Leonardo Maria Del Vecchio (nella foto) vende immobili nel cuore di Milano, tratta ancora con le banche il maxi-finanziamento da 10 miliardi per salire al 37,5% di Delfin e nel frattempo allarga il pool degli istituti coinvolti. Sullo sfondo restano le tensioni tra gli eredi, il ricorso di Rocco Basilico e la partita delle garanzie chieste dagli istituti.
C’è un palazzo in via Turati, a Milano, appena diventato il quartier generale del family office. E ci sono due piani in via Monte Napoleone, nel pieno del Quadrilatero. Leonardo Maria Del Vecchio li ha messi sul mercato proprio mentre cerca di chiudere la partita più importante della successione costruita dal padre: l’acquisto del 25% di Delfin dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio.
Come riportato dal Corriere della Sera, la sua Lmdv Capital ha avviato la vendita del palazzo di sei piani in via Turati per una valutazione attorno ai 58 milioni di euro. L’immobile ospita anche il Twiga e dovrebbe generare una plusvalenza di circa 34 milioni. La struttura resterà comunque in affitto a Lmdv Capital per otto anni, rinnovabili per altri otto. Sul mercato sono finiti anche i due piani dell’ex sede di via Monte Napoleone, valutati circa 20 milioni grazie all’appeal immobiliare della zona.
Formalmente è una rotazione di asset. Un’operazione ordinaria per una società che compra, valorizza e poi monetizza. Ma il tempismo racconta altro. Perché quelle dismissioni arrivano mentre Del Vecchio jr prova a convincere il sistema bancario a blindare il finanziamento necessario per la scalata interna a Delfin. La mossa, come scrive il Corriere, sembra infatti “un segnale alle banche”: il futuro dominus della cassaforte di famiglia vuol mostrare disponibilità di liquidità e volontà di rafforzare il proprio profilo patrimoniale.
La partita è enorme. Attraverso il veicolo Lmdv Fin, Leonardo Maria punta a passare dal 12,5% al 37,5% di Delfin, la holding che custodisce il 38,4% di EssilorLuxottica, oltre alle partecipazioni in Generali, Monte dei Paschi, Mediobanca e Unicredit. Un’operazione che vale circa 10 miliardi di euro e che dovrebbe essere finanziata da un pool composto da Unicredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Ma il dossier non è ancora chiuso. Le banche continuano a prendere tempo. Anche perché nel frattempo il valore netto degli attivi di Delfin è sceso sotto i 45 miliardi, complice il calo del titolo EssilorLuxottica rispetto ai massimi toccati nei mesi scorsi. È uno degli elementi che ha spinto gli istituti a rimettere mano alle condizioni del finanziamento, soprattutto sul fronte delle garanzie.
Il nodo principale riguarda proprio il pegno sulle quote. Oggi le garanzie sarebbero limitate al 25% di Delfin che Leonardino rileverà dai fratelli. Ma alle banche forse non basta.
Sul tavolo ci sarebbe infatti la richiesta di estendere le garanzie personali e di definire una sorta di soglia minima di valore del titolo EssilorLuxottica sotto la quale scatterebbero ulteriori protezioni per gli istituti finanziatori. Un tema delicato, perché gran parte della ricchezza della galassia Delfin dipende proprio dall’andamento del gruppo franco-italiano degli occhiali.
Per rassicurare il pool bancario sarebbe intervenuto direttamente Francesco Milleri, presidente di Delfin e amministratore delegato di EssilorLuxottica, illustrando alle banche le prospettive industriali del gruppo e le traiettorie di crescita future. Lo stesso Milleri che, nel frattempo, deve affrontare anche una partita personale nella successione Del Vecchio: il manager ha avviato una causa per sbloccare il trasferimento di oltre 2 milioni di azioni EssilorLuxottica che il fondatore gli aveva lasciato in eredità.
Il negoziato con le banche procede quindi su più livelli. Da una parte c’è la struttura tecnica del finanziamento. Dall’altra il tema politico-finanziario: capire quanto sia stabile il nuovo assetto di Delfin e quanto sia sostenibile il debito che Leonardo Maria si prepara a caricarsi sulle spalle. L’operazione comporterebbe infatti un costo annuo per interessi attorno ai 400 milioni di euro.
Per questo, accanto ai colloqui con Unicredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas, Del Vecchio jr starebbe cercando di ampliare la platea degli istituti coinvolti. Come riportato da MF , sarebbero stati contattati altri soggetti finanziari proprio per allargare il pool destinato a sostenere il mega finanziamento. Leonardo Maria starebbe inoltre semplificando la struttura di Lmdv Fin per rendere più lineare e bancabile l’operazione.
Il tutto mentre il tempo stringe. L’obiettivo resta chiudere entro il 27 giugno, quarto anniversario della morte di Leonardo Del Vecchio. Ma sulla tabella di marcia pesa sempre di più il ricorso presentato in Lussemburgo da Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo e fratellastro di Leonardo Maria.
Basilico ha impugnato le delibere dell’assemblea Delfin del 27 aprile, contestando sia il passaggio del 25% della holding a Leonardo Maria sia la modifica della politica dei dividendi. Secondo il ricorso, per approvare il trasferimento sarebbe servita una maggioranza superiore all’88% prevista dallo statuto per alcune operazioni straordinarie, mentre l’assemblea avrebbe considerato sufficiente il quorum del 75%.
C’è poi il secondo fronte, ancora più sensibile per le banche: l’aumento del payout. Basilico contesta infatti anche la scelta di fissare una distribuzione minima pari all’80% degli utili netti nel triennio 2025-2027. Una modifica che, secondo il ricorrente, servirebbe soprattutto a garantire a Leonardo Maria il flusso di dividendi necessario per sostenere il peso del debito contratto per acquistare le quote dei fratelli.
Se il quadro legale dovesse complicarsi o se il mercato dovesse penalizzare ancora EssilorLuxottica, l’intera architettura potrebbe diventare più fragile.
In parallelo, però, dal fronte Delfin filtra ottimismo. L’idea spiegata alle banche sarebbe quella di una soluzione ponte: il finanziamento avrebbe una durata iniziale di 18 mesi e, in una fase successiva, potrebbe essere la stessa Delfin a riacquistare una parte delle quote oggi in mano a Leonardo Maria attraverso un buyback, redistribuendole poi tra i soci oppure accompagnando la holding verso una possibile quotazione in Borsa. Una prospettiva che servirebbe anche a rassicurare gli istituti sulla natura temporanea dell’esposizione.
Sullo sfondo resta anche il tema delle partecipazioni bancarie della holding, che secondo alcune ricostruzioni potrebbero essere in parte dismesse qualora il risiko finanziario italiano entrasse in una nuova fase.







