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Diritto all’aborto in Italia. Report ministero Salute

Aborto Italia

Cosa dice la relazione del ministero della Salute sul diritto all’aborto in Italia

 

La legge 194 ha da poco compiuto 44 anni. Era il 22 maggio 1978 quando l’Italia depenalizzava e disciplinava le modalità di accesso all’aborto con l’obiettivo di garantire alle donne la possibilità di scegliere e di non dover ricorrere a pericolose soluzioni clandestine.

A distanza di 44 anni però le difficoltà e gli ostacoli per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) restano ancora molti, sottolinea la relazione del ministero della Salute: dallo scarso ricorso all’aborto farmaceutico all’obiezione di coscienza di medici e operatori sanitari.

Come ogni anno, il ministero della Salute monitora la situazione del nostro Paese ed ecco cosa è emerso dall’ultima relazione.

I DATI SULLE IVG

Nel 2020, in Italia, le Ivg sono state 66.413, un numero che conferma il continuo andamento in diminuzione (-9,3% rispetto al 2019) registrato a partire dal 1983, anno in cui si è riscontrato il valore più alto (234.801).

Fonte: Ministero della Salute

Sebbene la diminuzione sia stata registrata in tutta la penisola, Valle d’Aosta, Basilicata, Sicilia, Puglia, Lombardia e Sardegna sono le regioni in cui si è osservata maggiormente.

Il ministero della Salute ipotizza che questo calo possa essere dovuto “all’aumento dell’uso della contraccezione d’emergenza” a seguito delle determine Aifa che hanno eliminato l’obbligo di prescrizione medica – anche per le minorenni – sia per la cosiddetta “pillola dei 5 giorni dopo” che per la “pillola del giorno dopo”.

ETÀ

Il tasso di abortività, ovvero il numero di Ivg per 1.000 donne di età 15-49 anni residenti in Italia, rimane tra i valori più bassi a livello internazionale. Le Igv diminuiscono soprattutto tra le giovanissime, mentre i tassi più elevati restano nelle donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni.

IL CANALE PIÙ USATO PER L’IVG E I TEMPI

Per il rilascio della certificazione necessaria alla richiesta di Ivg, anche nel 2020, il ricorso al consultorio familiare si conferma l’opzione più scelta (43,1%), rispetto agli altri servizi (medico di fiducia, servizio ostetrico, altra struttura).

Sono, inoltre, in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento.

IL TIPO DI INTERVENTO

Per eseguire una Ivg esistono due tecniche: il metodo farmacologico e il metodo chirurgico.

Nel 2020, secondo la relazione, il 35,1% degli interventi sono stati effettuati con metodo farmacologico.

Il mifepristone (RU486) con successiva somministrazione di prostaglandine, i due principi attivi previsti dal metodo farmacologico, è stato adoperato nel 31,9% dei casi, rispetto al 24,9% del 2019 e al 20,8% del 2018. Si segnalano, tuttavia, notevoli differenze regionali: si passa, infatti, dall’1,9% del Molise a oltre il 50% in Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Basilicata.

QUANTI OBIETTORI DI COSCIENZA CI SONO IN ITALIA

Per quanto attiene all’obiezione di coscienza, la relazione riferisce che nel 2020 il fenomeno ha riguardato il 64,6% dei ginecologi (valore in diminuzione rispetto al 67,0% del 2019), il 44,6% degli anestesisti e il 36,2% del personale non medico. Anche qui si rilevano ampie variazioni regionali per tutte e tre le categorie.

COSA HA DETTO SPERANZA

Nelle conclusioni della relazione, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha osservato che il numero di obiettori di coscienza per tutte le categorie professionali sanitarie, in particolare per i ginecologi, resta “elevato”.

“L’organizzazione dei servizi Ivg – ha detto Speranza – deve essere tale che vi sia un numero di figure professionali sufficiente da garantire alle donne la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, come indicato nell’articolo 9 della legge n. 194/78. Questo dovrebbe essere garantito dalle Regioni, per tutelare il libero esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e l’accesso ai servizi Ivg e minimizzare l’impatto dell’obiezione di coscienza nell’esercizio di questo diritto”.

LA DENUNCIA

Tuttavia, una ricerca condotta da Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, mostra dati ancora più allarmanti di quelli presentati nella relazione del ministero della Salute.

Secondo le autrici, infatti, la relazione edulcorata fornisce una fotografia sfocata e parziale di quanto avviene realmente nelle strutture ospedaliere del nostro Paese perché si basa su dati chiusi e aggregati che la rendono poco incompleta e impediscono qualunque miglioramento.

L’aborto, infatti, non è solo un diritto, ma anche un servizio medico garantito dalla legge. In Italia, però, è un percorso a ostacoli perché, come dimostrato dalla loro ricerca, la realtà è che in 26 strutture sanitarie (22 ospedali e 4 consultori) il 100% del personale, tra medici ginecologi, anestesisti, infermieri o OSS, è obiettore di coscienza.

Altri 72 ospedali hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza e in 46 strutture la percentuale supera l’80%.

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