Skip to content

italia nato innovation fund nif

Nato Innovation Fund (Nif), cosa fa l’Italia?

L’Italia ha aderito al Nato Innovation Fund (Nif), fondo di capitale di rischio dalla dotazione di un miliardo di euro per investire in startup europee, emergendo come terzo investitore per ammontare di capitale impegnato nel fondo (80 milioni di euro). Ma come è stato strutturato il tutto sul piano normativo e finanziario? 

L’Italia è tra i principali finanziatori del Nato Innovation Fund (Nif), il primo fondo di capitale di rischio multi-sovrano al mondo.

Al vertice di Madrid della Nato del giugno 2022, 22 alleati avevano lanciato il Nato Innovation Fund, oggi sostenuto da 24 dei 32 stati membri della Nato, tra cui Finlandia e Svezia. Con un budget di 1 miliardo di euro, il Fondo per l’Innovazione della Nato ha l’obiettivo di investire in startup di deep-tech, comprese quelle che sviluppano tecnologie che potrebbero avere applicazioni militari.

Tra i paesi aderenti al Nif figura anche il nostro paese e, in base alle comunicazioni parlamentari, emerge che è anche il terzo investitore per ammontare di capitale impegnato nel fondo (80 milioni di euro), dietro solo a due altri Paesi alleati.

Finora però non risultano investimenti Nif diretti in startup italiane – le prime operazioni note hanno riguardato aziende nel Regno Unito, Germania, ecc…

Ma come è stato strutturato il tutto sul piano normativo e finanziario?

Inoltre, una criticità sollevata da alcuni osservatori riguarda il fatto che l’Italia sta investendo soldi pubblici in un fondo i cui benefici potrebbero andare in larga parte a startup straniere, se il nostro ecosistema non presenterà candidati all’altezza o se i gestori (esteri) non li individueranno.

Tutti i dettagli.

GLI STANZIAMENTI ITALIANI AL NIF

Già con la legge di bilancio 2023 (legge n.197/2022) il Parlamento ha autorizzato la partecipazione italiana al Nif, riconoscendone la finalità di supporto alle startup deeptech per la difesa. Si è trattato di inserire nel bilancio del Ministero della Difesa un nuovo capitolo di spesa pluriennale dedicato al fondo Nato.

Successivamente, per il 2024, tale autorizzazione è stata rifinanziata e incrementata: inizialmente con 1 milione di euro stanziato dalla legge di bilancio 2024 (l.213/2023 art.1 c.388) , e poi – resosi conto che la quota era insufficiente – con un ulteriore stanziamento di 6,65 milioni di euro tramite il decreto-legge 61/2024 (conv. l.96/2024, art.4). In sede parlamentare è stato infatti approvato un emendamento correttivo che sostituisce “1 milione” con “7,65 milioni” come dotazione per il Nif nel 2024.

Come si legge nel Documento programmatico pluriennale (Dpp) 2024-2026 della Difesa, “per il finanziamento della quota nazionale di partecipazione al Nato Innovation Fund per l’e.f. 2024, la LdB 2024 prevede un’autorizzazione di spesa pari a 1 milione attestata sul capitolo 7103, integrata di ulteriori 6,65 milioni di euro dall’articolo 4 del decreto-legge n. 65 del 09 maggio 2024”.

Nel 2 luglio 2024 la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti ha spiegato in Aula che l’Italia “si è impegnata (nel Nif) per i prossimi otto anni”. Dunque, l’adesione italiana comporta un impegno finanziario spalmato fino al 2030 circa, con possibili aggiustamenti annuali in base alle esigenze del fondo e alle adesioni di altri Paesi.

IL MECCANISMO

Come evidenzia a Startmag un esperto di venture capital che ha richiesto l’anonimato, “questo approccio – un Ministero che investe come LP (Limited Partner – cioè gli investitori che apportano il capitale) in un fondo di venture capital estero – è inusuale e delicato. Si è reso necessario inquadrare il versamento come contributo agli obblighi derivanti da accordi internazionali, similmente a quanto si fa per fondi Nato comuni o per strumenti Ue. Nel decreto autorizzativo si fa riferimento agli “impegni derivanti dalla sottoscrizione del Nato Innovation Fund”.

In pratica, prosegue l’esperto, “lo Stato ha firmato un contratto di LP con i relativi obblighi finanziari, e il Parlamento ha dovuto garantirne la copertura anno per anno”. Alcuni senatori, come Roberto Paolo Ferrari (Lega), hanno criticato il fatto che il Governo non avesse già previsto l’intera quota in legge di bilancio, dovendo poi “correre ai ripari” col decreto d’urgenza.

RISCONTRO ALL’IMPEGNO ITALIANO?

