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Che cosa si dice in Germania dei vaccini russo e cinese

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La stampa tedesca è diventata negli ultimi giorni molto sensibile al tema vaccini (anche russo e cinese), man mano che si emergono le crepe della campagna di vaccinazione in Germania. L’articolo di Pierluigi Mennitti

 

Il vaccino russo Sputnik ha anche un suo account twitter, attraverso il quale informa in tempo reale i lettori sui successi in giro per il mondo.

L’ultimo al momento in cui scriviamo riporta l’approvazione ottenuta in Angola, Congo e Gibuti e, sopra una selva di bandiere nazionali, il trionfale titolo: Sputnik V è stato già approvato in 42 paesi.

Il cinguettio di due ore prima era invece dedicato all’Europa. Più che una notizia, era una sfida: “Il fronte unito per negare l’accesso al vaccino russo all’Ue è il fronte unito della grande lobby farmaceutica, non degli europei. In Europa, lo Sputnik V è approvato nei seguenti paesi e altri seguiranno a marzo”. E giù altre bandiere: Russia, Belorussia, Ungheria, Slovacchia, Serbia, Montenegro, San Marino e Moldova.

Con Ungheria e Slovacchia, il vaccino russo ha fatto breccia nel cuore dell’Unione Europea, grazie a un accordo specifico con cui sono i governi dei due paesi, e non il produttore, ad assumersi tutte le responsabilità per eventuali inconvenienti. La Slovacchia è il secondo membro Ue in ordine di tempo, le prime dosi di vaccini sono arrivate da Mosca lunedì pomeriggio e in tutto Bratislava ne ha prenotate 2 milioni. Ma prima ancora che una singola dose venisse inoculata nei centri di vaccinazione, la scelta del premier Igor Matovic ha scatenato una crisi politica: i leader di due partiti minori hanno criticato sia la scelta di affidarsi a Sputnik che il presenzialismo del primo ministro che ha spettacolarizzato l’arrivo delle dosi e hanno minacciato di lasciare la maggioranza. Qualora lo facessero, il governo cadrebbe e si andrebbe rapidamente a nuove elezioni.

In Ungheria, invece, tutto sembra filare liscio e le uniche turbolenze politiche sono in questi giorni legate all’addio di Fidez, il partito di Viktor Orban, al Ppe. Sul versante vaccini, la preoccupazione del momento è quella di convincere i cittadini dell’efficacia di quello cinese. Perché Orban, oltre a stringere rapporti con Vladimir Putin per lo Sputnik, ha anche concluso un accordo con Xi Jinping per Sinopharm, uno dei quattro vaccini autorizzati in Cina. E se gli ungheresi, forse memori della buona fama che la medicina sovietica aveva ai tempi della fratellanza coatta, non hanno alcuna diffidenza nei confronti dello Sputnik, restano invece sospettosi di fronte al prodotto cinese. Tanto che lo stesso Orban, saltando per ovvi motivi le regole sulla priorità, si è fatto somministrare in pubblico una dose di Sinopharm. Alle cronache, resta la frase con cui Orban ha liquidato chi gli chiedeva se i vaccini prenotati dall’Ue anche per l’Ungheria non fossero sufficienti: “Se ci si potesse immunizzare con le prenotazioni saremmo a posto, purtroppo servono i vaccini”.

In Germania parlano di soccorso orientale. Dalla Russia e dalla Cina ai Paesi che furono dell’Europa dell’Est e che oggi, in ossequio alle nuove coordinate geopolitiche, chiamiamo dell’Europa centrale. Oltre a Ungheria e Slovacchia, anche la Repubblica Ceca si appresta a dare il via libera a Sputnik, e forse anche a Sinopharm. Nel Paese più colpito dalla seconda ondata (da ottobre a oggi la Repubblica Ceca è stata investita da tre picchi pandemici e detiene con 20.000 morti il più alto tasso di decessi per Covid del mondo) il premier Andrej Babis ha fatto esplicito riferimento all’esempio ungherese. Al rinforzo con il vaccino cinese pensa anche la Polonia: di recente ne hanno parlato telefonicamente il presidente polacco Andrzej Duda e Xi Jinping e, a una domanda specifica del corrispondente locale della Frankfurter Allgemeine Zeitung, un portavoce del governo ha confermato che Varsavia sta monitorando i risultati in quei Paesi che stanno già somministrando Sinopharm.

La stampa tedesca è diventata negli ultimi giorni particolarmente sensibile al tema, man mano che si evidenziavano le crepe della campagna di vaccinazione in Germania: poche dosi, sistemi di prenotazione complessi, scetticismo crescente verso il vaccino AstraZeneca, con conseguente disdetta di appuntamenti e giacenza delle dosi nei frigoriferi. La domanda che circola, specie nei confronti di Sputnik, è se l’Europa non sia stata troppo arrogante e presuntuosa nel sottovalutare la capacità scientifica della Russia. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha ricordato però anche i motivi delle resistenze europee. Sono mancate a lungo prove indipendenti, i test si riferivano a campioni molto bassi, la terza fase delle sperimentazioni è tuttora in corso e non era neppure iniziata quando, lo scorso agosto, Mosca annunciò l’autorizzazione. La procedura russa non ha seguito gli standard internazionali, ma con la pubblicazione dell’articolo sulla rivista scientifica britannica The Lancet, a metà febbraio, che certificava una copertura di Sputnik del 91% la controffensiva è partita. E Kirill Dmitrijev, l’uomo a capo del fondo di investimenti statale RDIF che ha cofinanziato gli studi sul vaccino sviluppato dal Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica Gamaleja di Mosca, si gode oggi la sua rivincita.

