Giorgia Meloni sceglie il compromesso sul Board of Peace, nel solco della mediocrità cui abbiamo fatto cenno e che vedremo se e quanto aurea. Non andrà di persona al vertice, non si iscrive ufficialmente, non infrange il dettato costituzionale, ma nemmeno lo ignora del tutto. Più o meno come l’Ue che però, ipocritamente, rifiuta di farsi chiamare osservatrice. Perfetto in tal senso Antonio Tajani, che oggi ne riferisce in Parlamento e poi parteciperà alla riunione, un ministro degli Esteri che non brilla ma neppure ha commesso errori imperdonabili, calatosi bene nel ruolo di comprimario di una premier che cura le relazioni internazionali personalmente, e persino più di quelle interne.
Donald Trump, pur smentendosi di continuo, è noto per la capacità di spararla sempre più grossa. Con l’annuncio del comitato da lui creato e del quale si è auto-posto a capo (molla ‘sta corona, è mia) si è però superato: “Il Board of Peace si rivelerà l’organismo internazionale più influente della storia, ed è per me un onore guidarne la presidenza”. Certo, è un comitato non di pace ma d’affari, dicono gli oppositori pregiudiziali, con i quali meraviglia si sia intruppato il ragionevole Calenda. Certo, sì, anche d’affari, ed è sempre così quando si fa la pace, vedi Ucraina. Ma quale senso avrebbe la scelta contraria? Astenersi, salvo poi scoprire che qualcosa il Board riesce a fare per chiudere la stagione infinita dei lutti palestinesi, israeliani e mediorientali.
Davanti alla prosa del presidente Usa impallidisce l’ambiguità del procurator Gratteri Nicola, che prima lancia il sasso criminalizzando chi appoggia il referendum sulla magistratura e poi nasconde la mano dietro l’estrapolazione dal contesto. Che non si capisce cosa significhi vista la sua frase adamantina, contro il sì senza se e senza ma: “Voteranno per il Sì indagati, imputati, massoneria deviata, centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Impallidisce anche la serialità del gaffeur Nordio Carlo, che tutti scommettono sarà il primo a far le spese in caso di sconfitta al voto sulla giustizia. Su cui, però, Meloni e i big dell’esecutivo si impegnano poco, mettendo ancor più a repentaglio l’esito ed evitando però di immedesimarsi troppo con l’eventuale vittoria dei no (sono le contraddizioni dei compromessi). Pare che ieri Meloni abbia persino raccomandato, in evidente riferimento al Guardasigilli, di non alzare i toni per non avvantaggiare ANM e opposizioni, consiglio che dato da lei colpisce.
Trump piace alla gente che non piace perché è spudorato. E forse perché gli hanno sparato, conferendogli quell’aura di martirio che l’ha consacrato alla Casa Bianca: attentato sospetto, sì, ma come tutti quelli contro i presidenti Usa… Ora però, c’è il ben più chiaro e semplice omicidio di Quentin Deranque, giovane di destra picchiato a morte in Francia, per il quale è stato denunciato Jacques Élie Favrot, fondatore della Jeune Guarde Antifasciste e assistente del deputato Raphaël Arnault, pupillo di Mélénchon. Rileviamo che, quando dalla parte delle vittime ci sono ragazzi di destra, il cordoglio e la condanna sono sempre più tiepidi: lo possiamo chiamare il format Ramelli, anche stavolta qualche esponente progressista ha nicchiato.
L’avevamo visto, tra l’altro, con Ilaria Salis accusata di aver aggredito due giovani durante un raduno sovranista a Budapest, quando qualcuno ha detto che è sprangare i “neonazisti” non è reato. Sarà antipatico, ma ci citiamo una seconda volta: i soggetti pericolosi di sinistra sono tali più di quelli di destra, che magari la sparano grossa, ma a parole. Ora, tanto per chiudere il cerchio, Marco Rubio è stato in Ungheria per incontrare Viktor Orbán e gli ha confermato il sostegno, “il presidente Trump è profondamente impegnato nel vostro successo”.



