In Italia esiste da sempre un pezzo opinione pubblica sobillata da settori della magistratura, interconnessi con pezzi della politica e sorretti da un notevole apparato mediatico, editoriale e propagandistico che, in occasione di eventi particolari, siano essi gravi o solo pagliacciate, sono sempre alla ricerca dei ‘’mandanti’’.
In queste introspezioni si avvalgono della dottrina di Pier Paolo Pasolini: ‘’io so, ma non ho le prove’’, che consente di conoscere la verità (ovviamente solo quella che è conveniente alle loro convinzioni e ai loro interessi politici) senza doversi scomodare a dimostrarla con dati di fatto.
Così non si arrendono neppure davanti alle sentenze di quella magistratura giudicante che non si sottomette alle procure e alle gogne mediatiche, perché quella processuale è una verità contingente, mentre la loro è una verità immanente nella storia di una nazione.
Ci sono però delle eccezioni. Nessuno si è chiesto, fino ad ora, se ci sia un mandante dietro la scissione di Roberto Vannacci. Forse c’è una ragione: non sono in grado di attribuirne la responsabilità a Licio Gelli, come accade di solito. E quindi lasciano perdere, per non fare incontri politicamente scomodi.
Eppure, in questa vicenda, gli indizi portano al Cremlino, soprattutto se si tiene conto del possibile movente. Che il generale abbia simpatie per lo zar non è una notizia. Consentiamoci allora un po’ di dietrologia.
Il Cremlino faceva affidamento sulla capacità di Matteo Salvini di bloccare il decreto Armi all’Ucraina per il 2026, contando sulla nuova situazione che si è determinata nel 2025, quando, dopo l’entrata in campo di Donald Trump, la solidarietà occidentale per Kyiv ha iniziato a traballare e sono apparsi illusori conati di pace, a cui Salvini si è attaccato come ad un tram.
Nel nuovo contesto Putin riteneva che il capataz del Carroccio avesse maggiori possibilità di far valere quelle istanze pseudopacifiste che porta avanti inutilmente fin dall’inizio del conflitto. Così non è stato. Il leader della Lega è riuscito soltanto a giocare con le parole, ma non a cambiare la sostanza del decreto.
E’ una forzatura, allora, immaginare che da Mosca sia arrivato l’ordine della scissione, almeno come ritorsione o azione di disturbo? Non è un caso che la prima mossa dei parlamentari che hanno seguito il generale sia stata la presentazione di un emendamento rivolto a ‘’disarmare’’ il decreto.
Capita anche a noi di sapere, ma di non avere le prove. Ma anche nel caso in cui il Cremlino non si sia fatto vivo, non occorreva un particolare acume del generale per scommettere sulla captatio benevolentiae dello zar. Anche Putin deve accontentarsi. In fondo, se volesse comprare Vannacci gli basterebbero trenta denari.