I dubbi restano, come ha ammesso la Berliner Zeitung, citando anche quelli espressi dal gruppo raccolto attorno al biologo molecolare italiano Enrico Bucci, e ripresi dallo Spiegel. Ed è vero che il procedimento seguito dai russi è stato insolito e per alcuni versi inspiegabile. “Ma a essere severi, i report sulla terza fase di Moderna e Biontech erano un po’ migliori, ma non proprio un capolavoro di qualità”, aggiunge il quotidiano riportando l’opinione di un virologo berlinese, “anche lì mancavano molti dettagli, ed è così quando si deve andare spediti”. La scarsità e il ritardo di informazioni sull’efficacia e sicurezza del vaccino spiega la riluttanza anche dei ricercatori tedeschi, ma pochi hanno dubitato che “la tecnologia usata dai russi fosse azzardata: è la stessa di AstraZeneca e Johnson & Johnson”.

Non è forse un caso che il giornale più favorevole al vaccino russo sia un quotidiano come la Berliner Zeitung, che per 43 anni ha informato i cittadini della DDR. Qui, come probabilmente nei paesi un tempo ruotanti nell’orbita sovietica, i pregiudizi nei confronti della ricerca scientifica russa sono favorevoli. Probabilmente ai russi non interessa affatto cosa pensi l’occidente del suo vaccino, riprende la BLZ, volevano fare in fretta e hanno agito.

Il vantaggio di arrivare fra i primi è evidente: economico e geopolitico. Il nome dato al vaccino, d’altronde, non lascia dubbi: Sputnik, come il primo satellite che l’Urss spedì in orbita nel 1957.

Nel frattempo il soccorso orientale è arrivato fin nei Balcani. Se la commissaria europea Ursula von der Leyen aveva a novembre trionfalmente annunciato che l’Ue avrebbe avuto dosi sufficienti per vaccinare anche i Balcani occidentali, a Belgrado oggi possono vantarsi del tasso di vaccinazione più alto del mondo solo grazie a Sputnik e Sinopharm (oltre che a un efficiente sistema di digitalizzazione per logistica e prenotazioni). Non l’Ue ma la Russia e la Cina stanno salvando la Serbia dalla pandemia. “Se avessimo aspettato l’Unione Europea, noi che non ne facciamo parte, saremmo stati gli ultimi”, ha detto qualche giorno fa il primo ministro Ana Brnabic.

Ora il paese viaggia spedito al ritmo di 2,5 milioni di dosi arrivate fino a fine maggio per una popolazione di 7 milioni. Di esse, 1,5 milioni sono arrivate da Pechino, oltre 200.000 da Mosca, il resto ha i marchi Pfizer-Biontech e AstraZeneca. La Serbia, oltre a vaccinare i suoi cittadini, sta giocando anche una specifica partita geopolitica all’interno della regione: “L’Ue ci ha lasciati in balia, i paesi balcanici dovrebbero aiutarsi a vicenda” ha detto il presidente Aleksandar Vucic in visita a Sarajevo, dove ha portato in omaggio 10.000 dosi di vaccino (AstraZeneca però). “La situazione relativa all’acquisto di vaccini per il Covid ha dimostrato che i paesi balcanici sono stati abbandonati da Bruxelles e che i popoli balcanici dovrebbero cooperare e aiutarsi a vicenda”, ha aggiunto il presidente serbo, che nei giorni scorsi aveva fatto una simile donazione a Montenegro e Nord Macedonia.

Sempre dal quadrante Sud-Est, si registra ora l’interesse croato per l’acquisto del vaccino Sputnik, questa volta in accordo con l’Ue: si seguirà il modello ungherese.

“ I russi conoscono il loro mestiere”, riprende la Berliner Zeitung citando il biologo Emanuel Wyler, “basta ricordare che il russo Anatoly Smorodinsev ha prodotto il primo vaccino antinfluenzale vivo al mondo nel 1936. I vaccini contro Ebola e Mers sono già stati sviluppati presso l’Istituto Gamaleja”. Per il quotidiano berlinese è stata “l’arroganza dell’occidente” a impedire all’Europa di combattere più rapidamente e a larga scala la pandemia con lo Sputnik, “i pregiudizi di certi circoli che ancora credono che la Russia sia una sorta di Burkina Faso con armi atomiche, come sosteneva il cancelliere Helmut Schmidt ai tempi della guerra fredda”. Ormai è troppo tardi, ma che sia di lezione per il futuro, conclude la BLZ: ci saranno altre emergenze, che siano pandemie o catastrofi naturali, e sarebbe importante “venirsi incontro l’un l’altro, abbattere le barriere, vedersi come partner non come oppositori, accettarsi da pari a pari e non elevarsi moralmente al di sopra degli altri”.

 

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