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Ecco le regioni che utilizzano di più i monoclonali. Report Aifa

Monoclonali

Fatti, numeri e approfondimenti sui monoclonali in Italia (con la classifica delle regioni). Cosa emerge dal monitoraggio dell’Aifa

 

Dopo che è stata diffusa la notizia del loro utilizzo per curare il professor Massimo Galli, ex primario di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, gli anticorpi monoclonali sono tornati sotto i riflettori. In Italia: stando al 40° rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), negli ultimi 7 giorni la richiesta di questi farmaci è aumentata dell’11,23%. Ecco quali sono le regioni dove si utilizzano di più.

I MONOCLONALI AUTORIZZATI

Il nostro Paese ha autorizzato l’associazione di anticorpi monoclonali bamlanivimab-etesevimab dell’azienda farmaceutica Eli Lilly (nonostante non abbia ancora ricevuto l’ok a livello europeo), mentre è stata revocata l’autorizzazione del bamlanivimab in monoterapia.

È inoltre permesso l’utilizzo di sotrovimab, denominato Xevudy, dell’azienda Gsk e l’associazione casirivimab-imdevimab, denominata Ronapreve, dell’azienda farmaceutica Regeneron/Roche.

Non è invece ancora autorizzato in Italia, a differenza di quanto sostenuto dalla Commissione europea su parere dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), il regdanvimab (Regkirona) dell’azienda farmaceutica Celltrion Healthcare Hungary Kft.

QUANTI MONOCLONALI SONO STATI SOMMINISTRATI

Le strutture italiane che possono prescrivere anticorpi monoclonali sono 241 e dal 10 marzo 2021 al 5 gennaio 2022 ne sono stati prescritti 32.513, secondo l’Ufficio registri di monitoraggio dell’Aifa.

Tra i circa 32 mila pazienti totali a 15.538 è stato somministrato il mix di bamlanivimab ed etesevimab; a 15.124 l’associazione di casirivimab e imdevimab; a 1.028 sotrovimab e a 823 bamlanivimab da solo.

QUALI REGIONI LI UTILIZZANO DI PIÙ O DI MENO

Ormai non è una novità che sia il Veneto la regione italiana a ricorrere di più agli anticorpi monoclonali. In vetta alla classifica con 5.926 pazienti, seguito dal Lazio con 4.739 e dalla Toscana con 3.860. Numeri molto distanti dalla Provincia autonoma di Trento (126) e da Molise e Provincia autonoma di Bolzano che chiudono la classifica rispettivamente con 64 e 62 pazienti.

Confrontando, invece, il numero di prescrizioni di anticorpi monoclonali tra la settimana dal 29 dicembre 2021 al 4 gennaio 2022 e la precedente si osserva che sono Lazio e Piemonte le due regioni ad averne prescritto di più. Nel Lazio c’è stato un aumento del 16,5% e in Piemonte del 55,74%, mentre il Veneto – al terzo posto – registra un calo del 6,63%.

UN MONOCLONALE CONTRO OMICRON

Se i vaccini restano comunque il primo alleato nella lotta al virus, un anticorpo in particolare sembrerebbe essere efficace anche contro la variante Omicron, per cui non è ancora disponibile un vaccino specifico. Si tratta di sotrovimab (Xevudy) che come ha recentemente ricordato anche il virologo Guido Silvestri, Professor & Chair presso la Emory University, “in aggiunta alla campagna vaccinale, sarà importante usare gli antivirali efficaci contro Omicron (tipo la pillola Paxlovid ed il monoclonale Sotrovimab), soprattutto nei soggetti ‘a rischio’ (età sopra i 65 anni e con malattie predisponenti)”.

UN’IMPORTANTE SOLUZIONE MA NON PER TUTTI

Anche il professor Galli, parlando della sua esperienza personale, ha spiegato che se non avesse avuto le tre dosi di vaccino sarebbe stato un “candidato perfetto per un’evoluzione negativa della malattia e per il ricovero”. Poi ha chiarito che gli anticorpi monoclonali, ricevuti in ospedale, gli sono stati consigliati per i suoi fattori di rischio: “una brutta embolia polmonare nel 2019, una storia di asma importante, una glicemia sfarfallante”.

E, infatti, questo tipo di trattamento viene solitamente riservato a certe situazioni. Sotrovimab (Xevudy), per esempio, è stato autorizzato dal Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Ema ad adulti e adolescenti (a partire dai 12 anni di età e di peso pari ad almeno 40 kg) che non necessitano di ossigenoterapia supplementare e che sono a maggior rischio di progredire verso la forma grave della malattia.

L’ECCEZIONE DEL VENETO E LE DIFFICOLTÀ

Il Veneto, secondo quanto riferito ad Avvenire da Evelina Tacconelli, professore ordinario di Malattie infettive e direttore della clinica di Malattie infettive dell’azienda ospedaliera universitaria di Verona, ha dichiarato che la regione “ha ampliato i criteri per selezionare i pazienti da trattare”.

Tacconelli ha poi ricordato alcuni limiti nella somministrazione del trattamento: “è essenziale che la terapia venga effettuata entro 72 ore dalla comparsa dei sintomi […] occorrono ambulatori dedicati, bisogna informare ogni paziente, visitarlo, e dopo un’ora di infusione tenerlo in osservazione un’altra ora… Riusciamo a farne 15-20 al giorno, sabato e domenica compresi”.

Per tutti questi motivi, la professoressa ha spiegato come avviene la selezione dei pazienti: “selezioniamo chi ha almeno un fattore di rischio, anche solo l’età, oppure una comorbidità importante come l’ipertensione grave, il diabete, la dialisi, un tumore… Sicuramente la rapida somministrazione del farmaco ha salvato la vita ai vaccinati delle popolazioni fragili – oncologici, trapiantati, ecc. – che purtroppo hanno una risposta al vaccino estremamente più debole rispetto all’immunocompetente e possono trovarsi positivi”.

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