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Altruista o egoista? La risposta è anche nell’amigdala

Amigdala

Uno studio italiano dell’Università degli Studi di Milano e dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) ha scoperto come l’amigdala, già considerata il centro delle nostre emozioni, rende alcune persone più altruiste di altre. Tutti i dettagli

 

L’amigdala, una piccola formazione di sostanza grigia situata nel cervello, è coinvolta nei processi di formazione della memoria, nel comportamento aggressivo, nell’elaborazione delle informazioni olfattive, nelle reazioni di paura e anche nella propensione all’altruismo.

Quest’ultimo aspetto lo ha dimostrato per la prima volta uno studio pubblicato su Nature Neuroscience e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e dell’Istituto Italiano di Tecnologia- IIT di Genova.

COME È STATO DIMOSTRATO?

Per dimostrare l’influenza dell’amigdala su altruismo o egoismo, gli autori dello studio hanno analizzato il comportamento di alcuni topi che dovevano svolgere un compito sperimentale basato sulla teoria dei giochi.

Il cosiddetto gioco del dittatore (dictator game), spiegano gli studiosi, è infatti uno dei metodi più comuni nella psicologia sociale umana e nell’economia per misurare la condivisione dei comportamenti.

IL GIOCO DEL DITTATORE

Il compito proponeva agli animali di scegliere se condividere o meno una ricompensa con i propri simili. Circa il 70% di loro, riferisce lo studio, preferiva la condivisione e veniva etichettato nell’esperimento come altruista.

Dopo i primi esperimenti, gli scienziati hanno introdotto un’ulteriore sfida per gli animali altruisti, invitandoli a sacrificare tutta la ricompensa e a lasciarla al proprio compagno. Anche in questo caso, alcuni si sono dimostrati più altruisti di altri.

COME AGISCE L’AMIGDALA

L’équipe ha quindi studiato le connessioni fra l’amigdala baso laterale e la corteccia prefrontale del cervello perché, come spiegano i ricercatori, l’attivazione fisiologica o meno di questi collegamenti influenza il manifestarsi di comportamenti egoistici o altruistici.

È stato quindi notato che nei soggetti più altruisti i neuroni dell’amigdala si attivano maggiormente rispetto a quelli dei soggetti egoisti. Nello specifico, nei soggetti più egoisti la diminuzione dell’attività dell’amigdala è legata alla mancata comunicazione con la corteccia prefrontale.

Come spiega su Nature la giornalista scientifica e neurobiologa Marta Paterlini: “Quando un sottotipo di neuroni che proiettano dalla corteccia prefrontale all’amigdala veniva spento, il comportamento altruistico era inibito e la maggior parte dei topi si comportava in modo egoistico”.

“Invece, spegnendo i neuroni che proiettano nella direzione inversa – dall’amigdala alla corteccia prefrontale – il processo di apprendimento è stato influenzato. Gli animali apparivano confusi e non capivano più le conseguenze delle loro reazioni, e le scelte egoistiche e altruistiche erano equamente distribuite. Anche le misurazioni dell’attività cerebrale a livello dell’amigdala erano diverse negli animali altruisti e in quelli egoisti”.

LA GERARCHIA SOCIALE

Certo, l’amigdala non è l’unico fattore responsabile dell’altruismo o dell’egoismo nel mondo animale ma gioca sicuramente un ruolo importante se unita ad altri fattori sociali-ambientali e comportamentali.

Gli scienziati hanno infatti riscontrato che l’altruismo prevale quando all’interno dello stesso gruppo i soggetti si conoscono, c’è maggior interazione, uno dei due è affamato e tra maschi con rango sociale distante.

“Innanzitutto, [la condivisione avviene con] un compagno familiare – ha spiegato Diego Scheggia dell’Università di Milano e primo autore dello studio -. È importante anche la gerarchia sociale nella gabbia, se c’è un topo dominante. Il leader è di solito il più altruista”.

Al contrario, quando a confrontarsi sono due esseri di pari gerarchia cresce la competizione e aumentano i comportamenti egoistici.

IL CONTAGIO EMOTIVO

Non solo. C’è anche un fattore di contagio emotivo. Come evidenzia lo studio, i topi che sentivano lo stress dei loro simili osservandoli in difficoltà, erano quelli più dediti a fare scelte di condivisione.

UAN SCOPERTA IMPORTANTE ANCHE PER AUTISMO E SCHIZOFRENIA

Ma lo studio, come ha sottolineato Francesco Papaleo, responsabile del laboratorio di Genetics of Cognition di IIT, oltre a far luce sull’origine evolutiva e sui meccanismi dell’empatia umana, potrebbe essere utile per individuare nuovi bersagli terapeutici mirati a controllare l’eccessiva socialità o al contrario l’estrema chiusura e assenza di empatia che si manifestano in patologie come l’autismo e la schizofrenia.

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