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cibi ultra-processati

I cibi ultra-processati nuocciono gravemente alla salute (come le sigarette)

Secondo una recente ricerca i cibi ultra-processati sono progettati per creare dipendenza così come le sigarette e quindi perché non intraprendere una lotta simile a quella che c'è stata contro il tabagismo? Fatti e commenti

 

I cibi ultra-processati non sono semplici alimenti modificati, ma veri e propri sistemi di somministrazione di sostanze ingegnerizzati per creare dipendenza, analoghi alle sigarette. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Milbank Quarterly e condotto da ricercatori delle università statunitensi di Harvard, Michigan e Duke.

I ricercatori sostengono che, data la loro capacità di dirottare la biologia umana, sia necessaria una regolamentazione severa basata sulle lezioni apprese dalla lotta contro il tabagismo.

INGEGNERIA DELLA DIPENDENZA E DISEGNO INDUSTRIALE

Secondo lo studio, prodotti come bibite gassate, snack confezionati e piatti pronti sono pensati per massimizzare l’impatto edonico e la redditività attraverso una manipolazione sofisticata. Nella ricerca si legge infatti che i cibi ultra-processati “sono progettati per aumentare la ricompensa e accelerare la consegna di ingredienti rinforzanti, guidando il consumo compulsivo e alterando la regolazione dell’appetito”.

Questa strategia, affermano gli autori, ricalca quella dell’industria del tabacco, puntando sull’ottimizzazione della dose e sulla velocità con cui il prodotto agisce sui circuiti cerebrali della ricompensa. In particolare, i ricercatori sottolineano come le sigarette e i cibi ultra-processati siano “sistemi di somministrazione altamente ingegnerizzati, progettati specificamente per massimizzare il rinforzo biologico e psicologico e l’uso abituale eccessivo”.

UN’EREDITÀ CONDIVISA CON “BIG TOBACCO”

Il legame tra i due settori non è solo metaforico, ma storico: colossi del tabacco come Philip Morris e R.J. Reynolds hanno posseduto importanti aziende alimentari tra gli anni ’80 e i primi anni 2000, trasferendo le proprie strategie di marketing e progettazione ai prodotti alimentari.

Secondo il dottor Githinji Gitahi, direttore generale di Amref Health Africa, “questo articolo rafforza un crescente allarme di sanità pubblica che si sta diffondendo in tutta l’Africa, dove le aziende hanno trovato un nesso comodo e redditizio: una regolamentazione governativa debole sui prodotti nocivi e modelli di consumo in cambiamento”. Il risultato è un ambiente alimentare dominato da prodotti che contribuiscono pesantemente a malattie cardiache, cancro, diabete e obesità.

DIPENDENZA E TRAPPOLA DELL’HEALTH WASHING

Lo studio inoltre denuncia come le etichette “a basso contenuto di grassi” o “senza zucchero” siano spesso una forma di health washing per rassicurare i consumatori senza ridurre il potenziale addittivo del prodotto. “Queste caratteristiche di progettazione – si legge nella ricerca – dirottano collettivamente la biologia umana, minano l’autonomia individuale e contribuiscono pesantemente alle malattie e ai costi sanitari”.

Ashley Gearhardt, autrice dello studio, riporta le testimonianze dei pazienti: “Dicono: ‘Mi sento dipendente da questa roba, la desidero continuamente – prima fumavo sigarette e ora ho la stessa abitudine, ma con bibite e ciambelle. So che mi sta uccidendo; voglio smettere, ma non ci riesco’”.

DALLA COLPA INDIVIDUALE ALLA RESPONSABILITÀ INDUSTRIALE

Il passaggio fondamentale invocato dai ricercatori è un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche: “Gli sforzi di sanità pubblica devono spostarsi dalla responsabilità individuale alla responsabilità dell’industria alimentare, riconoscendo i cibi ultra-processati come potenti motori di malattie prevenibili”.

Per Gearhardt il dibattito attuale segue lo schema già visto con il fumo: “Per un po’ di tempo diamo la colpa all’individuo e diciamo: ‘fumare con moderazione, bere con moderazione’ – finché arriviamo a capire quali leve l’industria può azionare per creare prodotti capaci di agganciare davvero le persone”.

Tuttavia, alcuni esperti come il professor Martin Warren invitano alla cautela nel confronto, notando che “resta aperta la questione se i cibi ultra-processati siano, come la nicotina, ‘intrinsecamente addictive (ovvero che creano dipendenza) in senso farmacologico, o se sfruttino principalmente preferenze apprese, il condizionamento della ricompensa e la convenienza’”.

UN PIANO D’AZIONE PER IL FUTURO

Per affrontare seriamente il problema i ricercatori suggeriscono di adottare strumenti come tasse sui nutrienti poveri, restrizioni al marketing per bambini (come accaduto nel per esempio nel Regno Unito) e migliori etichettature, simili a quelli usati per il tabacco: “I cibi ultra-processati dovrebbero essere valutati non solo attraverso una lente nutrizionale, ma anche come sostanze addictive, ingegnerizzate industrialmente”.

Sebbene infatti il cibo sia essenziale per la vita, è proprio la difficoltà di sottrarsi a un ambiente dominato da questi prodotti che rende l’intervento normativo più urgente.

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