distratti, sono burocrati insoddisfatti, o sono altro?

La risposta spetta ai lettori. Una cosa è certa, per chi scrive. La riforma della medicina territoriale è oggi inderogabile, qualunque cosa pensino e desiderino i sindacati di categoria: FIMMG e SNAMI in primis.

Noi, ” vox clamans in deserto”, lo sosteniamo da almeno 20 anni….

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