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Massimo D’Alema

Quel sorprendente No di D’Alema al referendum sulla giustizia

Le contraddizioni di D’Alema sulla giustizia visto il passato della Commissione bicamerale. Il corsivo di Damato pubblicato sul quotidiano Libero

 

Orgogliosamente ostinato nelle sue abitudini, Massimo D’Alema non ha voluto mancare all’appuntamento con la sorpresa annunciando, fra mostre e celebrazioni, il suo no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia declamata con qualche esagerazione anche dai sostenitori.

La sorpresa deriva dal ricordo, che personalmente ho nitido – confermato anche da autorevoli testimonianze di cui scriverò – dello stesso D’Alema presidente della più celebre, direi, delle commissioni bicamerali per riforme piò o meno organiche della Costituzione. Presidente, nel 1997, per scelta soprattutto di Silvio Berlusconi, che dai banchi dell’opposizione di centrodestra lo preferì ad altri esponenti della sinistra che ambivano a quella carica, neppure tanto dietro le quinte. Nacque anche da quella scelta il personaggio “Dalemoni” inventato nelle sue cronache dall’indimenticabile Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici, anche se lo hanno dimenticato a Repubblica celebrando i 50 anni della testata.

In quella commissione, non a caso finita presto in abrasivi e minacciosi giudizi di magistrati di primo piano dell’epopea giustizialista delle indagini rimaste famose come “Mani pulite”, prevalse nel confronto sulla giustizia la prospettiva delle carriere separate dei giudici e dei pubblici ministeri. Non si ricordano francamente segni di contrarietà o solo di disagio del presidente della commissione, tutto preso dalla leggenda che a sinistra si faceva di lui fra i padri ricostituenti, diciamo così, della Repubblica, essendo caduta la prima sotto la ghigliottina giudiziaria e avendo bisogno la seconda di un adeguamento costituzionale, appunto.

Ad un certo punto, per una serie di ragioni politiche, personali, umane e quant’altro, riguardanti anche il presidente del Consiglio dell’epoca Romano Prodi, che sembrava a torto o a ragione infastidito pure lui dalle dimensioni di D’Alema, che -guarda caso- l’avrebbe sostituito a Palazzo Chigi nel 1998 opponendosi alle elezioni anticipate reclamate dal presidente dimissionario e dal suo vice Walter Veltroni; ad un certo punto, dicevo, la commissione entrò in crisi. Ne furono interrotti i lavori e mancò una votazione specifica sulla separazione delle carriere dei giudici e, ripeto, pubblici ministeri.

Di quella mancata votazione, o formalizzazione, D’Alema si fa forte probabilmente nelle sue riflessioni postume, e in questa campagna referendaria in corso, per credere di non contraddirsi scegliendo e annunciando il no. “In difesa degli indagati”, ha detto ragionando come un Pomicino o un Mastella qualsiasi, anche loro schieratisi per il no ricordando con paradossale nostalgia, o quasi, i pubblici ministeri nei quali erano incorsi nelle loro disavventure giudiziarie. Un Pomicino e un Mastella che mi perdoneranno per amicizia e stima ricambiate di quel “qualunque” cui ho fatto polemicamente ricorso.

Fra gli amici e compagni di D’Alema di quella mancata fase ricostituente della sua commissione c’erano Cesare Salvi e Claudio Petruccioli. Il primo ha appena partecipato con l’ex presidente di centrodestra del Senato Marcello Pera ad una rappresentazione del sì referendario. L’altro ha appena riproposto al Giornale una sua intervista di luglio del 1997 allo stesso Giornale in cui, a proposito dei lavori di quella commissione ancora in corso, diceva di “essere stato sostenitore della separazione delle carriere da prima di Tangentopoli”. E di non avere certamente cambiato parere assistendo allo spettacolo giudiziario e politico che n’era seguìto. E in qualche modo continua.

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