Donald Trump ha sorpreso ancora una volta alleati, osservatori internazionali e soprattutto il governo di Kyiv, tornando sui propri passi rispetto a una delle richieste più urgenti dell’Ucraina in questa fase della guerra: la possibilità di produrre in proprio i missili Patriot, considerati l’unico sistema davvero efficace contro i letali missili balistici russi.
La promessa, fatta in modo inaspettato all’inizio di luglio durante il summit della Nato ad Ankara, è stata ridimensionata venerdì scorso in modo drastico. Una giravolta che lascia l’Ucraina in una situazione di incertezza, proprio mentre gli attacchi russi si fanno più pressanti e l’inverno si avvicina, portando con sé il rischio di una nuova stagione di distruzioni e blackout energetici.
La retromarcia evidenzia le contraddizioni dell’approccio di Trump al conflitto: da un lato il sostegno all’Ucraina e al suo leader, dall’altro una prudenza quasi ossessiva sulla cessione di tecnologie militari avanzate, motivata da timori strategici di lungo periodo. Una posizione che mescola realpolitik, memoria storica e la volontà dichiarata di arrivare a una soluzione negoziata del conflitto.
La promessa iniziale e l’ottimismo ucraino
La vicenda era iniziata lo scorso 8 luglio, a margine del summit dell’Alleanza Atlantica in Turchia. In un incontro bilaterale con Zelensky, Trump aveva sorpreso molti presenti affermando chiaramente: “Gli daremo il diritto di produrre i Patriot”, aggiungendo con tono deciso: “Gli mostreremo come si fa”.
Come osserva il New York Times, quelle parole avevano rappresentato un’apertura inattesa e significativa. L’Ucraina da tempo preme non solo per ricevere missili già pronti ma per un accordo di co-produzione dei Patriot PAC-3, al fine di sviluppare una capacità industriale autonoma in grado di ridurre la dipendenza dalle forniture americane, sempre più sotto stress per via degli impegni in Medio Oriente e della conseguente scarsità di questi intercettori.
Dopo l’incontro di Ankara, delegazioni ucraine avevano immediatamente avviato contatti con il Pentagono e con i vertici di Lockheed Martin e RTX, che producono i Patriot.
Zelensky, da parte sua, aveva descritto il dialogo con il suo collega americano come produttivo anche durante la recente visita alla Casa Bianca avvenuta martedì scorso, durante la quale aveva incontrato personalmente dirigenti di Lockheed Martin.
Fino a pochi giorni fa, sembrava dunque che la strada verso una licenza di produzione fosse aperta.
Il dietrofront
Tutto è cambiato venerdì, nel corso di una riunione di gabinetto tenutasi nell’atmosfera più informale del ritiro presidenziale di Camp David.
Interpellato sul tema dei Patriot, Trump ha tracciato una linea netta: “Non abbiamo concordato nulla del genere”. Come sottolinea Reuters, il presidente ha precisato che i colloqui sono ancora in corso ma che non esiste alcun accordo definitivo. Una dichiarazione che ha immediatamente ridimensionato le aspettative ucraine e che contrasta con le letture ottimistiche fornite da Zelensky dopo gli ultimi incontri.
Il Guardian ha descritto il momento come una “ritrattazione” in tempo reale di un impegno preso solo poche settimane prima, avvenuto proprio mentre il gabinetto sperimentava questa formula diversa di riunione voluta dalla Casa Bianca.
Le giustificazioni di Trump
Il presidente Usa ha dedicato ampio spazio alle sue ragioni, ripetendo con insistenza il concetto di prudenza. “È una cosa difficile da cedere, quel tipo di tecnologia”, ha affermato Trump, secondo quanto riportato dal New York Times. “Bisogna essere molto giudiziosi, ma soprattutto molto attenti. Non abbiamo concordato quello. Stiamo parlando, ma è una cosa difficile da dare via”.
Il presidente ha anche insistito sul rischio potenziale insito nella decisione: “Le persone a cui dai la tecnologia, un giorno potrebbero rivoltarsi contro di te. Non penso che accadrebbe mai, ma sai, è possibile”. Ha quindi ricordato che nella storia è già successo che alleati diventassero avversari e utilizzassero armi americane contro gli Stati Uniti, citando casi come quello dell’Iran con gli F-14 forniti ai tempi dello Shah.
“Abbiamo le armi più grandi del mondo e dobbiamo essere molto cauti nel dare via i segreti di queste armi”, ha aggiunto The Donald, sottolineando che si tratterebbe di “un grande passo”.
Il capo della Casa Bianca ha anche elogiato le capacità del sistema Patriot, capace di viaggiare a oltre 8.600 miglia orarie e di abbattere missili in sequenza con impressionante precisione, come nel caso di cinque missili intercettati uno dopo l’altro “bing bing bing bing”, secondo il suo racconto colorito riportato dal Guardian.
Il contesto bellico
La giravolta arriva in un momento drammatico per l’Ucraina. Poche ore dopo le parole di Trump una nuova ondata di missili balistici russi ha colpito Kyiv, causando almeno nove morti e ventotto feriti. L’Ucraina corre un rischio crescente: le sue difese aeree sono sotto stress estremo, con una grave carenza di intercettori.
Zelensky ha ribadito che la questione resta una “priorità assoluta”, anche durante una telefonata definita “buona” con il vicepresidente Usa JD Vance.
L’ambasciatrice ucraina Olha Stefanishyna ha confermato che i colloqui con il Pentagono e le aziende produttrici proseguono, con Lockheed Martin pronta a inviare una squadra in Ucraina.
Tuttavia, gli esperti avvertono che anche con una licenza il percorso sarebbe lungo: da dodici mesi a cinque anni per arrivare a una produzione effettiva, con il rischio costante che eventuali impianti diventino obiettivi prioritari per l’esercito russo.
Le implicazioni strategiche
Questa oscillazione rientra nel tipico stile di Trump: un mix di sostegno concreto, ricordando di aver fornito a suo tempo i sistemi Javelin che impedirono una vittoria lampo russa nel febbraio 2022, e di realismo spietato sulla cessione di tecnologie.
Il presidente ha criticato l’amministrazione Biden per aver “dato via troppo”, pur ammettendo di aver fornito lui stesso armi all’Ucraina anche durante il suo primo mandato.
Parallelamente, Trump continua a spingere per una soluzione negoziata del conflitto, annunciando, come riporta la BBC, l’invio a Kyiv dei suoi inviati Jared Kushner e Steve Witkoff. “Vogliamo semplicemente che la guerra tra Ucraina e Russia finisca”, ha ripetuto il presidente, ribadendo che entrambe le parti dovranno fare concessioni.