“Per un Paese come il nostro, il cui tessuto economico è per lo più caratterizzato da piccole e medie imprese, è importante finanziare questo fondo” aveva dichiarato in Aula un anno fa il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago annunciando che “l’impegno del Governo, complessivamente distribuito negli anni, è di 80 milioni di euro, proprio perché le ricadute di questi investimenti sono duali, in quanto afferiscono alla sfera della Difesa, delle Forze armate e dell’industria della Difesa, ma anche alla società civile e all’industria civile (pensiamo appunto ai settori dello spazio e della cybersecurity)”.

Ma questa speranza ha trovato riscontro? C’è davvero un focus sulle Pmi italiane? Al momento, le evidenze sono scarse secondo l’esperto di venture capital contattato da Startmag.

È IL MERCATO, BELLEZZA

D’altronde, secondo l’esperto, “il fondo, per sua natura, investe secondo logiche di mercato su scala internazionale, senza quote pre-assegnate ai singoli Paesi”. Finora non risultano investimenti Nif diretti in startup italiane – le prime operazioni note hanno riguardato aziende nel Regno Unito, Germania, ecc.

A DIFFERENZA DEL PROGRAMMA DIANA

Al momento l’Italia brilla invece nella partecipazione al programma Diana.

Lanciato nel giugno 2022 dai leader della Nato nel tentativo di stare al passo con i progressi tecnologici e le sfide informatiche poste da avversari come Cina e Russia, il Diana (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) è un’iniziativa complementare del Nato Innovation Fund (Nif).

Come si legge sul sito, Diana e il Nif sono due entità giuridicamente separate. Diana è governato e finanziato da tutti i 30 paesi alleati, mentre il Nif sarà governato e finanziato dalle sue nazioni partecipanti.

Il nostro paese ospita un acceleratore a Torino (Takeoff) e ben 25 centri di test distribuiti sul territorio nazionale, il numero più alto tra gli alleati. Nel 2023 l’acceleratore Diana ha selezionato 44 startup (di cui diverse italiane) che hanno ricevuto piccoli grant da 100mila euro.

Tuttavia, come ricorda l’esperto, “il Nato Innovation Fund opera diversamente: con ticket d’investimento molto più consistenti (talora milioni di euro) e con un portafoglio mirato a tecnologie di punta. È plausibile che alcune imprese italiane potranno in futuro essere finanziate dal Nif, ma nulla garantisce una ricaduta proporzionale al contributo versato dall’Italia”.

L’APPROCCIO PROATTIVO DEL NOSTRO PAESE

Nel frattempo il governo italiano ha adottato un approccio proattivo per massimizzare le ricadute.

Il 7 febbraio 2024 l’Ambasciatore Marco Peronaci, rappresentante permanente dell’Italia presso la Nato, ha organizzato a Bruxelles un incontro fra il management del Nif (tra cui l’ormai ex managing partner Andrea Traversone) e una platea di oltre 30 fondi di venture capital italiani, proprio per illustrare le funzioni del fondo e le opportunità di investimento per le imprese innovative tricolori.

“La Nato può offrire una grande opportunità per le tante Pmi innovative italiane con applicazioni nel settore sicurezza e difesa – aveva dichiarato nell’occasione Peronaci ripreso dall’Ansa – e il nostro Paese possiede straordinarie capacità che possono fornire un apporto fondamentale alla difesa alleata”.

A CHE PUNTO È LA SCOMMESSA DI ROMA SUL NIF

Tuttavia, a fronte della retorica favorevole, manca finora un focus concreto sulle Pmi italiane, secondo l’esperto di venture capital.

“Non esistono bandi dedicati o corsie preferenziali per startup italiane nel Nif: la selezione degli investimenti spetta ai partner su basi competitive internazionali. L’Italia dovrà semmai attrezzarsi internamente per segnalare opportunità al fondo. A tal riguardo, una funzione importante è svolta dall’LP Advisory Committee (LPAC) del Nif, un comitato di consultazione in cui siedono i rappresentanti degli investitori statali. Qui l’Italia può far valere la sua voce strategica”.

Il nostro Paese ha designato come membro dell’LPAC il Comandante Raffaele Rotella, ufficiale della Marina Militare in servizio presso la Rappresentanza Militare Italiana alla Nato.

Come osserva l’esperto di venture capital a Startmag, “Rotella funge da raccordo tra il fondo e il Ministero, potendo segnalare priorità nazionali o proporre spunti. Ma naturalmente l’LPAC non può imporre investimenti nazionali, al più dare indirizzi generali”.

Dunque la scommessa italiana sul Nif resta rilevante: Roma sta investendo capitale politico ed economico in questa iniziativa sperando di esserne uno dei principali beneficiari tecnologici. Sapremo solo tra qualche anno se qualche pmi italiana del comparto deeptech e non solo ne raccoglierà i frutti.

2. (prima parte qui).

Torna su