Antonio José Seguro lo ho conosciuto nel luglio del 1993 a Oporto, al festival mondiale della Jusy, l’organizzazione internazionale dei giovani socialisti. Con il senno di poi potrei dire che non mi stupisco affatto che lui, allora capo dei giovani socialisti portoghesi, sia diventato, al termine di una lunghissima marcia, presidente della Repubblica con un amplissimo margine sullo sfidante, André Ventura, leader del partito di destra Chega, che però è diventato il terzo in Portogallo. Certamente però lo ritenni, insieme con Antonio Guterres, una figura emergente tra gli allievi del presidente Mario Soares. Entrambi molto preparati, parlavano un ottimo inglese, in un Paese che ricordava ancora l’Italia degli anni 50 e dove l’inglese era diffuso solo negli hotel più di lusso.
E però il personaggio che mi colpì di più fu proprio Seguro, allora 30 anni, misurato, molto razionale e forse anche un po’ troppo freddo e distaccato per la sua età. Ma dai modi signorili e ospitali. Ero inviato in Portogallo per L’Unità, al seguito della Sinistra Giovanile di Nicola Zingaretti, accompagnato dall’allora responsabile Esteri dei giovani del Pds, Umberto Gentiloni. Ma da cronista curiosa del mondo, pronta a cogliere le opportunità inimmaginabili che questo mestiere dà, il mio obiettivo numero uno, pur non richiestomi dal giornale, era arrivare al capo di Stato, Soares, non limitarmi a burocratici resoconti.
In quell’estate lì, contrassegnata dalle cronache delle cosiddette mani pulite, con i suicidi di Cagliari poi di Gardini, era per me come un’oasi stare in Portogallo. Seguro mi invitò a pranzo, in un bel ristorante di Oporto. Voleva evidentemente conoscere la giornalista che intendeva intervistare il “Presidente” della Rivoluzione dei Garofani. Parlammo di politica ma anche del cibo, non mi chiese nessuna intervista. Mi colpì la forza tranquilla, l’autorevolezza, già allora, di quel ragazzo biondino con gli occhiali. Mi diceva che il socialismo doveva rinnovarsi affrontando i grandi temi del mondo, anche affrontando l’avvento delle nuove tecnologie.
Poi, arrivai a Soares. In forma un po’ avventurosa, la sera stessa del giorno in cui sotto una regia di sicurezza complessa e perfetta, al festival della Jusy fece la sua prima uscita pubblica, venendo dal suo rifugio segreto in Inghilterra, Salman Rushsdie, lo scrittore dei versetti satanici, colpito dalla fatwa degli Ayatollah. Soares era in un hotel di Oporto. Sapevo che non parlava inglese, mi presentai con un improvvisato interprete, militante della Sinistra giovanile del Pds, da poco entrato, dopo il lasciapassare di Bettino Craxi, nell’Internazionale Socialista. Il mio “interprete” aveva un orecchino e pantaloni alla zuava. Ma il presidente socialista fece finta di niente, tra i velluti e gli stucchi dell’hotel Infante de Sagre, a Oporto. Solo a un certo punto gli rimproverò la lingua: “Questo è brazileiro!”, si ribellò. Ed io un po’ comicamente cercai di porre riparo: “Lo scusi, presidente”.
Ma il punto fu un altro. Soares mi interruppe, chiedendomi: “Che stanno facendo al mio amico Craxi? Sono sicuro che lui proverà la sua innocenza”. Ovviamente, riportai tutto nella mia intervista, a quel punto non so quanto gradita al giornale. Non ricordo se con Seguro parlai di Craxi. Ma il nuovo presidente del Portogallo, dato, quando lanciò la sua candidatura, a circa il 6-7 per cento nei sondaggi, poi al ballottaggio vincitore con un exploit anche per i consensi di ambienti elettorali centristi e conservatori moderati, l’ex capo dei giovani socialisti, ritiratosi a un certo punto addirittura per 10 anni, come un vero Cincinnato a coltivare le sue terre (Marcello Sacco, Ansa, per Radio Radicale da Lisbona), viene da questa sinistra qui. Un socialista. Mai comunista. Una figura sulla quale gli ex comunisti italiani e eredi, gli ex sinistra dc, con varie derivazione di sigle e tormenti infiniti, irrisolti nell’anima riformista dovrebbero riflettere. Ammettere che la Storia ha dato ragione a Craxi e non alle manette di mani pulite attraverso un’analisi vera è evidentemente ancora esercizio impossibile.
Non a caso, la sinistra Italiana sembra più caldamente esultare per un Mamdani sindaco a New York che un Seguro a Lisbona, presidente del Portogallo. Un “leader socialista saggio, non uno wokista”, come ha scritto ieri Ludovico Festa su Libero Quotidiano.






